EDITORIALE – VAL DI SUSA
Centinaia di antagonisti incappucciati, organizzati e armati hanno assaltato i cantieri e colpito le forze dell’ordine. Quattro stranieri sono stati fermati, oltre 1.200 partecipanti identificati e circa 120 operatori sono rimasti feriti. Non è dissenso: è violenza politica pianificata.
di Francesco Panasci
Chiamiamo le cose con il loro nome, senza codardia e senza quella prudenza pelosa che spesso serve soltanto a nascondere la realtà.
Quello avvenuto in Val di Susa non è stato un corteo degenerato. Non è stata una protesta diventata improvvisamente violenta. Non è stata la reazione incontrollata di qualche manifestante esasperato.
È stato un assalto organizzato contro lo Stato.
Centinaia di antagonisti hanno raggiunto i cantieri della Tav vestiti di nero, con il volto coperto e con un equipaggiamento preparato in anticipo. Avevano fionde, pietre, bombe carta, ordigni incendiari, razzi e mortai artigianali. Hanno utilizzato i boschi per muoversi, nascondersi, colpire e sottrarsi all’identificazione.
Non si partecipa a una manifestazione portando con sé strumenti del genere. Ci si prepara a una battaglia.
E il nemico, nella loro visione, era chiaramente individuato: la Polizia, i Carabinieri, le istituzioni e tutto ciò che rappresenta la presenza dello Stato.
Volevano fare male gli agenti
Non possiamo continuare a raccontare questi episodi come se pietre, bombe carta e ordigni incendiari fossero semplici strumenti dimostrativi.
Una pietra scagliata con una fionda contro la testa di un agente può uccidere. Un mortaio artigianale indirizzato contro uno schieramento di uomini può provocare lesioni gravissime. Una bottiglia incendiaria lanciata contro un mezzo delle forze dell’ordine può trasformarlo in una trappola di fuoco.
Chi impiega questi strumenti conosce perfettamente le possibili conseguenze delle proprie azioni.
Dire che gli assalitori volevano fare del male alla Polizia non è propaganda. È la conclusione logica che emerge dalla preparazione, dalle armi utilizzate, dalla scelta dei bersagli e dalla violenza dell’attacco.
Circa 120 operatori delle forze dell’ordine sono rimasti feriti. Mezzi sono stati incendiati o danneggiati. Il cantiere di Chiomonte avrebbe subito danni stimati in circa un milione di euro.
Questa non è protesta sociale. È guerriglia urbana.
I primi quattro fermati sono stranieri
C’è poi un fatto che non deve essere nascosto per paura di disturbare la narrazione politicamente corretta: i primi quattro antagonisti fermati sono cittadini stranieri.
Le loro responsabilità personali dovranno essere accertate dalla magistratura e le loro posizioni sono ancora al vaglio degli inquirenti. Ma la loro nazionalità è un dato di cronaca, non un’opinione, e un giornalista non ha il diritto di cancellarlo soltanto perché potrebbe risultare scomodo.
Non significa attribuire la responsabilità a tutti gli stranieri presenti in Italia. Significa porre una domanda politica e istituzionale inevitabile: con quale diritto persone provenienti da altri Paesi possono raggiungere il nostro territorio, unirsi a gruppi estremisti e partecipare ad assalti contro la Polizia italiana?
Chi viene in Italia per colpire uomini e donne in divisa non sta esercitando una libertà democratica. Sta sfidando apertamente la Repubblica che lo ospita.
“Sbirro brucia, Fakir è vendicato”
Tra le immagini emerse dalla Val di Susa ce n’è una che pesa più di molte dichiarazioni politiche: la scritta “Sbirro brucia, Fakir è vendicato”, accompagnata dal simbolo dell’anarchia.
Non è ancora possibile affermare giudiziariamente che l’intero assalto sia stato organizzato per vendicare la morte di Abderrahim Fakir. Questo dovranno stabilirlo le indagini.
Ma è impossibile fingere che quella scritta non esista o che non abbia alcun significato politico.
Quel messaggio collega esplicitamente la morte di Fakir all’odio contro le forze dell’ordine. Trasforma un fatto sul quale la magistratura sta lavorando in un pretesto ideologico per invocare il fuoco contro i poliziotti.
Non è una richiesta di verità. Non è una domanda di giustizia. È un proclama di vendetta.
Ed è anche la dimostrazione di come alcune frange estremiste abbiano già emesso la loro sentenza: la Polizia è colpevole in quanto Polizia e ogni agente diventa un bersaglio soltanto perché indossa una divisa.
Un metodo terroristico
Sarà la magistratura a stabilire la qualificazione giuridica dei fatti e gli eventuali reati da contestare. Le indagini coordinate dalla Procura di Torino ipotizzano, tra l’altro, il reato di devastazione.
