di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
C’è un numero, uscito questa settimana dai dati di Bankitalia, che merita più attenzione di quanta gliene abbiano dedicata i titoli dei giornali: sui conti correnti degli italiani restano fermi 1.163 miliardi di euro, un importo rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quattro anni, con una variazione minima dello 0,4%. Dietro l’apparente stabilità di questa cifra si nasconde però un fenomeno tutt’altro che neutro: il caro vita ha eroso l’11% del potere d’acquisto di quelle somme, un dato che equivale, in termini reali, a una perdita silenziosa e diffusa su una delle voci più importanti del patrimonio finanziario delle famiglie italiane.
È il paradosso strutturale del risparmio italiano, che la stampa economica torna periodicamente a segnalare senza che la propensione degli italiani alla liquidità ne risulti mai davvero scalfita. Da decenni l’Italia si distingue in Europa per l’entità del risparmio privato accumulato dalle famiglie, ma anche per la scarsa propensione a investirlo in strumenti che ne proteggano il valore reale nel tempo. La liquidità sui conti correnti, priva di rendimento o quasi, si è rivelata negli ultimi quattro anni un’opzione particolarmente costosa, proprio nella fase in cui l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto a ritmi che l’Italia non conosceva dagli anni Novanta.
Le ragioni di questa scelta non sono soltanto culturali, per quanto il fattore culturale — la diffidenza verso i mercati finanziari, la memoria di crisi bancarie passate, la preferenza per la sicurezza percepita della liquidità — resti innegabile. C’è anche una componente demografica: una popolazione che invecchia tende a privilegiare la conservazione del capitale rispetto alla sua crescita, per ragioni di prudenza legate all’orizzonte temporale più breve. E c’è una componente di fiducia nel sistema: la complessità e, in alcuni casi, l’opacità dei prodotti di investimento offerti al risparmiatore medio hanno storicamente scoraggiato una parte consistente della popolazione dall’affidare i propri risparmi a strumenti più remunerativi.
Il tema ha una rilevanza diretta anche per il sistema produttivo che Unimpresa rappresenta. Un risparmio immobilizzato sui conti correnti è un risparmio che non alimenta il credito alle imprese, non finanzia l’innovazione, non sostiene gli investimenti produttivi delle piccole e medie realtà che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana. Il canale bancario tradizionale continua certamente a intermediare parte di questa liquidità verso il credito alle imprese, ma la quota di risparmio che potrebbe orientarsi verso strumenti più diretti — penso ai fondi di private debt, al risparmio previdenziale integrativo, agli strumenti di investimento a medio termine legati all’economia reale — resta strutturalmente sottodimensionata rispetto ad altri Paesi europei.
Non è la prima volta che si invoca una maggiore educazione finanziaria come soluzione al problema. È una ricetta che rischia di suonare consunta, se non accompagnata da un ripensamento più ampio degli incentivi fiscali e normativi che orientano le scelte di allocazione del risparmio delle famiglie. Un sistema che continua a tassare allo stesso modo la liquidità infruttifera e gli investimenti produttivi non incentiva alcun cambiamento di comportamento, per quanto informato possa essere il risparmiatore.
Il dato di Bankitalia, in questo senso, non è soltanto una fotografia statistica, ma un indicatore di quanto lavoro resti da fare per trasformare l’enorme ricchezza finanziaria privata italiana — tra le più consistenti d’Europa in rapporto al Pil — in una leva reale di sviluppo per il sistema produttivo nazionale, anziché lasciarla esposta, come accaduto in questi quattro anni, alla progressiva erosione dell’inflazione.
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Paolo Longobardi
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