Castelvolturno, la fine dell’era Marrandino



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Non spetta a me stabilire se Pasquale Marrandino sia colpevole o innocente. Saranno i giudici a valutare le accuse e, fino a una sentenza definitiva, vale per lui, come per ogni cittadino, la presunzione di innocenza.

Ma il giudizio politico è un’altra cosa. E su quello non intendo esercitare né prudenza di circostanza né ipocrisia.

La fine dell’amministrazione Marrandino non è stata provocata da un improvviso incidente di percorso. Arriva dopo mesi durante i quali il sindaco è risultato coinvolto in almeno quattro distinti filoni investigativi, con ipotesi di reato che vanno dalla corruzione al voto di scambio politico-elettorale. Non semplici polemiche, dunque, ma vicende giudiziarie gravi, pubbliche e note da tempo.

Eppure Marrandino è rimasto al proprio posto.

Non si è dimesso quando sono emerse le prime contestazioni. Non si è dimesso dopo le perquisizioni. Non si è dimesso quando il quadro investigativo si è allargato, coinvolgendo esponenti della sua amministrazione, imprenditori e professionisti. Ha lasciato soltanto dopo che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. Solo allora, insieme ai consiglieri della maggioranza, ha decretato la fine dell’esperienza amministrativa e il commissariamento del Comune.

È un dato politico che non può essere nascosto dietro le formule di rito.

Personalmente non conosco Marrandino. Politicamente, invece, l’ho osservato abbastanza per maturare un giudizio netto: non mi è mai piaciuto il suo modo di amministrare.

Ho visto una politica egocentrica, autoreferenziale e scarsamente trasparente, costruita più sull’esposizione personale che sul confronto democratico. Una comunicazione affidata quasi esclusivamente ai social, attraverso i quali raccontare la propria versione dei fatti, evitando troppo spesso le domande scomode, il contraddittorio e il confronto diretto con chi esprimeva critiche.

Parlava continuamente ai cittadini, ma raramente con i cittadini.

La sua amministrazione è durata anche troppo, non necessariamente per i risultati raggiunti, ma perché non ha incontrato un’opposizione seria, organizzata, competente e coraggiosa.

Il materiale per contestare le contraddizioni, le promesse non mantenute, le omissioni e la propaganda non mancava. Ce n’era in abbondanza. Eppure molti hanno preferito non disturbare, non esporsi, non crearsi nemici. Hanno chiamato “responsabilità” quello che, troppo spesso, era soltanto silenzio. Hanno chiamato “democrazia” la rinuncia a esercitare il controllo politico. Hanno scelto di essere accomodanti proprio quando il territorio avrebbe avuto bisogno di fermezza.

Marrandino e la sua squadra hanno prevalentemente completato, proseguito o inaugurato opere concepite e finanziate durante precedenti amministrazioni, presentandole come il simbolo di una nuova stagione.

Ogni intervento diventava un evento. Ogni inaugurazione una festa. Ogni attività ordinaria veniva accompagnata da fotografie, video, proclami e fuochi d’artificio comunicativi.

Era certamente facile apparire efficienti dopo cinque anni segnati dall’evidente fallimento dell’amministrazione Petrella. Ma Marrandino dimenticava troppo comodamente di essere stato vicesindaco, assessore di primo piano e parte integrante proprio di quella esperienza politica.

Non era un estraneo arrivato a salvare Castel Volturno. Era uno dei protagonisti della stagione che sosteneva di voler superare.

A questo si aggiunge un’altra pesantissima eredità politica: il progetto del primo Centro di permanenza per i rimpatri della Campania, una struttura da oltre quaranta milioni di euro e centoventi posti che il Governo ha deciso di realizzare proprio a Castel Volturno.

