INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SANITÀ
Il professore e direttore di Medicina interna dell’ARNAS Civico porta al Parlamento europeo una visione precisa: l’intelligenza artificiale deve sostenere le decisioni cliniche, migliorare la gestione delle cronicità e ridurre le disuguaglianze. Senza sostituire il medico e senza cancellare la persona.
di Francesco Panasci
L’intelligenza artificiale può analizzare migliaia di dati in pochi secondi, individuare connessioni difficili da riconoscere, anticipare alcuni rischi clinici e suggerire percorsi terapeutici. Ma non conosce la paura di un paziente, non interpreta fino in fondo un silenzio e, soprattutto, non può assumersi la responsabilità umana e morale di una decisione.
È dentro questo confine, sottile ma decisivo, che si colloca il lavoro scientifico e culturale del professor Salvatore Corrao.
Non un medico affascinato dalla tecnologia per il solo gusto dell’innovazione, ma un clinico che alla tecnologia pone condizioni precise: deve aiutare a curare meglio, ridurre le disuguaglianze, sostenere il medico e lasciare nelle mani dell’uomo la responsabilità finale.
È questa la visione che Corrao, professore ordinario di Medicina interna dell’Università degli Studi di Palermo, direttore del Dipartimento di Medicina clinica e della UOC di Medicina interna dell’ARNAS Civico di Palermo, ha portato il 14 luglio 2026 al Parlamento europeo di Bruxelles.
Non una presenza formale né una passerella istituzionale. Corrao è stato chiamato come relatore nella sessione dedicata all’intelligenza artificiale applicata alla salute, all’inclusione e ai servizi centrati sulla persona, con un intervento sul sostegno dell’IA ai percorsi clinici e alla gestione delle patologie croniche.
Ed è proprio qui che la notizia acquista un significato più ampio.
Da Palermo al cuore delle istituzioni europee
L’appuntamento, dal titolo Artificial Intelligence for Accessibility – From Innovation to European Standard, ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee, scienziati, professionisti sanitari, giuristi, imprese e associazioni.
La domanda posta al centro dei lavori era tutt’altro che teorica: può l’intelligenza artificiale diventare uno standard europeo per l’inclusione, l’accessibilità e la salute?
Corrao ha affrontato uno dei terreni più complessi: l’impiego dell’IA nei percorsi assistenziali e nella cura delle malattie croniche.
Una questione enorme per tutti i sistemi sanitari europei. L’aumento dell’età media, la presenza contemporanea di più patologie nello stesso paziente, l’uso di numerosi farmaci, la necessità di collegare ospedale e territorio e il monitoraggio continuo delle persone fragili stanno modificando profondamente il lavoro del medico.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale può contribuire a identificare più rapidamente i pazienti a rischio, interpretare grandi quantità di informazioni, personalizzare i percorsi assistenziali e migliorare il coordinamento delle cure.
Ma può farlo soltanto se i dati sono attendibili, gli strumenti vengono sottoposti a verifiche rigorose e i professionisti sono preparati a comprenderne potenzialità ed errori.
Perché anche un algoritmo può sbagliare. E spesso può sbagliare con l’apparenza rassicurante di una precisione matematica.
Non basta un algoritmo per rendere intelligente la sanità
Questo è il punto sul quale dovrebbero riflettere anche la politica e le amministrazioni sanitarie.
Non basta introdurre un software in corsia per rendere moderna la sanità. Non basta acquistare una piattaforma e inserire la parola “intelligenza artificiale” in un progetto per produrre innovazione.
Se mancano personale, formazione, sicurezza dei dati, infrastrutture adeguate e continuità tra ospedale e territorio, anche la tecnologia più avanzata rischia di diventare un’altra vetrina accesa davanti a reparti lasciati al buio.
L’innovazione reale non si misura dal numero degli strumenti acquistati, ma dai risultati prodotti nella vita delle persone: diagnosi più tempestive, cure appropriate, minori disuguaglianze, riduzione degli errori, migliore gestione delle cronicità e tempi di attesa più ragionevoli.
Ed è questo che rende particolarmente importante il contributo di Corrao. La sua riflessione non nasce in un laboratorio distante dalla realtà, ma nella Medicina interna, dove il paziente raramente coincide con una sola patologia e dove ogni scelta deve tenere insieme evidenze scientifiche, fragilità, età, terapie, condizioni sociali e storia personale.
L’algoritmo può riconoscere un modello ricorrente. Il medico deve capire se quel modello corrisponde davvero alla persona che ha davanti.
Il libro che anticipa la sfida europea
La visione portata da Salvatore Corrao a Bruxelles trova la sua più compiuta elaborazione nel libro Curare con “intelligenza”. L’intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana, pubblicato nel 2026 da Il Pensiero Scientifico Editore. Non un manuale che celebra acriticamente gli algoritmi, ma una riflessione scientifica, culturale ed etica sulla trasformazione della medicina.
