perché quasi 50 mila sono rientrati


Quasi cinquantamila persone hanno già percorso la strada inversa. Molti raccontano di essere tornati per la fame, per l’ostilità incontrata e perché hanno scoperto che Ceuta non era la porta spalancata verso l’Europa. Ma cosa poteva accadere in una città di appena 84 mila abitanti travolta, in poche ore, da una massa enorme e incontrollata?

di Francesco Panasci

Erano arrivati a nuoto, aggrappati a salvagenti, camere d’aria e alla promessa virtuale di un’Europa senza frontiere. In meno di quarantotto ore, decine di migliaia hanno però percorso la strada inversa, tornando in Marocco quasi con la stessa rapidità con la quale erano entrati nel territorio spagnolo.

Secondo il Ministero dell’Interno di Madrid, circa 49 mila persone avrebbero attraversato il confine nell’arco di ventiquattro ore. Le autorità locali di Ceuta hanno stimato che il numero complessivo possa avere raggiunto le 60 mila unità.

Una cifra impressionante per una città autonoma spagnola che conta appena 84 mila abitanti e che, in poche ore, si è trovata davanti a una popolazione aggiuntiva equivalente a più della metà dei propri residenti.

Non un normale flusso migratorio. Non qualche centinaio di disperati approdati su una spiaggia. Ma un ingresso collettivo, simultaneo e incontrollato, capace di mettere in crisi qualsiasi sistema di sicurezza, assistenza e approvvigionamento.

Quasi cinquantamila hanno già fatto ritorno in Marocco

Il dato politicamente più significativo riguarda il ritorno. Il governo spagnolo ha riferito che circa 48.300 persone sarebbero già rientrate in Marocco.

Molte non hanno avuto bisogno di essere imbarcate su aerei, trasferite nei centri di rimpatrio o accompagnate forzatamente oltre il confine. Hanno semplicemente rifatto il percorso inverso, anche attraverso il mare, dopo essersi rese conto che Ceuta non era ciò che avevano immaginato.

Alcuni giovani marocchini, intervistati dopo il ritorno, hanno raccontato di avere trovato fame, negozi chiusi, assenza di ripari e una popolazione locale impaurita e ostile. Altri hanno denunciato di essere stati insultati, inseguiti o aggrediti da gruppi di residenti.

Ogni eventuale violenza privata deve essere accertata e condannata. Nessun cittadino può sostituirsi alle forze dell’ordine, né la difesa dei confini può diventare il pretesto per aggressioni, vendette o episodi di razzismo.

Ma una domanda rimane inevitabile: come pensavano di essere accolti 50 mila o 60 mila individui entrati contemporaneamente e illegalmente in una città di appena 84 mila abitanti?

Credevano davvero di trovare una casa e un pasto per tutti?

Da alcune testimonianze emerge che molti dei partecipanti alla traversata fossero convinti di trovare a Ceuta strutture pronte ad accoglierli, pasti, alloggi e, soprattutto, la possibilità di essere trasferiti rapidamente nella Spagna continentale.

Le aspettative sarebbero state alimentate anche da messaggi e video diffusi sui social network, nei quali si sosteneva che la frontiera fosse ormai aperta e che, una volta entrati, sarebbe stato possibile raggiungere il resto dell’Europa.

Era una promessa che non poteva essere mantenuta.

Ceuta non è un gigantesco centro di accoglienza. Non possiede migliaia di abitazioni vuote, mense capaci di distribuire decine di migliaia di pasti e strutture sanitarie dimensionate per assistere, da un giorno all’altro, una popolazione cresciuta di oltre il cinquanta per cento.

Pensare che una città così piccola potesse offrire immediatamente un letto, una casa e del cibo a tutti significa non comprendere neppure le dimensioni materiali di ciò che è accaduto.

Una città paralizzata dalla paura

Durante le ore più difficili numerosi negozi hanno abbassato le saracinesche, molte famiglie sono rimaste chiuse in casa e le strade sono state attraversate da una massa di persone che le autorità non riuscivano più a controllare.

Sono circolati video e testimonianze riguardanti scontri, danneggiamenti e possibili tentativi di saccheggio. Su questo punto, tuttavia, è necessario mantenere una distinzione rigorosa tra i fatti documentati e le immagini o le ricostruzioni non ancora verificate.

La chiusura dei negozi per paura di furti e disordini è stata riportata da diverse fonti internazionali. Non risultano invece, almeno fino a questo momento, elementi sufficienti per parlare con certezza di un saccheggio generalizzato e organizzato di negozi, abitazioni e famiglie.

Se emergeranno denunce, arresti, verbali delle forze dell’ordine o immagini inequivocabili, sarà corretto darne conto. Per adesso è più prudente parlare di una città sconvolta, di commercianti impauriti e di episodi di tensione e violenza che dovranno essere ricostruiti singolarmente.

I residenti di Ceuta non sono “marocchini in territorio marocchino”

Occorre chiarire anche un altro aspetto. Gli abitanti di Ceuta non possono essere genericamente definiti marocchini soltanto perché la città si trova geograficamente sulla costa africana.