Sarebbe scorretto sostenere che Marrandino abbia formalmente approvato il CPR. La sua amministrazione ha espresso contrarietà. Ma lo ha fatto tardi, con un Consiglio comunale convocato praticamente alla vigilia della scadenza del bando, quando il progetto governativo era già in una fase avanzata. Una contrarietà debole, tardiva e politicamente inefficace, incapace di mobilitare realmente il territorio e di costruire un fronte istituzionale in grado di contrastare una scelta destinata a segnare profondamente il futuro della città.

Il risultato è che Marrandino se ne va e il CPR resta.

Resta un progetto che gran parte della comunità locale, delle associazioni, delle realtà ecclesiali e civiche non ha chiesto e non vuole. Resta l’ennesima decisione assunta altrove e scaricata su un territorio già gravato da marginalità, emergenze sociali, abusivismo, carenza di servizi e decenni di promesse disattese.

Un sindaco politicamente forte avrebbe trasformato quella battaglia in una questione regionale e nazionale. Avrebbe coinvolto stabilmente i cittadini, prodotto atti, costruito alleanze istituzionali, preteso trasparenza e opposto una resistenza politica quotidiana.

Marrandino si è limitato a prendere tardivamente le distanze da una scelta che, nel frattempo, andava avanti. Oggi alcuni lo ringraziano. Altri celebrano la sua esperienza amministrativa. Qualcuno mette in scena commiati, lacrime e dichiarazioni di fedeltà.

Io non partecipo a questa rappresentazione.

Per me Marrandino è stato soprattutto un bluff politico: poca preparazione istituzionale, scarsa consapevolezza della delicatezza del ruolo ricoperto, molta attenzione all’immagine e una evidente disinvoltura nel cambiare riferimenti e collocazioni politiche secondo le convenienze del momento.

Un buon capocantiere, forse. Un efficace organizzatore di inaugurazioni. Ma governare Castel Volturno è un’altra cosa.

Servono visione, coerenza, etica pubblica, trasparenza, autonomia e capacità di costruire una comunità. Serve soprattutto la forza di difendere il territorio anche quando questo significa scontrarsi con i propri partiti, con i propri referenti e con il Governo nazionale.

Su questi aspetti, il bilancio dell’amministrazione Marrandino è, a mio giudizio, profondamente negativo. Sul piano giudiziario avrà tutto il diritto di difendersi da accuse gravissime e infamanti. Saranno i magistrati a stabilire eventuali responsabilità penali.

Sul piano politico, invece, possiamo già esprimere un giudizio.

Marrandino lascia un Comune commissariato, una comunità nuovamente disorientata, una credibilità istituzionale compromessa e la prospettiva concreta di un CPR che rischia di marchiare Castel Volturno ancora una volta come luogo nel quale concentrare problemi che altri territori non vogliono affrontare.

Questa è la sua eredità politica: il nulla mischiato con il niente, accompagnato da una montagna di comunicazione.

Adesso comincia la parte più difficile.

Chi si prepara a governare Castel Volturno dopo questa ennesima caduta? Quale classe dirigente avrà il coraggio di presentarsi ai cittadini? Con quali competenze, quale storia personale e quale credibilità?

È ancora presto per fare nomi, ma una cosa deve essere detta immediatamente: gli impresentabili che già tornano a girare intorno al potere come api intorno al miele farebbero bene a restare lontani.

Allo stesso modo, chi ha già ampiamente dimostrato di non avere più il tempo, l’energia, la credibilità o la volontà di fare politica concretamente dovrebbe avere almeno la dignità di lasciare spazio ad altri.

Castel Volturno non ha bisogno del ritorno dei soliti noti. Non ha bisogno di vecchi padrini politici, trasformisti, fedelissimi senza autonomia o candidature costruite nei salotti e imposte dall’alto. Ha bisogno di persone libere, preparate, trasparenti e capaci di anteporre il territorio agli interessi personali e alle convenienze di partito.

La situazione è difficile. Molto difficile. Ma non è impossibile. A condizione che questa volta i cittadini non si facciano nuovamente incantare dalle feste, dai botti, dai video sui social e dalle promesse di chi cambia padrone ogni volta che cambia il vento.

