Il regime cinese non riesce più a contenere la sovrapproduzione


Il regime cinese non riesce più a contenere l’eccesso di produzione interna. Un problema che sta causando effetti devastanti sia all’interno della Cina che nei mercati internazionali e sta spingendo Stati Uniti e Unione europea a imporre dazi e restrizioni più severe nei confronti delle esportazioni cinesi.

Il rappresentante statunitense per il Commercio, Jamieson Greer, ha dichiarato il 27 luglio a Fox News che Washington sta conducendo un’indagine mirata proprio alle politiche industriali di Paesi come la Repubblica Popolare Cinese, e che l’inchiesta potrebbe tradursi in dazi più elevati. Il regime comunista sta infatti «sovvenzionando» le aziende, che in questo modo non hanno bisogno di realizzare profitti e possono «esportare beni manifatturieri negli Stati Uniti praticando il dumping». Una situazione peraltro nota da decenni – e che ha contribuito a «deindustrializzare» le economie occidentali, come in passato ha puntualizzato Marco Rubio – ma ora a Washington c’è un’amministrazione che sembra decisa a dire basta.

Il 24 luglio Washington ha inoltre imposto un ulteriore dazio del 12,5 percento sulle merci cinesi, dichiarando che il Partito comunista cinese «non ha contrastato adeguatamente il lavoro forzato» (formula retorica, poiché è noto come il “miracolo” cinese si basi su costi di manodopera irrisori, quando non nulli come nello Xinjiang, dove almeno un milione di uiguri lavorano ridotti in schiavitù). Il provvedimento ha già portato l’aliquota media applicata dagli Stati Uniti ai prodotti cinesi al 22,2 percento.

Il regime cinese risponde sostenendo – contro ogni evidenza – che non esista un rapporto automatico tra sussidi pubblici e dumping ed eccesso di capacità produttiva, e arrivando ad accusare Stati Uniti  e Ue di pratiche anticoncorrenziali. Intanto i dati diffusi il 14 luglio dall’Amministrazione generale delle dogane cinese mostrano esportazioni ai massimi storici: a giugno hanno raggiunto i 412 miliardi e 380 milioni di dollari, con un surplus commerciale mensile di 125 miliardi e 600 milioni. Tutte merci prodotte in modo sleale (e a volte col lavoro schiavistico) in Cina invece che in Occidente.

Per altri analisti, inoltre, la rapidità della risposta del regime comunista rivela una profonda fragilità del modello economico cinese. Con una domanda interna ormai fortemente indebolita, la Cina ha poche alternative se non quella di riversare la propria produzione in eccesso sui mercati esteri, in particolare in America Latina e in Africa. Inoltre, la dittatura comunista non avrebbe alcun interesse a ridurre realmente la sovrapproduzione, perché ciò provocherebbe una brusca contrazione del settore manifatturiero, «trascinando l’economia cinese in una recessione ancora più grave».

Il rallentamento, ormai sempre più evidente dell’economia cinese, è confermato persino dai dati ufficiali. L’indice Pmi manifatturiero cinese è sceso a luglio a 49,2 punti, in calo di 1,2 punti rispetto a giugno, tornando per la prima volta da febbraio sotto la soglia dei 50; valore che separa l’espansione dalla contrazione del settore. Anche la crescita resta debole: nel secondo trimestre il Pil è aumentato del 4,3 percento, al di sotto dell’obiettivo ufficiale fissato dal regime tra il 4,5 e il 5 percento; il più modesto degli ultimi decenni. Numeri da prendere con le pinze, vista la prassi ormai consolidata del regime di gonfiare i dati, e che quindi potrebbero essere anche peggiori di quelli dichiarati.

La sovrapproduzione cinese ha provocato un forte crollo dei prezzi, soprattutto nel comparto dei pannelli fotovoltaici, comprimendo i margini delle stesse imprese cinesi e saturando contemporaneamente i mercati internazionali, e mettendo fuori dal mercato molti concorrenti esteri, offrendo agli acquirenti tecnologie verdi a prezzi molto più bassi».
Secondo il quotidiano economico cinese Yicai, i tre maggiori produttori di pannelli solari del Paese (Tongwei, Longi e Tcl Zhonghuan) dovrebbero registrare nel primo semestre del 2026 perdite complessive superiori a 10 miliardi di yuan (1 miliardo e 480 milioni di dollari), a causa dello squilibrio tra domanda e offerta e del calo della domanda. E per vari esperti, attualmente il settore fotovoltaico cinese si ritrova in un limbo in cui l’eccesso di produzione sta alimentando una concorrenza spietata, e sta rendendo impossibile perfino ai produttori cinesi stessi di generare profitti.

Inoltre, come detto, i massicci sussidi del Partito comunista cinese stanno stravolgendo i mercati internazionali e marginalizzando le industrie estere. Una valutazione condivisa anche dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che in un’analisi pubblicata il primo giugno ha rilevato come le imprese cinesi ricevano fino a otto volte più sostegno economico pubblico rispetto ai concorrenti stranieri. Tutti sussidi che il regime comunista eroga in settori cardine come il fotovoltaico, l’acciaio e l’alluminio, con gravi ripercussioni sulla concorrenza e sulla distribuzione delle quote di mercato.

In pratica, la sovrapproduzione cinese sta ormai causando gravi conseguenze sia per la stessa economia interna che per il resto del mondo e, in risposta, la Cina sta puntando tutto sui veicoli a nuova energia, batterie, prodotti legati all’energia solare e sull’intelligenza artificiale. E anche qualora il regime di Pechino ottenesse dagli Stati Uniti un tetto ai dazi, proseguono gli esperti, l’amministrazione Trump potrebbe comunque adottare nuove strategie se il problema della sovrapproduzione non viene risolto. Washington ha già imposto un dazio del 100 percento sui veicoli elettrici cinesi, «escludendoli dal mercato americano», e altri prodotti presto potrebbero essere «i prossimi della lista».

Anche altri Paesi potrebbero seguire a ruota, limitando le importazioni cinesi. L’Unione europea dispone già di diversi strumenti per contrastare la sovrapproduzione cinese: dazi antidumping, norme contro i sussidi, quote alle importazioni, leggi sulle sovvenzioni estere, restrizioni negli appalti pubblici, controlli sugli investimenti e programmi di sostegno alle imprese europee. Ma Paesi europei si trovano in una posizione difficile: pur chiedendo a Pechino una competizione più equa, faticano a confrontarsi con aziende sostenute dal regime e inserite in filiere produttive completamente integrate. Quando questi Paesi comprenderanno appieno l’entità del loro deficit commerciale causata da questo squilibrio, concludono gli esperti, lo scontro commerciale con la Cina sarà inevitabile.



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 Redazione ETI/Jarvis Lim

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