Sette mesi di indagini, centinaia di testimonianze, decine di reperti alimentari sequestrati e ora altri 131 campioni raccolti nella casa di Pietracatella. L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvelenate con la ricina, entra in una fase particolarmente delicata. Gli investigatori cercano una traccia che possa indicare non soltanto dove sia stato maneggiato il veleno, ma soprattutto attraverso quale alimento o bevanda sia arrivato alle due vittime.
Ed è proprio all’interno dell’abitazione di via Risorgimento che potrebbe nascondersi uno degli elementi più interessanti: il sifone degli scarichi. Un punto apparentemente secondario della casa che, secondo l’ipotesi illustrata dalla criminologa Anna Vagli durante Vita in Diretta di venerdì 31 luglio 2026, potrebbe avere conservato eventuali residui anche dopo il passaggio dell’acqua.
Parallelamente si apre un altro fronte, questa volta a migliaia di chilometri dal Molise. Gli investigatori stanno infatti cercando di identificare un misterioso utente, denominato Mister X, che, nei mesi precedenti alla tragedia, avrebbe effettuato in inglese ricerche e domande online sulla ricina. La piattaforma utilizzata ha sede in California e per arrivare all’identità di chi si nasconde dietro il nickname sarà necessaria la cooperazione con le autorità statunitensi e il coinvolgimento dell’Fbi.
Il sopralluogo nella casa e i 131 reperti
La giornata decisiva per i nuovi accertamenti è stata quella di giovedì 30 luglio. Gli specialisti tedeschi del Robert Koch-Institut hanno lavorato per circa 15 ore tra la casa della famiglia e l’orto, insieme alla polizia italiana, alla ricerca di eventuali residui della sostanza tossica. Come riferito dall’inviata Antonella Delprino durante Vita in Diretta del 31 luglio 2026, sono stati prelevati complessivamente 131 reperti, destinati ora ai laboratori tedeschi. Gli specialisti hanno selezionato i campioni da sottoporre agli esami passando al setaccio diversi punti dell’abitazione. L’obiettivo è verificare se, a distanza di mesi, sia ancora possibile individuare tracce di ricina su superfici, mobili, indumenti o negli scarichi. I reperti raccolti non saranno analizzati in Italia: verranno trasferiti in Germania e saranno necessari tempi tecnici che potrebbero arrivare a diverse settimane prima di conoscere i risultati.
Il ruolo del sifone: perché potrebbe essere così importante
È uno dei retroscena emersi dopo il sopralluogo. Perché cercare proprio nei sifoni? A indicare l’importanza di questo particolare è stata la criminologa Anna Vagli, intervenuta a Vita in Diretta venerdì 31 luglio. Secondo l’esperta, gli scarichi potrebbero diventare un punto importante degli accertamenti qualora qualcuno avesse lavato recipienti, utensili o altri oggetti entrati in contatto con la sostanza.
«L’acqua non cancella le tracce», ha spiegato Vagli, sottolineando come l’eventuale individuazione di residui negli scarichi potrebbe fornire agli investigatori un elemento ulteriore da valutare. La criminologa ha utilizzato un’immagine particolarmente efficace: «Le tubature diventano un testimone chiave».
Si tratta, è importante precisarlo, di un’ipotesi illustrata nel programma televisivo e non della prova che il veleno sia stato effettivamente preparato o lavato nel lavandino della casa. Saranno le analisi sui reperti a stabilire se negli scarichi siano presenti tracce utili e quale valore investigativo possano eventualmente avere. Proprio questo rende il sifone uno degli elementi più interessanti della nuova fase dell’inchiesta: se qualcuno avesse utilizzato l’acqua per eliminare residui legati alla manipolazione della ricina, gli specialisti stanno verificando se una parte di quelle tracce possa essere rimasta intrappolata nell’impianto.
La ricerca dell’alimento contaminato
Il grande interrogativo resta però invariato: come hanno assunto la ricina Antonella e Sara? È il nodo attorno al quale ruota l’intera indagine.