Ma un editoriale ha il dovere di esprimere anche una valutazione politica.
Quando gruppi organizzati agiscono a volto coperto, utilizzano ordigni, incendiano mezzi, assaltano infrastrutture strategiche e cercano di terrorizzare gli uomini dello Stato per imporre con la violenza un obiettivo politico, il metodo utilizzato assume caratteristiche terroristiche.
Definirlo così sul piano politico non significa sostituirsi a un tribunale. Significa osservare la natura dell’azione: organizzazione, intimidazione, violenza sistematica e attacco alle istituzioni.
Il terrorismo non comincia necessariamente con una strage. Comincia quando la violenza viene pianificata e impiegata come strumento per intimidire lo Stato, condizionarne le decisioni e dimostrare che alcuni territori possono essere sottratti alla legalità.
La Polizia non può essere mandata al massacro
La questione più grave, tuttavia, riguarda le condizioni nelle quali le nostre forze dell’ordine sono costrette a fronteggiare queste nuove forme di guerriglia.
Gli agenti vengono schierati per contenere gruppi che non si comportano più come manifestanti, ma come unità organizzate per il combattimento urbano. Dall’altra parte trovano persone addestrate a muoversi compatte, a utilizzare il territorio, a cambiare abbigliamento, a colpire da lontano e a disperdersi rapidamente.
Lo Stato, invece, continua troppo spesso a rispondere con strumenti concepiti per gestire un normale problema di ordine pubblico: idranti, lacrimogeni, scudi e manganelli.
Non basta.
Non si può chiedere a un agente di affrontare bombe carta, mortai artigianali, razzi, incendi e fionde ad alta potenza contando soltanto sul proprio casco e sul proprio scudo.
Le richieste avanzate dai sindacati di Polizia devono essere ascoltate. Servono protezioni più efficaci, mezzi tecnologici per individuare e documentare gli assalitori, strumenti adeguati di contenimento, reparti preparati alle nuove modalità operative e norme che consentano di intervenire senza trasformare ogni reazione dello Stato in un processo mediatico contro chi porta la divisa.
Questo non significa autorizzare abusi o sospendere le garanzie democratiche. Ogni intervento delle forze dell’ordine deve rimanere proporzionato e soggetto alla legge.
Ma proporzionalità non significa impotenza.
Lo Stato democratico ha il diritto e il dovere di difendersi.
La percezione dell’impunità
C’è un’altra domanda che lo Stato non può più permettersi di ignorare.
Perché gruppi organizzati arrivano ad affrontare centinaia di appartenenti alle forze dell’ordine con bombe carta, mortai artigianali, pietre, fionde e ordigni incendiari? Perché scelgono lo scontro diretto senza alcun timore?
Una risposta, probabilmente, sta nella percezione dell’impunità.
Chi organizza queste azioni sa di trovarsi davanti uomini e donne dello Stato che operano entro regole rigorose sull’uso della forza. Sa che ogni intervento sarà sottoposto al vaglio della magistratura, delle telecamere e dell’opinione pubblica. Sa che gli agenti devono agire con proporzionalità anche quando vengono bersagliati.
Ma sa anche — ed è questo il punto più preoccupante — che, se identificato, il percorso verso una condanna definitiva sarà lungo e che le misure cautelari e le pene saranno decise esclusivamente dai giudici sulla base della legge e delle esigenze cautelari previste dall’ordinamento.
È questa percezione, giusta o sbagliata che sia, a rendere alcuni gruppi sempre più audaci.
Quattro mezzi delle forze dell’ordine distrutti, danni stimati in circa un milione di euro, oltre cento agenti feriti e un’intera area trasformata in un campo di battaglia: tutto questo non può essere archiviato come il prezzo inevitabile del dissenso.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito gli assalti un’azione di stampo terroristico sul piano politico. Sarà la magistratura a qualificare giuridicamente i fatti e ad accertare le responsabilità individuali. Ma una domanda resta aperta e riguarda tutti i cittadini: chi risarcirà i danni economici subiti dallo Stato e, soprattutto, chi restituirà autorevolezza a istituzioni che non possono apparire vulnerabili davanti a chi sceglie la violenza organizzata?
Un milione di euro di danni si può, prima o poi, recuperare. Quello che rischia di costare molto di più è l’idea che lo Stato possa essere assaltato, ferito e umiliato senza conseguenze certe. Perché quando passa questo messaggio, a vincere non sono soltanto i violenti: è la cultura dell’impunità.
La visita di Meloni e Piantedosi
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si sono recati in Val di Susa per visitare i luoghi degli assalti, incontrare gli operatori e verificare direttamente la gravità dei danni.