Corrao propone il concetto di “medicina aumentata”: una collaborazione nella quale l’intelligenza artificiale aiuta a interpretare dati complessi, riconoscere rischi e formulare ipotesi, mentre il medico conserva il giudizio clinico, la relazione con il paziente e la responsabilità della scelta. Il libro affronta anche le implicazioni dell’IA per la medicina di precisione, la gestione delle cronicità, l’organizzazione sanitaria e la riduzione delle disuguaglianze nell’accesso alle cure.
Il titolo stesso racchiude la posizione dell’autore: curare con “intelligenza” non significa affidare la salute alle macchine, ma utilizzare consapevolmente la tecnologia per decidere meglio, senza perdere ciò che nessun algoritmo possiede — esperienza, empatia e responsabilità umana.
Da Catania a Bruxelles, una visione coerente
Il 1° luglio, pochi giorni prima dell’appuntamento europeo, il libro era stato presentato al Palazzo della Cultura di Catania durante un confronto che aveva riunito istituzioni, accademici, direttori delle aziende sanitarie, clinici e ricercatori.
Da quell’incontro era emersa una convinzione condivisa: l’intelligenza artificiale sta già trasformando la medicina, ma la decisione diagnostica e terapeutica deve restare un atto umano.
A Bruxelles questa riflessione ha assunto una dimensione europea, intrecciandosi con i temi dell’accessibilità, della tutela dei diritti, della genomica, della medicina di precisione, della governance e della sostenibilità dei sistemi sanitari.
Il percorso è chiaro: dalla pratica clinica alla ricerca, dalla ricerca alla divulgazione e dalla divulgazione al confronto con le istituzioni europee.
Ed è significativo che questo contributo provenga dalla Sicilia.
Siamo abituati a raccontare una regione costretta a inseguire, segnata da carenze strutturali, liste d’attesa, disuguaglianze territoriali e difficoltà nell’accesso ai servizi. Tutto vero. Ma proprio per questo abbiamo il dovere di riconoscere anche la Sicilia che studia, produce conoscenza e partecipa alla costruzione delle politiche europee.
Non per un orgoglio campanilistico fine a sé stesso, ma perché il valore delle competenze deve essere riconosciuto e trasformato in crescita per il territorio.
Le domande alle quali la politica deve rispondere
La visione proposta da Corrao porta con sé questioni alle quali non potranno rispondere soltanto i medici.
Chi sarà responsabile quando una decisione clinica verrà influenzata da un algoritmo errato? Come saranno selezionati e controllati i dati utilizzati per addestrare i sistemi? Chi garantirà che gli strumenti non riproducano discriminazioni già presenti nella società? Come saranno protette le informazioni sanitarie? E, soprattutto, tutti i cittadini avranno accesso alla stessa medicina tecnologicamente avanzata?
Il rischio è che l’innovazione, nata per ridurre le distanze, finisca per crearne di nuove: tra ospedali attrezzati e strutture marginali, tra territori connessi e territori dimenticati, tra chi possiede competenze digitali e chi non riesce neppure a prenotare una visita.
L’intelligenza artificiale può rendere la sanità più equa, ma non lo farà automaticamente. Servono regole, investimenti, formazione e responsabilità pubblica.
La tecnologia non corregge da sola le inefficienze di un sistema. Se viene inserita in un’organizzazione che funziona male, può persino renderne più rapide e invisibili le storture.
Prima viene la persona
Il messaggio che parte da Palermo, attraversa Catania e arriva a Bruxelles è dunque semplice solo in apparenza: innovare significa migliorare la cura, non allontanare il medico dal paziente.
Salvatore Corrao porta nel dibattito europeo il valore di una Medicina interna che osserva la persona nella sua complessità e rifiuta di ridurla a una successione di dati.
L’algoritmo potrà suggerire, confrontare, prevedere e assistere. Potrà liberare il medico da alcune attività ripetitive e restituirgli, se utilizzato bene, più tempo per ascoltare. Ma non dovrà diventare un alibi per delegare la responsabilità, ridurre il confronto umano o trasformare il paziente in una pratica da processare.
Questa è la sfida vera. Non decidere se accettare o respingere l’intelligenza artificiale, perché è già entrata nelle nostre vite e progressivamente entrerà nella sanità. La sfida è governarla.
E per governarla servono medici capaci di conoscere la tecnologia senza inginocchiarsi davanti a essa.
Perché una macchina può elaborare una diagnosi. Ma curare una persona resta, e dovrà restare, un atto profondamente umano.
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Francesco Panasci
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