Non spetta a me stabilire se Pasquale Marrandino sia colpevole o innocente. Saranno i giudici a valutare le accuse e, fino a una sentenza definitiva, vale per lui, come per ogni cittadino, la presunzione di innocenza.

Ma il giudizio politico è un’altra cosa. E su quello non intendo esercitare né prudenza di circostanza né ipocrisia.

La fine dell’amministrazione Marrandino non è stata provocata da un improvviso incidente di percorso. Arriva dopo mesi durante i quali il sindaco è risultato coinvolto in almeno quattro distinti filoni investigativi, con ipotesi di reato che vanno dalla corruzione al voto di scambio politico-elettorale. Non semplici polemiche, dunque, ma vicende giudiziarie gravi, pubbliche e note da tempo.

Eppure Marrandino è rimasto al proprio posto.

Non si è dimesso quando sono emerse le prime contestazioni. Non si è dimesso dopo le perquisizioni. Non si è dimesso quando il quadro investigativo si è allargato, coinvolgendo esponenti della sua amministrazione, imprenditori e professionisti. Ha lasciato soltanto dopo che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. Solo allora, insieme ai consiglieri della maggioranza, ha decretato la fine dell’esperienza amministrativa e il commissariamento del Comune.

È un dato politico che non può essere nascosto dietro le formule di rito.

Personalmente non conosco Marrandino. Politicamente, invece, l’ho osservato abbastanza per maturare un giudizio netto: non mi è mai piaciuto il suo modo di amministrare.

Ho visto una politica egocentrica, autoreferenziale e scarsamente trasparente, costruita più sull’esposizione personale che sul confronto democratico. Una comunicazione affidata quasi esclusivamente ai social, attraverso i quali raccontare la propria versione dei fatti, evitando troppo spesso le domande scomode, il contraddittorio e il confronto diretto con chi esprimeva critiche.

Parlava continuamente ai cittadini, ma raramente con i cittadini.

La sua amministrazione è durata anche troppo, non necessariamente per i risultati raggiunti, ma perché non ha incontrato un’opposizione seria, organizzata, competente e coraggiosa.

Il materiale per contestare le contraddizioni, le promesse non mantenute, le omissioni e la propaganda non mancava. Ce n’era in abbondanza. Eppure molti hanno preferito non disturbare, non esporsi, non crearsi nemici. Hanno chiamato “responsabilità” quello che, troppo spesso, era soltanto silenzio. Hanno chiamato “democrazia” la rinuncia a esercitare il controllo politico. Hanno scelto di essere accomodanti proprio quando il territorio avrebbe avuto bisogno di fermezza.

Marrandino e la sua squadra hanno prevalentemente completato, proseguito o inaugurato opere concepite e finanziate durante precedenti amministrazioni, presentandole come il simbolo di una nuova stagione.

Ogni intervento diventava un evento. Ogni inaugurazione una festa. Ogni attività ordinaria veniva accompagnata da fotografie, video, proclami e fuochi d’artificio comunicativi.

Era certamente facile apparire efficienti dopo cinque anni segnati dall’evidente fallimento dell’amministrazione Petrella. Ma Marrandino dimenticava troppo comodamente di essere stato vicesindaco, assessore di primo piano e parte integrante proprio di quella esperienza politica.

Non era un estraneo arrivato a salvare Castel Volturno. Era uno dei protagonisti della stagione che sosteneva di voler superare.

A questo si aggiunge un’altra pesantissima eredità politica: il progetto del primo Centro di permanenza per i rimpatri della Campania, una struttura da oltre quaranta milioni di euro e centoventi posti che il Governo ha deciso di realizzare proprio a Castel Volturno.

Sarebbe scorretto sostenere che Marrandino abbia formalmente approvato il CPR. La sua amministrazione ha espresso contrarietà. Ma lo ha fatto tardi, con un Consiglio comunale convocato praticamente alla vigilia della scadenza del bando, quando il progetto governativo era già in una fase avanzata. Una contrarietà debole, tardiva e politicamente inefficace, incapace di mobilitare realmente il territorio e di costruire un fronte istituzionale in grado di contrastare una scelta destinata a segnare profondamente il futuro della città.

