Non è stato il saggio finale il traguardo più importante. Il momento più bello è arrivato molto prima, quando chi aveva paura di esporsi ha trovato il coraggio di guardare gli altri negli occhi, quando il silenzio si è trasformato in relazione e quando persone accomunate da fragilità diverse hanno scoperto di poter salire sul palco senza dover dimostrare nulla, semplicemente essendo sé stesse. È questa l’anima di Wellness Theater, il progetto promosso da Teatro Incanto ETS, che ha raccontato il proprio percorso nel corso della conferenza stampa e del saggio conclusivo, trasformando il teatro in uno spazio di incontro, inclusione e benessere.
«Oggi raccontiamo un viaggio», ha esordito il direttore artistico Francesco Passafaro, sintetizzando il senso di mesi di laboratori condivisi con ragazzi con disturbo dello spettro dell’autismo, ospiti della Fondazione Ra.Gi., donne di Mondo Rosa e del Centro Calabrese di Solidarietà ETS e gli allievi del TeatroLAB. Un percorso nato da una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: può il teatro fare davvero bene alle persone? La risposta, ha spiegato, non è arrivata attraverso teorie, ma grazie a incontri, abbracci, esercizi, sorrisi e relazioni costruite giorno dopo giorno.
Nel suo intervento Passafaro ha intrecciato la propria esperienza di regista con quella di logopedista, spiegando come arte e salute condividano la stessa missione: mettere la persona al centro. Da questa visione nasce il concetto di Teatropedia, ispirato alla Paideia greca, un teatro che non forma soltanto attori ma cittadini più consapevoli, empatici e capaci di costruire relazioni autentiche. «Il teatro non chiede la perfezione, chiede autenticità», ha affermato, ricordando come sul palcoscenico non vincano i più bravi, ma chi trova il coraggio di mostrarsi per quello che è.
Il racconto si è soffermato sulle trasformazioni osservate durante i laboratori: sguardi che da timidi diventano sicuri, persone che non pensavano di farcela e che finiscono al centro della scena, nuove amicizie, fiducia, autostima e senso di appartenenza. «Pensiamo di entrare in un laboratorio per aiutare qualcuno, poi scopriamo che siamo noi quelli che ne usciamo cambiati», ha sottolineato Passafaro, ribaltando il concetto stesso di inclusione.
Attorno a questa idea si è raccolta una rete di realtà del territorio. Sul palco della conferenza sono intervenute Amanda Gigliotti della Fondazione Ra.Gi., Assunta Cardamone per Mondo Rosa e Centro Calabrese di Solidarietà ETS, Annamaria Lucchino dell’associazione Oltre l’Autismo Catanzaro ODV, Roberta Petrillo, in rappresentanza di Artisti in Corsia, e Francesca Guerra, responsabile di TeatroLAB e logopedista. Per Annamaria Lucchino, presidente dell’associazione Oltre l’Autismo Catanzaro ODV, il progetto rappresenta soprattutto un cambio di paradigma. «Negli ultimi anni è cambiato profondamente il modo di guardare alla disabilità. Se un tempo prevaleva un approccio assistenziale, oggi la sfida è mettere davvero la persona al centro, riconoscendone non soltanto i bisogni, ma anche i desideri e il diritto a costruire il proprio progetto di vita».
Da qui la scelta di creare laboratori condivisi tra ragazzi con disabilità e coetanei neurotipici, perché, ha spiegato, «l’inclusione non può essere soltanto un principio da affermare, ma deve diventare una pratica concreta, vissuta ogni giorno». Per le famiglie coinvolte «è un primo passo verso un cambiamento culturale: guardare le persone con disabilità non come destinatari di assistenza, ma come cittadini pienamente inseriti nella comunità».
Lo stesso concetto attraversa l’intervento di Amanda Gigliotti, della Fondazione Ra.Gi., che ha sottolineato il valore del lavoro condiviso. «Per noi era importante che questa esperienza fosse vissuta insieme: non soltanto dalle persone coinvolte direttamente nei laboratori, ma anche dagli operatori, dagli educatori, dai volontari e dall’intera comunità». L’inclusione, ha osservato, nasce dalla partecipazione di tutti. Per chi convive con la demenza o con altre patologie neurodegenerative, attività come queste rappresentano «una vera terapia per il benessere della persona», capace di stimolare emozioni, relazioni e qualità della vita. «La cosa più bella è stata vedere le persone sentirsi protagoniste, ascoltate e parte di una comunità. L’inclusione significa proprio questo: non fare qualcosa per le persone, ma vivere esperienze con le persone».
