Tra resistenza e repressione: la cronaca del corteo NO TAV raccontata da dentro


BUSSOLENO, VAL DI SUSA – Sono tornata alla mia casa, ai grandi alberi che mi accolgono al cancello, agli sguardi amorevoli delle creature che fanno parte della mia vita. Sono tornata dopo giorni in cui è stato bello ritrovare e ritrovarsi. L‘Alta Felicità non è solo lo slogan di un Festival: è la porta che ti riconduce in mezzo alle cose, nel cuore di una collettività attiva e fraterna. Giorni di assemblee, libri, dibattiti, concerti, ma soprattutto incontri: vecchie compagne e compagni che fedelmente ritornano, ma soprattutto giovani, adolescenti che, per la prima volta, sono venuti a vedere, a sentire, a documentarsi. Alta felicità di quanti, contro le sabbie mobili dell’interiorizzazione della sconfitta, riscoprono sogni e possibilità nel senso collettivo della lotta. E puntualmente, contro tutto ciò, Questura e Prefettura assediano il territorio con blocchi stradali non solo sulle statali, ma sulle strade comunali, divieti d’accesso, proibizione di vendere bevande e cibi in vetro e in scatola estesi ai Comuni di mezza Valle.

Il controllo militare parte dalla stazione Torino-Porta Nuova, dove i passeggeri della linea Torino – Bardonecchia vengono identificati, fotografati e perquisiti. All’ingresso di Susa c’è folla: sui teli stesi nel piazzale si svuotano gli zaini: indumenti, libri, casseruole, borselli, tutto l’armamentario dei campeggiatori vengono attentamente vagliati da occhiuti censori. Ma, nonostante il clima pesantemente intimidatorio, ormai da dieci anni il Festival dell’Alta Felicità prende il volo, con il suo fitto programma e la gioiosa accampata di tende e cucine, sui prati che, in quel 2005 lontano ma mai dimenticato, furono luogo di lotta e riconquista. Il momento più atteso è come sempre il sabato. Nelle prime ore del pomeriggio parte la manifestazione verso i cantieri del TAV. Quest’anno la marcia si divide su più fronti: le mete si sono moltiplicate perché si sono moltiplicati i cantieri.

Il Festival dell’Alta Felicità a Venaus

Salbertrand, Traduerivi-San Giuliano, San Didero, la Clarea…A San Didero la statale è bloccata, ma il corteo arriva in treno, scendendo alla stazione di Bruzolo. Pochi passi sull’asfalto, poi si imbocca un viottolo tra i campi verso il nuovo autoporto in fase di ultimazione, opera congiunta di SITAF (la società autostradale) e TELT (la società del TAV).

I lacrimogeni partono immediatamente. Il cordone dei poliziotti avanza a tenaglia, calpestando spietatamente il campo di granoturco che i manifestanti hanno rispettato.

Reti, lacrimogeni a volontà, qualche fuoco d’artificio che si perde nella vampa incandescente del solleone.

Si ritorna alla stazione di Bruzolo. Tutto sembra ormai concluso, non resta che aspettare il treno del rientro.  Ma ecco spuntare DIGOS e poliziotti che occupano la stazione e circondano i presenti. 

I treni pendolari sono bloccati per ore, mentre circolano i treni ad Alta Velocità: il TGV francese all’andata e al ritorno da Torino, nonché la Freccia Rossa diretta in Francia. Nei pressi della stazione rallentano; attraverso i finestrini si può scorgere l’interno quasi completamente vuoto.

La situazione si sblocca dopo ore, con l’identificazione fotografica di tutti i presenti.

Sui sentieri della Clarea le persone sono migliaia. Il cantiere – il primo, il più devastante – si raggiunge attraverso le vie dei boschi.

È sempre un colpo al cuore arrivare in vista della voragine che un tempo fu il grande castagneto di alberi centenari e l’abitato dei Mulini di Clarea e che ora è un ammasso di soprelevate, reti, rottami. 

Ma  barriere, cancelli. mezzi militari posti a blindare la “Grande Opera ad interesse strategico” questa volta non servono a fermare la rabbia composta e lucida di un popolo stanco di subire.

Oggi in quel fortino intasato di mezzi militari e presidiato da truppe in assetto antisommossa, in quel coacervo di ferro, cemento, prefabbricati, ruspe, trivelle, telecamere, torri-faro spiccano gli scheletri anneriti e le grandi scritte della rivolta liberatrice.

Un particolare tra tutti, il più simbolico: quello che fu il salone pubblicitario , voluto e intitolato al defunto architetto Mario Virano, il maggior sostenitore del TAV e del modello di vita ad esso sotteso, nonché commissario straordinario per la costruzione della linea ad Alta Velocità Torino-Lyon e direttore generale di TELT, la società italo-francese per la realizazione del tunnel transfrontaliero. 

Una costruzione di metallo e vetro che si apre su una grande balconata panoramica, sorta nel punto finale e più alto, dal quale il cantiere è visibile in tutta la sua estensione. La struttura, progettata per diventare il centro nevralgico di un presunto “turismo di cantiere”, sala conferenze, punto informativo di accoglienza per scolaresche e comitive, è diventato per noi il simbolo transgenico del futuro innaturale e disumano che minaccia non solo la nostra Valle, ma l’intero Pianeta.

Ora l’edificio scintillante di vetrate e cromature è diventato uno scheletro annerito e non può se non gioirne chi ricorda il paesaggio di un tempo, i prati di narcisi, le piccole vigne di Avanà, la “via dei pellegrini” fiorita di biancospino, che attraversava la foresta popolata di abitazioni mesolitiche sottoroccia per proseguire verso la Francia, sulla strada dei luoghi sacri, verso Santiago di Compostela.

Intorno alla Valle che continua a resistere ed al Movimento che rivendica, “senza se e senza ma”, l’azione liberatrice contro il cantiere, è partita ora la “caccia alle streghe”, l’indignazione dei sepolcri imbiancati di sempre.

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni visita i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione

Gli esponenti del Governo più che mai sordo ai bisogni dei territori ed ostile alle ragioni della lotta si precipitano in cantiere per dare solidarietà al sistema devastatore ed ai suoi servi schiocchi, promettendo l’inferno ai NO TAV ribelli.

Quanto al Parlamento italiano ed alle istituzioni ad ogni livello, il “partito trasversale degli affari” ha ritrovato la propria compattezza nella condanna ad un popolo che resiste e che ha deciso di difendersi concretamente.

Ma se i potenti ci sono nemici, la solidarietà degli oppressi è un grande abbraccio che ci giunge da ogni parte. Con noi sono le vittime delle “fabbriche della morte”, i malati che non riescono a curarsi per i tagli alla sanità pubblica, gli sfrattati, i pendolari vittime dello smantellamento dei trasporti pubblici, chi per non morire di fame deve ricorrere alle mense per poveri, i popoli che resistono contro guerre e genocidi.

E ci sorride la madre terra con tutte le sue forme di vita. Il nostro abbraccio solidale va ai giovani compagni fermati e incarcerati che sentiamo  parte viva di noi. 

È più che mai per amore che la nostra lotta continua.

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Nicoletta Dosio

Oltre ad essere da sempre attiva in numerose lotte sociali e politiche sul territorio piemontese, Nicoletta Dosio è uno dei volti storici del Movimento No TAV. Condannata ai domiciliari per aver partecipato a una manifestazione pacifica del Movimento, ma rifiutandosi di sottostarvi e divenire così “carceriera di sé stessa”, Nicoletta è stata imputata di almeno 130 evasioni, che le sono valse la condanna a oltre un anno di carcere presso il penitenziario di Torino.




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