Colloqui sì, colloqui no. La montagna russa delle dichiarazioni di Trump sulla guerra contro l’Iran prosegue senza sosta, ma sembra nascondere una verità scomoda per la Casa Bianca: Washington starebbe esaurendo le proprie scorte di armi. A sostenerlo è una fonte anonima del Pentagono citata dalla CNN, in un articolo che ha spinto il governo statunitense a intervenire per smentire la ricostruzione e a minacciare ritorsioni. «I “divulgatori” di queste dichiarazioni traditrici stanno venendo braccati», ha affermato Trump. «Saranno richieste lunghe pene detentive». Le indiscrezioni pubblicate dalla CNN, tuttavia, sono in linea con le stime del Centro per gli studi strategici e internazionali, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero già impiegato circa la metà dei missili Patriot e un terzo dei Tomahawk. Nel frattempo, Washington sostiene che il raggiungimento di una tregua sia imminente, mentre l’Iran ha smentito l’esistenza di colloqui con gli Stati Uniti, ribadendo di portare avanti negoziati esclusivamente con l’Oman.
Non è la prima volta che la stampa statunitense diffonde indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti starebbero esaurendo le proprie scorte di armi nel conflitto con l’Iran. Già ad aprile il Wall Street Journal citava funzionari statunitensi che avrebbero espresso dubbi sulla consistenza delle riserve belliche di Washington, preoccupazioni successivamente rilanciate anche da altri media del Paese, tra cui il New York Times. Una dinamica analoga si è ripresentata negli ultimi giorni: questa volta a dare il via alle indiscrezioni è stata la CNN, anche se già a fine luglio testate come NBC riferivano che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a lasciare deliberatamente passare alcuni missili iraniani per limitare il consumo dei propri intercettori, a fronte di una presunta riduzione delle scorte accumulatasi nei mesi precedenti. Vale la pena sottolineare che, tra le testate citate, tutte tranne il Wall Street Journal sono generalmente considerate vicine ad aree politiche liberali; lo stesso WSJ, tuttavia, pur essendo tradizionalmente associato a posizioni più conservatrici, negli ultimi anni ha più volte assunto un atteggiamento critico nei confronti di alcune iniziative di Trump, compresa la campagna militare contro l’Iran.
Viste le piattaforme da cui vengono diffuse, tali ricostruzioni potrebbero avere lo scopo di aumentare la pressione interna su Trump per spingerlo a interrompere la guerra contro la Repubblica Islamica. Ciò, tuttavia, non implica che siano prive di fondamento. Diversi elementi suggeriscono infatti che gli Stati Uniti abbiano iniziato a razionalizzare l’impiego delle proprie munizioni, primo fra tutti il calo dell’intensità delle operazioni rispetto ai primi mesi del conflitto. Va poi ricordato che, fin dall’inizio della guerra, Trump ha ripetutamente chiesto agli alleati europei e della NATO di affiancare militarmente Washington, senza ottenere il sostegno sperato. Nonostante ciò, alcuni Paesi, tra cui l’Italia, hanno inviato forniture militari agli Stati del Golfo, che denunciavano una carenza di missili intercettori. A ciò si aggiungono le richieste provenienti dall’altro principale fronte della geopolitica mondiale: da settimane Zelensky sollecita gli Stati Uniti a fornire ulteriori missili Patriot all’Ucraina e, all’inizio di luglio, Trump aveva mostrato una rara apertura alla possibilità di concedere direttamente la licenza per produrli. Pur avendo successivamente ridimensionato questa ipotesi, il fatto stesso che abbia prospettato un trasferimento di tecnologia anziché la consegna immediata di missili costituisce un ulteriore indizio di possibili difficoltà nel disporre di scorte sufficienti di Patriot.