Meloni ha parlato di “violenza organizzata” e ha ribadito che lo Stato non intende indietreggiare.
È un segnale importante, ma adesso servono conseguenze concrete. La solidarietà agli agenti non può esaurirsi in una visita, in una fotografia o in una dichiarazione pronunciata davanti alle telecamere.
Servono identificazioni, processi rapidi, pene effettive ed espulsioni nei casi consentiti dalla legge per i cittadini stranieri definitivamente condannati per fatti di questa gravità.
Perché gli estremisti sfidano lo Stato anche sulla base di una convinzione: essere identificati non significa necessariamente finire in carcere e una condanna, quando arriverà, potrebbe giungere dopo anni.
È questa percezione di sostanziale impunità che deve essere spezzata.
Il riflesso condizionato di una parte della sinistra
C’è poi un riflesso che puntualmente si ripete in una parte della sinistra politica.
Arriva una condanna della violenza, quasi sempre doverosa, ma raramente netta. È una condanna che, dopo poche parole, incontra immancabilmente un “ma”, un “però”, un “bisogna anche capire”, un richiamo alle responsabilità dello Stato, del Governo, del cantiere o del contesto sociale.
Quel “ma” finisce inevitabilmente per attenuare la forza della condanna.
Perché quando uomini e donne delle forze dell’ordine vengono assaltati con pietre, ordigni incendiari, mortai artigianali e bombe carta, non esiste alcun contesto che possa ridurre la gravità dei fatti. Le motivazioni politiche, le contestazioni verso la Tav o il dissenso nei confronti del Governo possono essere oggetto di un confronto democratico. La violenza organizzata, invece, no.
Una democrazia matura dovrebbe essere capace di pronunciare una frase semplice, senza aggiungere subordinate: chi aggredisce le forze dell’ordine ha torto. Punto.
C’è un momento nel quale la politica dovrebbe smettere di cercare distinguo. Quel momento è quando uomini e donne dello Stato vengono presi di mira con ordigni, pietre e incendi.
In quei casi la condanna dovrebbe essere senza aggettivi, senza subordinate e soprattutto senza quel “ma” che, troppo spesso, rischia di trasformare una presa di distanza in una giustificazione indiretta della violenza.
Perché se ogni aggressione agli uomini dello Stato viene immediatamente accompagnata da un “però”, il messaggio che arriva all’opinione pubblica è pericoloso: che esistano violenze più comprensibili di altre. In uno Stato di diritto, invece, non dovrebbe esistere alcuna violenza politica che possa essere relativizzata.
Il diritto di manifestare non comprende il diritto di assaltare
La libertà di manifestazione è uno dei pilastri della democrazia. Proprio per questo deve essere separata nettamente dalla violenza.
Chi manifesta pacificamente esercita un diritto costituzionale. Chi porta bombe carta, mortai artigianali e bottiglie incendiarie compie una scelta completamente diversa.
Non è un manifestante più arrabbiato degli altri. È un violento che utilizza una manifestazione come copertura.
E chi organizza eventi e cortei deve assumersi fino in fondo la responsabilità politica di isolare queste frange, denunciarle e impedire che continuino a trovare rifugio dietro le bandiere delle battaglie sociali.
Non basta prendere le distanze dopo gli assalti. Bisogna farlo prima, quando si tollerano simboli, slogan e presenze che annunciano chiaramente quale sarà l’obiettivo della giornata.
Quando viene colpita la divisa, viene colpita l’Italia
Dietro ogni casco della Polizia c’è una persona. C’è un uomo o una donna che non guadagna stipendi milionari, che esegue ordini, che affronta rischi enormi e che ha una famiglia alla quale tornare.
Quegli agenti non erano in Val di Susa per difendere un partito. Erano lì per difendere un cantiere, garantire l’ordine pubblico e impedire che una minoranza violenta imponesse la propria volontà con il fuoco.
Colpire loro significa colpire lo Stato.
E uno Stato che lascia i propri uomini esposti, male equipaggiati e poi magari abbandonati davanti ai tribunali o alla gogna mediatica non è uno Stato democratico più gentile. È semplicemente uno Stato più debole.
La Val di Susa ci consegna quindi una verità che non può più essere nascosta: la violenza antagonista ha compiuto un salto di qualità e le istituzioni devono adeguare immediatamente la propria risposta.
La magistratura stabilirà le responsabilità penali. La politica dovrà approvare gli strumenti necessari. Ma la società civile deve avere il coraggio di pronunciare una frase semplice e definitiva:
chi organizza un assalto armato contro la Polizia non sta combattendo un’opera pubblica. Sta combattendo l’Italia.
E l’Italia, questa volta, non può limitarsi a incassare i colpi.
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Francesco Panasci
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