di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
C’è una soglia psicologica, prima ancora che economica, che i mercati energetici avevano imparato a considerare superata: i cento dollari al barile. Giovedì il Brent l’ha riattraversata, dopo che gli Houthi yemeniti hanno rivendicato attacchi contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, aprendo un secondo punto di strozzatura in una guerra che ha già paralizzato lo Stretto di Hormuz. Non è un dettaglio da bollettino marittimo. È la conferma che la crisi mediorientale, innescata mesi fa dal conflitto tra Stati Uniti e Iran, ha ormai due fronti energetici aperti simultaneamente, e che nessuno dei due appare vicino a una soluzione negoziale.
Gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita che colpirebbe le navi nello Stretto di Bab al-Mandab, la seconda arteria del petrolio globale dopo Hormuz. Il presidente Trump, dal canto suo, ha posto una nuova condizione sull’accordo nucleare con Riad firmato questa settimana: il regno dovrà aderire agli Accordi di Abramo, normalizzando così i rapporti con Israele. È una mossa che salda in un unico nodo diplomatico tre questioni che fino a poche settimane fa procedevano su binari separati — il programma nucleare saudita, la sicurezza della navigazione nel Golfo, la normalizzazione con Gerusalemme — e che espone Washington al rischio di un negoziato reso più fragile proprio dalla sua ambizione.
Il Congresso americano, intanto, ha mostrato le prime crepe reali nel sostegno bipartisan alla linea della Casa Bianca. La Camera ha approvato una risoluzione per ritirare le forze statunitensi dal conflitto con l’Iran, un atto non vincolante ma politicamente significativo, perché segna la seconda bocciatura di questo tipo dall’inizio della guerra. Il Senato ha invece respinto una risoluzione analoga con un margine risicato, segno che il fronte interno americano resta diviso quasi a metà su un conflitto che il presidente aveva promesso di chiudere in poche settimane e che si avvicina ormai al quinto mese.
Su questo scenario già instabile si è inserita la decisione della Casa Bianca di rimpiazzare i dazi temporanei al 10%, in scadenza a mezzanotte, con un nuovo pacchetto tariffario. Le nuove tariffe si articolano su due livelli, il 10% e il 12,5%, e sono entrate in vigore alla mezzanotte in cui scadeva il precedente dazio globale, quello bocciato dalla Corte Suprema. Il dettaglio giuridico non è secondario: la nuova ondata di dazi su decine di economie è stata varata invocando la Sezione 301 del Trade Act del 1974, una base normativa diversa da quella con cui erano stati imposti la maggior parte dei dazi precedenti di Trump, proprio perché quella strada era stata sbarrata dai tribunali. È la terza volta in pochi mesi che l’amministrazione americana riscrive le fondamenta legali della propria politica commerciale, un’instabilità normativa che pesa sulle imprese esportatrici quanto, se non più, dell’aliquota in sé.
Per l’Italia, che vive di manifattura orientata all’export, la combinazione di energia più cara e commercio meno prevedibile è la peggiore possibile. Il rialzo del petrolio ha già spinto il rendimento dei Treasury decennali al livello più alto da gennaio 2025, un segnale che i mercati obbligazionari leggono come rischio inflativo strutturale, non transitorio. Le imprese di casa nostra, già alle prese con margini compressi dal caro energia degli ultimi anni, si trovano ora a dover ricalcolare le proprie strategie di prezzo e di approvvigionamento in un contesto dove la variabile geopolitica è tornata a essere, come ai tempi della crisi energetica del 2022, il primo fattore di rischio nei piani industriali.
C’è poi un aspetto meno discusso, ma non meno rilevante: le compagnie di spedizione come UPS stanno già applicando sovrapprezzi sui carburanti, un costo che si scaricherà a valle su ogni filiera logistica, comprese quelle che collegano le piccole e medie imprese italiane ai mercati di sbocco extraeuropei. È un promemoria di quanto la globalizzazione, anche nella sua versione ridotta e frammentata degli ultimi anni, resti vulnerabile a shock che si originano a migliaia di chilometri di distanza e che si trasmettono con una rapidità che nessuna diversificazione delle rotte commerciali è finora riuscita ad attutire davvero.
Resta da capire quanto durerà questa fase acuta. La storia recente insegna a diffidare delle previsioni ottimistiche sui conflitti mediorientali: ogni tentativo di circoscriverli ha finito per allargarne il perimetro. Per le imprese italiane, in particolare quelle rappresentate da Unimpresa, la lezione pratica è che la pianificazione dei costi energetici e logistici per il secondo semestre dovrà tenere conto non di uno scenario, ma di una banda di oscillazione ampia, con il rischio di ulteriori impennate sempre presente sullo sfondo.
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