Per ovvie ragioni, non è possibile sapere con certezza quante scorte di armi rimangano nell’arsenale statunitense. Le informazioni sulla consistenza esatta dei missili e degli intercettori in dotazione agli Stati Uniti sono infatti classificate e non accessibili al pubblico. Ciò nonostante, negli ultimi mesi diversi centri di ricerca hanno provato a stimare il consumo di munizioni nel conflitto con l’Iran, incrociando i dati pubblici sulla produzione missilistica statunitense con quelli relativi ai lanci e agli impieghi documentati. Sebbene si tratti di stime, rappresentano le valutazioni più vicine alla realtà attualmente disponibili. Tra gli istituti che hanno affrontato con maggiore continuità la questione figura il Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), che già ad aprile aveva espresso dubbi sulla tenuta dell’arsenale statunitense. Secondo le stime aggiornate del CSIS, al 31 luglio gli Stati Uniti avrebbero già impiegato circa la metà delle proprie scorte iniziali di missili difensivi Patriot, THAAD e PrSM, e circa un terzo di quelle dei principali missili offensivi a lungo raggio, tra cui JASSM, SM-2, SM-3, SM-6 e Tomahawk.
È bene sottolineare che l’esaurimento delle scorte non equivale all’azzeramento dell’arsenale. Lo stesso CSIS osserva che gli Stati Uniti disporrebbero ancora di munizioni sufficienti «per qualsiasi scenario plausibile di guerra contro l’Iran». Il problema è un altro: le scorte di armamenti non sono destinate esclusivamente al conflitto con Teheran. Il rischio, evidenziato tanto dal CSIS quanto dai funzionari del Pentagono citati dalla stampa statunitense, è quello di raggiungere un livello delle riserve tale da compromettere la capacità di Washington di intervenire negli altri fronti già aperti o di rispondere a eventuali nuove crisi. Molti sistemi missilistici, infatti, sono particolarmente costosi e richiedono mesi, se non anni, per essere prodotti e ricostituiti. La questione, dunque, non è tanto se gli Stati Uniti dispongano ancora di armi – perché ne dispongono – bensì quanta parte del proprio arsenale possano permettersi di destinare alla guerra contro l’Iran senza compromettere la propria capacità di deterrenza e di intervento negli altri teatri strategici.
Quando i centri di analisi parlano di possibili nuovi fronti, il riferimento principale è quello di Taiwan. Secondo il CSIS, diverse delle munizioni impiegate nella guerra contro l’Iran sarebbero infatti essenziali anche in un eventuale conflitto nel Pacifico con la Cina. Inoltre, osserva il centro, «già prima del conflitto attuale, numerose analisi evidenziavano la necessità di maggiori scorte di munizioni. L’operazione Epic Fury ha aggravato questo problema, e ora si prospetta un lungo periodo di ricostruzione», stimato in almeno tre anni. Di fronte a quella che si profila come una criticità nella disponibilità di armamenti, Trump ha accelerato i programmi di produzione bellica, con l’obiettivo di triplicare la produzione di missili intercettori Patriot e quadruplicare quella dei sistemi THAAD. Parallelamente, la Casa Bianca sembra voler chiudere rapidamente il dossier iraniano, continuando ad annunciare una tregua ormai imminente: dall’inizio della settimana, Washington ha dichiarato per due volte che un accordo sarebbe stato raggiunto «tra oggi e domani». Teheran ha smentito questa ricostruzione, pur sostenendo che funzionari statunitensi avrebbero avviato contatti con i mediatori del Pakistan, manifestando un’apertura a «rientrare nei propri impegni».
Non è chiaro cosa l’Iran intenda quando parla di un «rientro nei propri impegni». Se con questa espressione Teheran facesse riferimento a un ritorno ai termini dell’accordo del 17 giugno, ciò implicherebbe, di fatto, una netta sconfitta per Washington: dopo settimane di guerra e un massiccio impiego di risorse militari, gli USA finirebbero per ottenere solo la riapertura di uno stretto di mare che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata, e l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un’arma che ha sempre affermato di non volere.
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Dario Lucisano
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