Il governo italiano accelera sul riconoscimento facciale con AI. La letteratura e il cinema ci avevano avvertito da decenni. Siamo ancora in tempo per decidere fino a dove può spingersi?
Il decreto che nessuno ha letto
Il 29 luglio 2026 il governo italiano ha accelerato in commissione al Senato su uno schema di decreto legislativo che adegua la normativa nazionale all’AI Act europeo, prevedendo l’integrazione di sistemi di intelligenza artificiale nel riconoscimento facciale da parte delle forze di polizia, sia in tempo reale che a posteriori.
Tradotto: i volti dei cittadini potranno essere registrati preventivamente in luoghi ritenuti sensibili come piazze, stadi o cortei. Per sette giorni potranno restare in memoria. Se nel frattempo verrà commesso un reato, diventeranno materiale d’indagine. Altrimenti, saranno cancellati.
Contro questo sprint si sono schierati sia il Pd sia il Movimento 5 Stelle, che hanno parlato di un pericoloso blitz della maggioranza. Il senatore dem Filippo Sensi ha definito la manovra “un’ennesima forzatura sui diritti e le libertà”, parlando di riconoscimento facciale a strascico. Il Garante per la protezione dei dati personali ha chiesto limiti più precisi sull’uso dei dati biometrici.
Sette giorni di conservazione sembrano pochi. Ma un volto schedato in una piazza di protesta è un volto schedato. Il timer parte dopo.
Orwell aveva già scritto questo pezzo
Nel 1984 di George Orwell il telescreen è descritto come “una lastra metallica oblonga, una sorta di specchio opaco”: uno strumento bidirezionale che emette messaggi ma al tempo stesso cattura i suoni più sottili e le espressioni del viso. Orwell lo scrisse tra il 1947 e il 1948, quando le telecamere di sorveglianza non esistevano ancora sul mercato. Aveva comunque capito tutto.
Il punto del romanzo non è la tecnologia. È l’abitudine. Winston Smith, il protagonista, non vive nella paura costante del telescreen: ci convive. Impara a muoversi in modo da non sembrare sospetto. Smette di pensare certi pensieri in certi luoghi. La sorveglianza non deve funzionare sempre per funzionare: basta che il cittadino sappia di poter essere osservato.
Questo meccanismo ha un nome tecnico: effetto panoptico. Lo descrisse il filosofo Jeremy Bentham nel Settecento per un modello di prigione circolare dove il guardiano può vedere tutti i detenuti senza essere visto. Michel Foucault lo riprese nel 1975 in Sorvegliare e punire per spiegare come il potere moderno funzioni per interiorizzazione del controllo, non per repressione diretta. Non hai bisogno di essere punito. Basta sapere che potresti esserlo.
Philip K. Dick e i reati che non hai ancora commesso
Nel 1956 Philip K. Dick pubblica il racconto Minority Report. Nel 2002 Steven Spielberg ne fa un film con Tom Cruise. La premessa è semplice e agghiacciante: un’unità di polizia specializzata arresta i criminali prima che commettano il crimine, grazie a tre veggenti in grado di predire il futuro.
Le tecnologie di riconoscimento facciale, gli scanner dell’iride, i database di massa, i software di predizione comportamentale che vengono oggi integrati in reti informatiche destinate a tracciare i movimenti, prevedere i pensieri e controllare i comportamenti stanno trasformando le visioni distopiche degli scrittori di fantascienza in realtà.
Il decreto italiano non parla di pre-crimine. Ma la logica di raccogliere dati su persone che non hanno fatto nulla, in luoghi pubblici, in attesa che forse succeda qualcosa, è strutturalmente la stessa. Si presume l’innocenza, ma si schedano tutti.
Black Mirror non è fantascienza. È reportage in ritardo
La serie britannica Black Mirror ha costruito la sua fortuna su un’idea precisa: ogni episodio è ambientato domani. L’episodio Nosedive mostra una società dove ogni interazione sociale genera una valutazione numerica, e il punteggio determina l’accesso a voli, appartamenti, lavoro. Sembrava esagerato.
Un sistema molto simile esiste già in Cina, dove tecnologie di computer vision, riconoscimento facciale e algoritmi di machine learning sono stati integrati in un sistema di tracciamento e classificazione dei cittadini. Detto questo, bisogna essere precisi: contrariamente alla credenza diffusa, il sistema cinese non è un mezzo per la sorveglianza di massa degli individui nel senso di un algoritmo unificato che calcola un punteggio per ogni cittadino. La realtà è più frammentata, con tecnologie limitate e una piena implementazione su scala nazionale tutt’altro che imminente.
Il punto non è che la distopia cinese sia già completa, ma che gli strumenti per costruirla esistono, e vengono usati in modo crescente. Il software di riconoscimento facciale basato su AI viene utilizzato in tandem con oltre 200 milioni di telecamere di sorveglianza in Cina. Queste non sono stime: sono dati delle infrastrutture. La distopia non ha bisogno di essere totale per fare danni.
Il problema che nessuno vuole nominare
C’è una questione che il dibattito italiano ha già saltato, come al solito. Il riconoscimento facciale non è neutro rispetto a chi riconosce. Studi condotti negli Stati Uniti dal MIT e dalla NIST hanno documentato tassi di errore significativamente più alti per i volti di donne e persone di colore rispetto agli uomini bianchi. Un sistema che sbaglia più spesso su certi volti, e che viene usato in contesti dove l’errore produce conseguenze legali, non è un problema tecnico. È un problema politico.
In Italia nessuno ne ha ancora parlato.
La sicurezza è l’argomento che chiude ogni dibattito
Il governo sostiene che il decreto serve a combattere la criminalità. È un argomento difficile da contrastare in astratto, perché la sicurezza è un bene reale e il riconoscimento facciale può effettivamente aiutare a identificare sospettati dopo un reato grave.
Il decreto prevede che, per il riconoscimento facciale attivato a posteriori, l’impiego sia ammesso solo dopo la commissione di un reato, anche tentato, e ai fini dell’identificazione di soggetti indiziati. Fin qui, difficile obiettare. Il problema è l’altra metà del decreto: la raccolta preventiva in luoghi pubblici, prima che accada qualunque cosa.
La storia degli strumenti di sorveglianza insegna una cosa sola: vengono introdotti per un caso limite, vengono normalizzati, vengono estesi. Le leggi antiterrorismo del 2001 sono ancora in vigore. I poteri emergenziali del Covid in molti paesi non sono mai stati completamente ritirati. Lo strumento sopravvive all’emergenza che lo ha giustificato.
Dove finisce la sicurezza e comincia il controllo
Lo studioso Byung-Chul Han sostiene che la distopia orwelliana non è più futuristica: è manifesta. La sorveglianza oggi, per quanto spesso meno esplicita nella forma, conserva la sua essenza orwelliana: l’illusione della sicurezza in cambio dell’osservazione perpetua.
La differenza tra uno stato democratico e uno stato di polizia non è mai stata nella tecnologia disponibile. È sempre stata nei limiti che la società sceglie di imporre all’uso di quella tecnologia. Quei limiti si decidono adesso, in commissione, con un iter accelerato, mentre la maggior parte dei cittadini guarda altrove.
Il volto è l’ultimo dato davvero personale che abbiamo. Non si cambia come una password. Non si revoca come un consenso. Una volta dentro una banca dati, ci resta. Sette giorni, dicono. Per adesso.
Correlati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Valeria Bocci
Source link