Il risultato è che Marrandino se ne va e il CPR resta.

Resta un progetto che gran parte della comunità locale, delle associazioni, delle realtà ecclesiali e civiche non ha chiesto e non vuole. Resta l’ennesima decisione assunta altrove e scaricata su un territorio già gravato da marginalità, emergenze sociali, abusivismo, carenza di servizi e decenni di promesse disattese.

Un sindaco politicamente forte avrebbe trasformato quella battaglia in una questione regionale e nazionale. Avrebbe coinvolto stabilmente i cittadini, prodotto atti, costruito alleanze istituzionali, preteso trasparenza e opposto una resistenza politica quotidiana.

Marrandino si è limitato a prendere tardivamente le distanze da una scelta che, nel frattempo, andava avanti. Oggi alcuni lo ringraziano. Altri celebrano la sua esperienza amministrativa. Qualcuno mette in scena commiati, lacrime e dichiarazioni di fedeltà.

Io non partecipo a questa rappresentazione.

Per me Marrandino è stato soprattutto un bluff politico: poca preparazione istituzionale, scarsa consapevolezza della delicatezza del ruolo ricoperto, molta attenzione all’immagine e una evidente disinvoltura nel cambiare riferimenti e collocazioni politiche secondo le convenienze del momento.

Un buon capocantiere, forse. Un efficace organizzatore di inaugurazioni. Ma governare Castel Volturno è un’altra cosa.

Servono visione, coerenza, etica pubblica, trasparenza, autonomia e capacità di costruire una comunità. Serve soprattutto la forza di difendere il territorio anche quando questo significa scontrarsi con i propri partiti, con i propri referenti e con il Governo nazionale.

Su questi aspetti, il bilancio dell’amministrazione Marrandino è, a mio giudizio, profondamente negativo. Sul piano giudiziario avrà tutto il diritto di difendersi da accuse gravissime e infamanti. Saranno i magistrati a stabilire eventuali responsabilità penali.

Sul piano politico, invece, possiamo già esprimere un giudizio.

Marrandino lascia un Comune commissariato, una comunità nuovamente disorientata, una credibilità istituzionale compromessa e la prospettiva concreta di un CPR che rischia di marchiare Castel Volturno ancora una volta come luogo nel quale concentrare problemi che altri territori non vogliono affrontare.

Questa è la sua eredità politica: il nulla mischiato con il niente, accompagnato da una montagna di comunicazione.

Adesso comincia la parte più difficile.

Chi si prepara a governare Castel Volturno dopo questa ennesima caduta? Quale classe dirigente avrà il coraggio di presentarsi ai cittadini? Con quali competenze, quale storia personale e quale credibilità?

È ancora presto per fare nomi, ma una cosa deve essere detta immediatamente: gli impresentabili che già tornano a girare intorno al potere come api intorno al miele farebbero bene a restare lontani.

Allo stesso modo, chi ha già ampiamente dimostrato di non avere più il tempo, l’energia, la credibilità o la volontà di fare politica concretamente dovrebbe avere almeno la dignità di lasciare spazio ad altri.

Castel Volturno non ha bisogno del ritorno dei soliti noti. Non ha bisogno di vecchi padrini politici, trasformisti, fedelissimi senza autonomia o candidature costruite nei salotti e imposte dall’alto. Ha bisogno di persone libere, preparate, trasparenti e capaci di anteporre il territorio agli interessi personali e alle convenienze di partito.

La situazione è difficile. Molto difficile. Ma non è impossibile. A condizione che questa volta i cittadini non si facciano nuovamente incantare dalle feste, dai botti, dai video sui social e dalle promesse di chi cambia padrone ogni volta che cambia il vento.

&copy Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews

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