La decisione dell’amministrazione Trump di ripristinare un dazio generalizzato del 10% sulle importazioni e di mantenere una pressione commerciale costante nei confronti della Cina non rappresenta un episodio isolato. È il tassello più recente di una trasformazione profonda che sta modificando gli equilibri economici mondiali. Chi continua a leggere la globalizzazione con le categorie degli anni Novanta rischia di non comprendere ciò che sta accadendo.
Per oltre trent’anni il commercio internazionale è stato considerato uno strumento di integrazione. Oggi è diventato uno strumento di potere. Le merci, le tecnologie, le materie prime strategiche, perfino i dati sono entrati nel lessico della sicurezza nazionale. Le grandi economie non ragionano più soltanto in termini di efficienza, ma di resilienza, autonomia strategica, controllo delle filiere.
La Cina, negli ultimi anni, ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento. Le restrizioni americane hanno certamente ridotto una parte delle esportazioni verso gli Stati Uniti, ma Pechino ha compensato ampliando la propria presenza in Asia, Africa, America Latina e persino in Europa. Il risultato è che la competizione non è diminuita. Si è semplicemente spostata.
Per l’Italia questo scenario presenta rischi evidenti ma anche opportunità. I rischi derivano dalla crescente frammentazione degli scambi. Le nostre imprese vivono di apertura internazionale, di mercati accessibili, di regole relativamente stabili. Quando aumentano le barriere commerciali, cresce inevitabilmente l’incertezza. E l’incertezza è il peggior nemico degli investimenti.
Esiste però anche un’opportunità. La ridefinizione delle catene globali del valore spinge molte multinazionali a diversificare fornitori e partner. In questo contesto la manifattura italiana, grazie alla qualità produttiva, alla specializzazione e alla flessibilità delle PMI, può conquistare nuovi spazi. Ma serve una strategia. Non basta confidare nella capacità individuale degli imprenditori.
L’Europa, nel frattempo, appare ancora troppo lenta. Mentre Washington utilizza il commercio come leva geopolitica e Pechino mobilita ingenti risorse pubbliche per sostenere industria ed export, Bruxelles continua spesso a discutere procedure. Il rischio è che il continente diventi il terreno di gioco degli altri, anziché uno dei protagonisti della partita.
La vera domanda riguarda il futuro. Il commercio mondiale non scomparirà. Ma sarà sempre meno universale e sempre più selettivo. Le imprese italiane dovranno imparare a convivere con un mondo nel quale la politica torna a influenzare direttamente gli scambi economici.
È il ritorno della geoeconomia. E sarebbe un errore sottovalutarne la portata.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
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Paolo Longobardi