Come parlare di salute mentale ai bambini (senza spaventarli)


Per anni abbiamo parlato ai bambini di denti da lavare, ginocchia sbucciate, febbre da tenere sotto controllo. Molto meno, invece, di paura, vergogna, ansia, tristezza, senso di colpa, solitudine. Come se il corpo meritasse parole e la vita emotiva dovesse arrangiarsi in qualche modo nel retrobottega. Oggi sappiamo che non funziona così. E la psicoterapeuta Camilla Stellato ce lo spiega con una chiarezza disarmante.


Come si affronta un disturbo del comportamento alimentare in famiglia?

Parlare di salute mentale con i bambini non è più un tabù da intellettuali o da famiglie illuminate. È diventata, o almeno dovrebbe diventare, una pratica quotidiana. Come insegnare a mangiare con la forchetta.

Quando si inizia a parlare di emozioni ai bambini

La prima domanda che ogni genitore si fa è: a che età si parla di emozioni difficili? “Da subito. Le emozioni si sperimentano fin dalla nascita, quindi educare un bambino a riconoscere quello che sente fa parte della crescita tanto quanto insegnargli a parlare, mangiare o stare in relazione con gli altri”, risponde senza esitazione Stellato.

Non servono discorsi complessi o parole tecniche. “Un bambino piccolo può capire benissimo frasi come ‘vedo che sei triste’, ‘ti sei spaventato’, ‘oggi il tuo corpo è molto agitato’: è così che si costruisce alfabetizzazione emotiva”.

E i genitori di oggi sono più pronti rispetto alle generazioni precedenti? In parte sì. Il Covid ha aperto una crepa nel muro del silenzio: la salute mentale è entrata nei social, nelle scuole, nei media. Ma attenzione, avverte la psicoterapeuta: “Tra il parlarne e l’aver davvero superato lo stigma c’è ancora differenza. Facciamo ancora molta fatica ad accettare la sofferenza psicologica come qualcosa di reale e legittimo quanto una malattia fisica, perché continuiamo spesso a leggerla attraverso l’idea della volontà: ‘reagisci’, ‘non pensarci’, ‘tirati su’. E questo vale anche con i bambini”.

I dati del MINDex 2026 – il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani realizzato da Unobravo in collaborazione con Ipsos Doxa – sembrano confermare questo cambiamento culturale. Solo 2 italiani su 10 raccontano di essere cresciuti con genitori capaci di aiutare i figli a dare un nome alle emozioni, mentre per oltre la metà il tema veniva evitato, minimizzato o affrontato in modo discontinuo. In circa il 10% dei casi, parlare apertamente di emozioni era addirittura scoraggiato con frasi come “non esagerare” o “non piangere”. Oggi, però, il quadro appare diverso: 1 genitore su 2 dichiara di voler educare i propri figli in modo deliberatamente diverso rispetto a come è stato cresciuto, mettendo al centro ascolto, consapevolezza emotiva ed empatia.

Le parole giuste (e quelle da evitare)

Come si spiega l’ansia a un bambino di sei anni? O la tristezza profonda? Stellato parte da un presupposto fondamentale: smettere di dividere le emozioni in “buone” e “cattive”. “Ci sono emozioni più piacevoli e altre più faticose da attraversare, ma tutte hanno una funzione. La rabbia, la paura, la tristezza, la gelosia non sono il problema: il problema è quando non sappiamo riconoscerle, regolarle o capire cosa farcene”.

L’ansia, per esempio, si può descrivere come “un allarme del corpo che a volte suona troppo forte anche quando non c’è un vero pericolo”. La tristezza come qualcosa che arriva “quando perdiamo, ci manca o ci ferisce qualcosa di importante”. Nessuna lezione universitaria, nessun tecnicismo. Solo parole che rendono comprensibile quello che un bambino già sente.

Al contrario, frasi come “non è niente”, “non fare così”, “sei troppo sensibile” rischiano di insegnare al bambino che certe emozioni siano sbagliate o da nascondere. E quello che non nominiamo, prima o poi, torna a bussare.

C’è poi una dimensione spesso sottovalutata: il modello che offrono gli adulti. “I bambini imparano la salute mentale osservando gli adulti. Non solo da quello che diciamo a loro, ma da come parliamo di noi stessi. Se un genitore dice ‘oggi sono molto stressato e mi prendo un momento per calmarmi’, il bambino impara che le emozioni si possono riconoscere e gestire. Se invece sente solo ‘devo resistere’, ‘non posso crollare’, ‘non devo farmi vedere fragile’, impara anche lui che la sofferenza va nascosta.”

La ricerca evidenzia anche un interessante “paradosso generazionale”: gli uomini Baby Boomer sono oggi tra i più convinti dell’importanza di insegnare ai figli a parlare delle proprie emozioni (63%), superando perfino i padri Millennial e Gen Z. Un segnale che chi è cresciuto in contesti più rigidi e meno aperti al dialogo emotivo riconosce oggi il valore di ciò che è mancato.

Quando è un genitore a stare male

Uno degli scenari più delicati è quello in cui a soffrire non è il bambino, ma chi si prende cura di lui. Depressione, ansia, disturbi dell’umore: come si affrontano in famiglia senza caricare i figli di un peso che non è loro?