Ceuta è una città autonoma appartenente alla Spagna. I suoi residenti sono in larga parte cittadini spagnoli, anche se una parte consistente della popolazione è musulmana e molte famiglie hanno origini marocchine.

Le persone arrivate dal Marocco hanno quindi attraversato un confine internazionale e sono entrate, senza autorizzazione, nel territorio sovrano di un altro Stato.

Si può discutere della storia di Ceuta, delle rivendicazioni marocchine e delle contraddizioni geografiche e politiche di questa enclave. Ma fino a quando Ceuta resterà territorio spagnolo, assaltare quella frontiera significa entrare illegalmente in Spagna e, conseguentemente, nell’Unione europea.

Non tutti possono essere chiamati profughi

Tra le decine di migliaia di persone entrate possono certamente esserci individui meritevoli di protezione internazionale, minori non accompagnati e persone in condizioni di effettiva vulnerabilità. Ogni posizione dovrebbe essere valutata individualmente, nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali.

Ma definire indistintamente profughi tutti coloro che hanno partecipato all’ingresso di massa sarebbe una forzatura.

Un profugo fugge generalmente da una guerra, da una persecuzione o da un pericolo tale da rendere impossibile il ritorno nel proprio Paese. In questo caso, invece, quasi 50 mila persone sono rientrate in Marocco nel giro di poche ore, dopo avere constatato che l’approdo europeo non offriva le condizioni sperate.

Il loro ritorno non cancella la povertà, la disoccupazione e la mancanza di prospettive che possono averli spinti a partire. Dimostra però che, per una parte considerevole di loro, non si trattava di una fuga senza ritorno da un Paese nel quale la vita fosse immediatamente in pericolo.

La solidarietà ha bisogno di regole e limiti

L’Europa deve soccorrere chi rischia di morire in mare. Deve impedire che esseri umani vengano picchiati, umiliati o lasciati senza cure. Deve garantire procedure legali e condizioni dignitose anche a chi attraversa irregolarmente una frontiera.

Ma la solidarietà non può significare la rinuncia al controllo del territorio.

Non esiste alcun diritto a entrare in massa in uno Stato, travolgerne le frontiere e pretendere che una piccola comunità metta immediatamente a disposizione case, pasti, assistenza sanitaria e collegamenti verso il resto d’Europa.

Accogliere non significa arrendersi. Rispettare la dignità delle persone non significa cancellare i confini. Salvare chi sta annegando non significa assicurargli automaticamente la permanenza nel Paese raggiunto.

Uno Stato che non è in grado di decidere chi entra nel proprio territorio, attraverso quali procedure e a quali condizioni, non esercita più pienamente la propria sovranità.

Il fallimento politico del governo Sánchez

Il governo di Pedro Sánchez dovrà spiegare come sia stato possibile che decine di migliaia di persone raggiungessero contemporaneamente il confine e riuscissero ad attraversarlo via terra e via mare.

Dovrà chiarire perché i segnali circolati nei giorni precedenti non abbiano prodotto un rafforzamento preventivo e adeguato della sicurezza e perché la città si sia trovata improvvisamente travolta da un evento che non poteva essere gestito con i normali strumenti dell’accoglienza.

La responsabilità politica non consiste soltanto nel soccorrere dopo l’emergenza. Consiste soprattutto nel prevenire l’emergenza, proteggere i cittadini e impedire che migliaia di persone vengano illuse, spinte verso il mare e trasformate in uno strumento di pressione politica o diplomatica.

Anche il governo marocchino dovrà spiegare fino in fondo che cosa abbia fatto per fermare la partenza di una massa tanto grande di persone. Affermare di non avere incoraggiato l’operazione non basta, qualora risultasse che non sia stato fatto tutto il possibile per impedirla.

La grande illusione è durata poche ore

L’immagine destinata a restare non è soltanto quella delle migliaia di giovani che nuotano verso Ceuta. È anche quella del loro ritorno.

Erano partiti pensando forse di avere trovato una scorciatoia verso l’Europa. Hanno incontrato una città paralizzata, priva di spazi e risorse sufficienti, una popolazione spaventata e un confine che, dopo poche ore, è tornato a chiudersi.

Alcuni denunciano di essere stati trattati male e ogni denuncia credibile dovrà essere verificata. Ma non si può rovesciare completamente la realtà e trasformare chi ha subito un ingresso collettivo senza precedenti nell’unico responsabile di quanto accaduto.

Una comunità di 84 mila abitanti non può assorbire in poche ore 50 mila o 60 mila persone senza precipitare nel caos.

Non è mancanza di umanità. È aritmetica. È organizzazione dello Stato. È tutela della sicurezza. È il limite materiale oltre il quale l’accoglienza smette di essere possibile e diventa collasso.

Ceuta ha dimostrato che le frontiere europee possono essere travolte in poche ore. Ma ha dimostrato anche che le promesse diffuse sui social, le scorciatoie e l’illusione di un’accoglienza senza condizioni possono dissolversi con la stessa velocità.

L’Europa non può essere un territorio nel quale chiunque entra come vuole, quando vuole e nel numero che vuole. Difendere questa evidenza non significa essere contro i migranti. Significa essere dalla parte della legalità, dello Stato e di un’accoglienza possibile, organizzata e realmente umana.


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