Sicurezza, legittima difesa e riforme, è scontro totale tra i partiti


Due casi giudiziari stanno animando il dibattito pubblico in queste ore. E per quanto differenti tra di loro, tanto i fatti di Cuneo quanto quello di Bologna pongono la stessa domanda, ovvero fin dove può spingersi la reazione della forza, privata o pubblica, prima di diventare un problema da risolvere per legge.

Reazione che ha portato al carcere di Bollate, dopo i tre gradi di giudizio, Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori nel 2021. Attorno si muovono due percorsi politici distinti. Il primo è la richiesta, a più voci, di un provvedimento di grazia. Giorgia Meloni ha confermato di aver chiesto a Nordio di avviare l’istruttoria, iniziativa che ha spinto Mattarella a convocare il ministro al Quirinale per ricordargli che la decisione ultima spetta solo al Capo dello Stato. Il secondo percorso è invece legislativo: il leghista Claudio Borghi ha annunciato un disegno di legge per riscrivere l’articolo 52 del codice penale, rendendo non punibile «qualsiasi reazione» nell’immediatezza di un’aggressione armata in casa o nel proprio negozio, a prescindere dalla proporzionalità dei mezzi usati. Se approvata con effetto retroattivo, la norma libererebbe Roggero senza passare dalle decisioni del Colle.

Ma le opposizioni sono compatte nel giudicare pericolosa soprattutto la seconda strada. I 5 Stelle parlano di far west e +Europa parla di «licenza di uccidere», mentre il Pd denuncia la violazione di ogni limite istituzionale arrivando a coinvolgere i rapporti con il Quirinale.

Nel centrodestra, invece, il fronte è tutt’altro che unito. La Lega spinge apertamente: Salvini che è tornato a visitare in carcere Roggero per la seconda volta in due giorni e rilancia la raccolta firme per la grazia, già oltre le 120mila adesioni. Fratelli d’Italia si allinea sulla richiesta di grazia: la Meloni parla di una pena «sproporzionata» ma resta cauta sulla riforma del codice penale. Forza Italia è in disaccordo su tutta la linea: lo stesso viceministro Sisto bolla la proposta leghista come «inaccettabile», e Tajani ribadisce che la legge attuale va bene e che la grazia non può diventare un modo per aggirare le sentenze.

Su questa già animata discussione, si innestano i fatti avvenuti a Bologna, nel quartiere Pilastro, dove Abderrahim Fakir, 42 anni, di origini marocchine, è morto dopo essere stato immobilizzato a terra da due agenti intervenuti su richiesta di alcuni residenti, mentre l’uomo era in stato di agitazione. Un video diffuso dai familiari lo mostra bloccato a faccia in giù mentre chiede aiuto ripetutamente, fino al silenzio. Sul posto erano presenti anche operatori del 118, ripresi mentre osservano senza intervenire. La Procura procede per omicidio colposo, ha disposto autopsia collegiale e l’acquisizione delle bodycam e ha iscritto i due agenti e i quattro sanitari in un registro di annotazioni preliminari (frutto del nuovo scudo disposto dal ddl sicurezza) che non equivale automaticamente allo status di indagato.

Anche qui le reazioni corrono su due binari opposti. Al centro dello scontro, il metodo di intervento utilizzato dagli operatori. A sinistra si chiede soprattutto trasparenza. L’eurodeputata di Avs Ilaria Salis  ha sentenziato: «la loro ‘sicurezza’ è questo schifo qui. Che orrore, che rabbia!».  Il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia chiede chiarezza immediata senza delegittimare la polizia. Dal M5s si ricorda che quando una persona è affidata allo Stato, lo Stato ha il dovere di proteggerne vita e dignità.

A destra la linea è di sostegno alle Forze dell’Ordine. Salvini ha chiesto prudenza al sindaco di Bologna Lepore, che ha convocato una veglia cittadina in piazza Maggiore, sostenendo che una manifestazione rischia di indicare colpevoli prima che la magistratura si sia espressa. Fratelli d’Italia, con Bignami, parla di un intervento condotto con professionalità.

Dal piano della gestione della sicurezza e della giustizia, il focus del Parlamento si sposta nelle stesse ore sulle riforme istituzionali. Mentre si è consumato lo scontro di posizione su questo episodio sulle cui dinamiche si deve ancora fare chiarezza, in aula alla Camera ha preso il via l’esame delle relazioni della commissione Affari Costituzionali, della presidenza del Consiglio e del ministero degli Interni sugli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, per l’attribuzione di ulteriori forme di Autonomia nelle materie Protezione civile, Professioni, Previdenza complementare e integrativa, Tutela della salute e Coordinamento della finanza pubblica. Il relatore del provvedimento, Igor Iezzi, ha detto che l’autonomia differenziata «rappresenta l’attuazione di uno strumento» già previsto dal legislatore, con l’obiettivo non di «creare cittadini di serie A o B ma migliorare la qualità dei servizi».
Per Gilda Sportiello, M5S, questa riforma «invece di risolvere i problemi alle persone» li peggiorerebbe  ulteriormente «perché la Lega deve fare la sua campagna elettorale». Più duro Toni Ricciardi, Pd, secondo cui «questa Autonomia rischia di spaccare l’Italia, aumentando le disuguaglianze e creando cittadini con diritti diversi a seconda del territorio in cui vivono».
In replica al termine della discussione generale, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli ha annunciato che l’attuazione dell’autonomia differenziata procederà non con un testo unico, ma con un disegno di legge separato per ciascuna Regione, corredato da intese specifiche su sanità e coordinamento della finanza pubblica,  un modo per rendere il processo più graduale e negoziabile regione per regione.

Ma in questo marasma di posizionamento, estremizzato e identitario (si picchia senza esclusione di colpi: di fatto è piena campagna elettorale) finisce anche la celebrazione del 34esimo anniversario della strage di via D’Amelio, alimentate dalle dichiarazioni di Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nel 1992. Le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui oggi Paolo Borsellino «sarebbe di Fratelli d’Italia», hanno riacceso lo scontro con Conte, che ha accusato la destra di volersi appropriare indebitamente della memoria del magistrato simbolo della lotta alla mafia.




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 Guglielmo Macavò

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