Un’esperienza che dialoga con quella raccontata da Roberta Petrillo, dell’associazione Acsa&Ste ETS, intervenuta in rappresentanza del presidente Giuseppe Raiola per illustrare il progetto Artisti in Corsia. Nato quasi per caso nel reparto di Pediatria, il progetto ha trasformato la malattia in occasione di condivisione, valorizzando i talenti dei ragazzi. «Perché condividere soltanto il dolore e la terapia quando si possono condividere anche le passioni e i sogni?». Oggi quel percorso coinvolge bambini con patologie croniche, persone con disabilità e ragazzi con disturbo dello spettro autistico, dimostrando che «la malattia non può essere l’unico elemento che definisce una persona». Il momento più emozionante, ha raccontato, è vedere un ragazzo che durante una terapia smette di pensare al dolore e inizia a parlare di musica, teatro o di un’esperienza vissuta insieme agli altri. «La cultura e il teatro possono migliorare concretamente la qualità della vita delle persone».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Romina Ranieri, psicologa del Centro antiviolenza Mondo Rosa del Centro Calabrese di Solidarietà ETS. «Le donne che seguiamo portano con sé storie e bisogni profondamente diversi. Iniziative come questa permettono di mettere al centro la persona e costruire reti tra associazioni e istituzioni». Per Ranieri il lavoro di rete è decisivo perché «solo mettendo insieme competenze ed esperienze possiamo costruire percorsi di inclusione e rinascita». Le attività teatrali offrono alle donne uno spazio nel quale non essere identificate esclusivamente con la violenza subita, ma ritrovare fiducia, autostima e una nuova progettualità di vita. «Il nostro obiettivo è restituire alle persone la possibilità di sentirsi parte di una comunità accogliente, capace di ascoltare e accompagnare verso una reale autonomia».
Per Francesca Guerra il vero risultato non è stato lo spettacolo finale, ma il cammino condiviso: imparare ad ascoltare, rispettare i tempi dell’altro, fidarsi e sentirsi parte di una comunità. Un percorso che dimostra come cultura, salute e terzo settore possano dialogare costruendo opportunità concrete di crescita per l’intero territorio.
Poi sono state le emozioni a prendere il posto delle parole. Sul palco si sono alternati i protagonisti del saggio conclusivo: Domenico Scalzo, Sara Mininni, Lorenzo Papaleo, Andrea Chirillo, Lorenzo Barberio, Mariarita Nicastro, Stefano Cardone, Damiana Grande, Francesco De Fazio, Martina, Maria Foderaro, Valentina Lamanna, Angelo Ambrosio, Gerarda Golfieri, Aldo Veraldi, Anna Palmese, Marinella Bruno, Rita Sia, Giuseppina De Gregorio, Antonio Tomaselli, Rebecca Borromeo e Simona Rettura hanno dato vita a monologhi, poesie, interpretazioni teatrali, brani musicali e coreografie, offrendo al pubblico non una semplice esibizione artistica, ma il racconto di un percorso umano condiviso. Tra gli adattamenti proposti figuravano anche testi curati da Elisa Condello, mentre le musiche hanno accompagnato ogni momento di questo viaggio collettivo.
«Il teatro non cambia le persone. Permette loro di ritrovarsi», ha concluso Francesco Passafaro. È un messaggio che supera il palcoscenico e diventa una responsabilità per tutta la comunità: imparare a guardare ogni persona non per le sue fragilità, ma per le possibilità che porta con sé. Perché, come ha dimostrato Wellness Theater, il sipario può anche chiudersi, ma il vero spettacolo continua ogni volta che qualcuno sceglie di tendere una mano all’altro.
L’iniziativa, sostenuta nell’ambito del programma “Sostegno e promozione turistica e culturale – Progetti culturali 2025”, è realizzata con il contributo della Regione Calabria, della Città di Catanzaro, dell’Unione europea e della Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le Politiche di Coesione.
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Cristina Rotundo
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