Cinque ore per difendere il proprio operato e respingere le accuse sulla gestione della pandemia. L’attesissima audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione Covid si è trasformata in una lunga arringa difensiva e a tratti autocelebrativa, destinata a proseguire il 14 settembre. «Potete scavare quanto volete, non troverete mai qualcosa di illecito», ha scandito l’ex premier, denunciando un «plotone d’esecuzione» orchestrato da Giorgia Meloni e una «gabbia di protezione verso gli amministratori locali» del centrodestra. Il nodo riguarda il perimetro stesso dell’inchiesta, che esclude la gestione delle Regioni, nonostante le loro competenze sanitarie. Meloni, sui social, ha respinto le accuse: «A differenza sua non mi interessa gettare fango su nessuno, né trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in un terreno di scontro personale […] La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani».
Conte ha scelto di partire al contrattacco annunciando di aver consegnato alla Procura di Roma un verbale di dieci pagine, datato 14 aprile 2022 e ricevuto attraverso una lettera anonima, relativo alla fornitura di mascherine della JC Electronics. Il caso riguarda il contenzioso concluso con una transazione tra lo Stato e la società per circa cento milioni di euro. L’ex premier ha chiesto che il documento rimanesse agli atti e ha «diffidato» il ministero della Salute dall’effettuare il pagamento. Un coup de théâtre dal tempismo perfetto. Il presidente della Commissione Marco Lisei è intervenuto per precisare: «È fuori dal nostro perimetro, non possiamo indagare su fatti successivi alla pandemia». Conte ha replicato: «È di interesse pubblico se sono stati pagati cento milioni che possono essere il corrispettivo di mascherine contraffatte». Alice Buonguerrieri ha però sostenuto che il documento fosse già stato sottoposto alla magistratura. L’effetto politico dell’annuncio era comunque evidente: passare dalla difesa al contrattacco, spostando il fuoco sull’attuale governo.
Il leader del M5S ha affrontato anche il nodo del piano pandemico, ricordando che il nuovo PanFlu fu approvato nel gennaio 2021, circa 16 mesi dopo l’insediamento del Conte II. Un dato che l’ex premier ha contrapposto ai 42 mesi impiegati, secondo il suo calcolo, dall’attuale governo. Resta però il nodo di fondo, centrale nell’inchiesta: capire perché nel 2020 l’Italia si fece trovare con un piano pandemico fermo al 2006. L’audizione si è poi concentrata su uno dei capitoli più controversi di quella stagione: le restrizioni. L’ex premier ha difeso lo stato d’emergenza, ricordando persino che Sabino Cassese aveva evocato il rischio di una «svolta autoritaria». La proroga, sostiene, era indispensabile per permettere alla Protezione civile di operare. A sintetizzare la sua lettura di quella stagione è una frase: «La popolazione ha condiviso un patto proposto dal governo accettando di assoggettarsi alle restrizioni necessarie a realizzare l’obiettivo comune di combattere il virus e conquistare la salvezza». Un “patto condiviso” difficile, però, da conciliare con misure imposte che incisero profondamente sulla vita e sulle libertà degli italiani.
Ancora più vistoso il funambolismo sui vaccini. Conte ha ricordato che Green Pass e obbligo per gli over 50 furono introdotti dal governo Draghi, rivendicando per il proprio esecutivo la scelta di non imporre la vaccinazione. Del Green Pass ha però difeso la logica del «dovere libero»: una “libertà di scelta” accompagnata da precise limitazioni per chi decideva di non vaccinarsi. La ricostruzione lascia fuori un passaggio tutt’altro che marginale: il Movimento 5 Stelle faceva parte della maggioranza che sosteneva il governo Draghi e votò in Parlamento sia i provvedimenti sul Green Pass sia l’obbligo vaccinale per gli over 50. Quando Francesco Filini (FdI) gli ha ricordato precedenti dichiarazioni favorevoli a «estendere l’obbligo vaccinale», Conte ha preso le distanze dalle «castronerie» e dalla «volontà di persecuzione» della stagione Draghi, salvo poi ribadire una linea molto netta contro il provvedimento volto a reintegrare i sanitari radiati perché, a suo dire, il personale sanitario non può «rivendicare la libertà di essere contro i vaccini. Perché c’è un giuramento di Ippocrate e perché lo stadio avanzato della conoscenza scientifica ti impone quello». E ai “no vax” riserva un congedo sprezzante: «Io oggi non sto qui a prendere un voto di un no vax, ve li lascio tutti a voi», rivolgendosi ancora a Filini. Contemporaneamente, ha proposto al governo di istituire un fondo da cento milioni per le reazioni avverse ai vaccini, perché «a volte capita», come se si trattasse di pochi, limitati casi.
Surreale, infine, lo spazio riservato alla missione russa del marzo 2020, riletta con le categorie geopolitiche successive alla guerra in Ucraina e con il sospetto, più volte evocato, che dietro gli aiuti potessero celarsi attività di intelligence. Incalzato dalla deputata di Azione Federica Onori, Conte ha respinto questa lettura ricordando che la collaborazione «era frutto di un accordo bilaterale della Protezione civile per la gestione delle catastrofi. Non è stata costruita da me con uno slancio filorusso». E ha tagliato corto: «Più spiego che io condanno Putin, più lo ignorate, ma fa parte della polemica politica […] Si è trattato di un aiuto concreto, non di propaganda».
Ancora una volta, restano sullo sfondo molti nodi centrali: cure domiciliari, l’operato delle RSA, responsabilità delle singole Regioni, rapporto tra politica e comitati tecnico-scientifici, lockdown, campagna vaccinale, reazioni avverse e decisioni della seconda fase dell’emergenza. L’audizione ha mostrato le contraddizioni di Conte – da alcuni commentatori paragonato a una anguilla – ma anche il limite di una Commissione che rischia di trasformarsi nell’ennesimo teatrino politico. Se l’obiettivo è ricostruire l’intera gestione della pandemia, resta da capire perché il confronto politico si concentri soprattutto su Conte, senza che finora un analogo approfondimento abbia riguardato anche Roberto Speranza e Mario Draghi. Se, invece, Conte deve diventare il bersaglio privilegiato perché oggi è un avversario della maggioranza e si avvicinano le elezioni politiche, l’inchiesta rischia di perdere la propria ragion d’essere. La verità sulla pandemia, per usare le parole di Meloni, è davvero «un diritto degli italiani». Proprio per questo non può essere selettiva né diventare terreno di scontro politico.
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Enrica Perucchietti
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