“I bambini si accorgono sempre che qualcosa non va. Magari non capiscono cos’è una depressione, ma percepiscono che papà è sempre triste, che mamma è molto arrabbiata, che una persona cara si isola, piange, dorme tanto. Non ne hanno una comprensione come la immaginiamo noi adulti, è un sentore: una distonia nell’ambiente”. E quando i bambini percepiscono qualcosa ma nessuno glielo spiega, spesso finiscono per costruirsi spiegazioni da soli. Molte volte pensano di essere loro il problema, o di dover “aggiustare” l’adulto. Per questo è importante non mentire, ma tradurre la realtà in parole adatte all’età: “La mamma in questo periodo si sta occupando delle sue emozioni e della sua stanchezza”, oppure “Il nonno sta vivendo un momento in cui è molto preoccupato e fa fatica a stare tranquillo”.

Il bambino ha bisogno di capire tre cose: che quello che succede non è colpa sua, che non è lui a dover prendersi cura dell’adulto, e che ci sono altre persone — e professionisti — che si stanno occupando della situazione. “Vedere un adulto che chiede aiuto, si cura, va in terapia, prende dei farmaci se necessario, è molto diverso dal crescere accanto a una sofferenza negata, caotica o completamente scaricata addosso ai figli”, sottolinea Stellato.

I segnali che i genitori spesso ignorano

A volte immaginiamo il disagio psicologico di un bambino come qualcosa di drammatico e immediatamente riconoscibile. Ma non è quasi mai così. I segnali più sottovalutati sono quelli silenziosi: un bambino che perde interesse per le cose che prima amava, che cambia abitudini di sonno o alimentazione, che ha mal di pancia continui senza spiegazioni fisiche, che si isola, che diventa irritabile o molto preoccupato.

Il criterio guida, secondo Stellato, è la durata e l’interferenza nella vita quotidiana. “Se muore un nonno può essere tipico che il bambino sia disperato, ma se quella sofferenza comincia a occupare spazio nella scuola, nelle relazioni, nel sonno, nel gioco, nella sereintà quotidiana, allora vale la pena chiedere un aiuto professionale”.

E non bisogna aspettare di toccare il fondo. Andare da uno specialista non significa che il bambino è “matto” o che i genitori hanno fallito. Significa che una famiglia sta cercando strumenti in un momento difficile. Anche il modo in cui si presenta questo passaggio conta: meglio un “Andiamo da una persona che aiuta i bambini e i genitori a capire meglio alcune difficoltà” che un carico di vergogna mascherato da preoccupazione.

“Voglio sparire”: quando preoccuparsi davvero

Ogni genitore ha sentito almeno una volta frasi che fanno gelare il sangue: “voglio sparire”, “nessuno mi vuole bene”. Come capire quando è solo sfogo e quando è un segnale da non ignorare? “Bisogna distinguere. Un conto è la frase detta in un momento di rabbia o sconfitta. Un conto sono frasi ricorrenti, pervasive, che tornano nel tempo e si accompagnano a cambiamenti nel comportamento: isolamento, tristezza costante, forte irritabilità, disturbi del sonno, ritiro sociale, paura intensa, perdita di interesse per le cose che prima piacevano. In quel caso non bisogna spaventarsi, ma nemmeno minimizzare”.

Lo stesso vale nei momenti di crisi familiare: separazioni, lutti, malattie. Il criterio rimane sempre lo stesso: essere comprensibili e prevedibili. “I bambini non hanno bisogno di sapere tutto nei dettagli, ma hanno bisogno di capire cosa sta succedendo, cosa cambia e cosa invece resterà stabile. E soprattutto non bisogna mentire.

Scuola, social media e la questione del confronto

La scuola ha un ruolo cruciale nel benessere psicologico dei bambini, nel bene e nel male. Stellato sottolinea come oggi molti insegnanti lavorino in condizioni di forte sovraccarico, con richieste enormi, educative oltre che didattiche. E aggiunge che le competenze relazionali ed emotive dovrebbero avere lo stesso peso di quelle didattiche, soprattutto quando si lavora con bambini e adolescenti.

Poi ci sono i social media. La posizione della psicoterapeuta è netta: “Bambini e ragazzi dovrebbero incontrarli il più tardi possibile. Non perché internet sia il male assoluto, ma perché i social espongono molto precocemente a confronto sociale continuo, contenuti disturbanti, dinamiche di approvazione e sovrastimolazione per cui il cervello di un bambino non è ancora pronto”.

Più che vietare, quindi, bisogna parlarne: creare conversazioni, aiutare i figli a sviluppare senso critico, costruire una relazione in cui possano raccontare quello che vedono e quello che provano senza paura di essere giudicati.

Ma qual è la cosa più concreta che un genitore può fare da domani per creare più spazio emotivo in casa. La risposta di Stellato è immediata, quasi liberatoria nella sua semplicità: “Spegnete telefoni e tv e conversate”. Nessuna app, nessuna tecnica elaborata, nessuna seduta di mindfulness. Solo la presenza. Quella vera, scomoda, difficile da mantenere. Quella che i bambini cercano e che noi, ogni giorno, abbiamo l’occasione di offrire.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 (La redazione di fem)

Source link

Di