Gli accertamenti devono cercare di individuare il possibile veicolo della sostanza, quindi un alimento o una bevanda, e ricostruire successivamente chi possa aver avuto la possibilità di contaminarlo.
Nelle settimane precedenti diverse ipotesi erano state affrontate anche dalle trasmissioni televisive che stanno seguendo il caso. A Vita in Diretta del 21 luglio 2026, per esempio, l’attenzione si era concentrata sul mistero della colazione della vigilia di Natale e sugli accessi alla casa. Nella puntata del 23 luglio, sempre a Vita in Diretta, era stata invece discussa l’ipotesi di un piano studiato in modo da non lasciare facilmente tracce.
A Morning News del 21 luglio 2026 era stata affrontata anche l’ipotesi che la persona responsabile possa trovarsi all’interno di un ambiente molto vicino alle vittime e si era parlato della possibilità di una terza vittima mancata. Sono scenari discussi in televisione e non conclusioni giudiziarie: al momento l’inchiesta per il duplice omicidio non ha ancora individuato pubblicamente il responsabile.
Le persone riascoltate in Procura
Mentre gli specialisti tedeschi effettuavano il sopralluogo, l’attività investigativa è proseguita anche sul fronte delle testimonianze. In Procura sono tornate tre persone. Tra queste una donna coinvolta nell’inchiesta per un’ipotesi di favoreggiamento, dopo che avrebbe negato l’esistenza di tensioni tra Gianni Di Vita e Antonella Di Ielsi. Una versione che gli inquirenti stanno confrontando con il contenuto di alcune conversazioni WhatsApp.
Sono stati nuovamente ascoltati anche una docente di matematica e un tecnico di laboratorio dell’istituto agrario di Riccia. L’attenzione sulla scuola nasce da un particolare investigativo: da un computer dell’istituto sarebbero state effettuate ricerche sulla ricina nei mesi precedenti alla morte di Antonella e Sara. La coppia sarebbe stata ascoltata già tre volte. Nell’istituto, tuttavia, non sarebbe stata trovata una pianta di ricino né sarebbero emersi elementi che attestino una lavorazione della sostanza.
Il mistero delle ricerche online sulla ricina
C’è poi una pista completamente diversa, che porta fuori dall’Italia. Dopo una denuncia presentata dalla giornalista Alessandra Potena alla Questura di Campobasso, gli investigatori avrebbero individuato alcune ricerche online in inglese attribuite a un utente ancora senza identità. Nei mesi precedenti alla tragedia, questo profilo avrebbe rivolto domande sulla ricina e sui suoi effetti all’interno di forum e community anonime. Dietro il nickname potrebbe esserci un uomo o una donna. Per questo, allo stato attuale, si parla semplicemente di un possibile “Mister X” o “Miss X”.
Un altro particolare ha attirato l’attenzione: il profilo sarebbe scomparso dalla piattaforma per alcuni mesi per poi tornare attivo recentemente con lo stesso nickname. Anche in questo caso il comportamento dell’utente è un elemento da approfondire e non dimostra, da solo, alcun collegamento con il duplice omicidio.
Perché entra in gioco l’Fbi
Il problema per gli investigatori italiani è soprattutto tecnico e giudiziario. La piattaforma utilizzata dall’utente ha sede in California e per tentare di risalire ai dati associati al profilo è necessaria la cooperazione internazionale. È qui che entra in gioco l’Fbi. L’obiettivo è ottenere attraverso i canali previsti dalla cooperazione giudiziaria gli elementi utili a identificare la persona nascosta dietro il nickname. Un passaggio che potrebbe richiedere tempo e che non garantisce, da solo, che l’utente possa essere collegato alla morte di Antonella e Sara. La domanda investigativa è però evidente: chi cercava informazioni sulla ricina prima del duplice avvelenamento e perché? Per rafforzare questo fronte dell’inchiesta sarebbe stato coinvolto anche lo Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, struttura specializzata nelle investigazioni più complesse.
Ultimo aggiornamento: sabato 1 agosto 2026, 16:31
© RIPRODUZIONE RISERVATA
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link







