Valencia — La città che brucia, danza e custodisce segreti


Valencia 

C’è una luce a Valencia che non si trova altrove. È quella del Mediterraneo che rimbalza sulle pietre ocra dei vicoli medievali, si frange sulle geometrie futuriste di Santiago Calatrava, si perde tra il profumo delle arance che tingono d’oro le campagne attorno all’Albufera. Una luce che sembra avere memoria, come se avesse visto passare romani, arabi, crociati, mercanti di seta, e avesse deciso di restare.

Il nome già racconta qualcosa: deriva dal latino Valentia Edetanorum, “coraggio degli Edetani”, così vollero chiamarla i soldati romani che la fondarono nel 138 avanti Cristo nel territorio di questa popolazione iberica. Quel coraggio non l’ha mai abbandonata. Lo si vede nella storia, quando nel 1936, durante la Guerra Civile Spagnola, Valencia divenne capitale provvisoria della Repubblica, più sicura di Madrid assediata, con i suoi edifici istituzionali ancora in piedi a testimoniarlo, e lo si avverte ogni giorno nelle strade, nella doppia lingua che suona come una musica a due voci: il castigliano e il valenciano, variante orgogliosa del catalano, sui cartelli, sulle bandiere, nei cuori. In valenciano, del resto, la città porta un nome tutto suo: Cap i Casal, la capitale.

Oggi Valencia è la terza città della Spagna per numero di abitanti, ma non si comporta da terza. Si comporta da sé stessa.

 

Storia

Valencia fu fondata dai romani nel II secolo avanti Cristo, ma dopo la guerra fra Pompeo e Sertorio rimase pressoché abbandonata per oltre cinquant’anni. Dal V all’VIII secolo vi si insediarono i Visigoti, che ne fecero un nodo importante grazie alla posizione strategica. Poi arrivarono gli arabi, nel 711, con alterne vicende di conquista e riconquista che durarono secoli.

Nel 1085 la città cadde sotto il controllo di Alfonso VI di Castiglia. Nel 1094 fu la volta di Rodrigo Díaz de Vivar, El Cid, che la conquistò in un’impresa immortalata nel Cantar de mio Cid, il poema epico più antico della letteratura spagnola. Ma la gloria durò poco: nel 1102, con l’arrivo degli Almoravidi dal Nordafrica, Valencia tornò sotto controllo musulmano. Jimena, la vedova di El Cid, la abbandonò dopo averla data alle fiamme per non lasciarla al nemico.

Il 28 settembre 1238 segnò la svolta definitiva: Giacomo I d’Aragona entrò in città e Valencia entrò a far parte della Corona d’Aragona. Fu un’epoca d’oro, alimentata dalla seta e dal commercio mediterraneo. Così ricca, così potente, che furono i banchieri valenciani a prestare il denaro a Isabella di Castiglia per finanziare il viaggio di Cristoforo Colombo del 1492. Paradossalmente, fu proprio quella spedizione a decretare la fine del secolo d’oro: lo spostamento dei commerci dal Mediterraneo all’Atlantico tagliò le gambe alla città.

Dopo la parentesi napoleonica e il ritorno della monarchia assoluta, Valencia tornò al centro della storia nel novembre 1936, quando la caduta di Madrid costrinse il governo repubblicano a trasferirvi la capitale. La città resistette per oltre due anni all’assedio delle forze franchiste, che entrarono in città il 30 marzo 1939. Con la dittatura arrivò anche il silenzio forzato: fu proibito parlare, scrivere e insegnare in valenciano. Solo dopo la morte di Franco nel 1975 e l’approvazione della Costituzione spagnola nel 1978 la Comunità Valenciana ottenne lo statuto di autonomia, e la propria lingua tornò a risuonare libera nelle piazze.

 

La bandiera e il pipistrello

Nel XIV e XV secolo Valencia adottò una bandiera che raccontava già la sua identità: quattro sottili bande rosse orizzontali su campo giallo, i colori dell’Aragona, con una banda verticale azzurra sul lato sinistro, a evocare il regno che raggiungeva il mare. La punta dell’asta era decorata con un pipistrello, simbolo del regno, poi aggiunto allo stemma della città a partire dal XVI secolo. Quando Valencia respinse i Castigliani per due volte, nel 1363 e nel 1364, il re le concesse il titolo di dos veces leal, “due volte leale”, rappresentato dalle due “L” che ancora oggi campeggiano nello stemma cittadino.

Ma perché un pipistrello? La leggenda è bella quanto inverosimile e proprio per questo vale la pena raccontarla. Si narra che nel XIII secolo, mentre Jaume I d’Aragona preparava la riconquista di Valencia ancora in mano musulmana, un piccolo pipistrello si posò in cima al padiglione reale. Nel cuore della notte cominciò a sbattere le ali freneticamente, svegliando le guardie: fuori, un gruppo di nemici stava preparando un attacco a sorpresa. L’allarme fu dato in tempo, l’assalto respinto. Per gratitudine, il re volle che quel piccolo salvatore notturno entrasse nello stemma della città, sopra la corona, come un guardiano silenzioso.

Gli storici, più prosaicamente, ritengono che il pipistrello derivi dalla rat penat, un antico simbolo aragonese associato alla buona sorte. In origine nello stemma reale figurava un drago alato; con i secoli la figura si semplificò fino a diventare inconfondibilmente simile a un pipistrello. Valencia lo adottò ufficialmente nel XIV secolo e, da allora, è ovunque: sulle facciate, sulle fontane, sulle maglie del “Valencia CF”, sulle insegne dei mercanti. Un animale che non incute paura, ma simpatia e forse è proprio per questo che i valenciani ci si riconoscono.

 

La Cattedrale e i suoi segreti

La Cattedrale di Valencia, consacrata nel 1238 dal primo vescovo dopo la Reconquista, fu costruita in stile gotico valenciano al posto dell’antica moschea di Balansiya, che a sua volta sorgeva sul sito di una precedente cattedrale visigota. Un luogo sacro che ha visto almeno tre religioni diverse abitarlo nel corso dei secoli.

Il suo campanile, il Miguelete o Micalet in valenciano, è uno dei simboli più amati della città. È ottagonale, come quasi tutte le torri medievali valenciane, forma simbolica legata alla perfezione, e si raggiunge la sommità salendo 207 gradini. Da lassù, la vista abbraccia il centro storico, l’Albufera lontana e, nelle giornate limpide, persino il mare.

Dentro la cattedrale si nascondono almeno tre meraviglie che molti visitatori sfiorano senza davvero vedere.

La prima è la Madonna del Buon Parto: una statua della Vergine, sempre adornata di fiori freschi e candele, verso la quale la tradizione vuole che le donne in dolce attesa percorrano il perimetro della cattedrale per nove volte, in preghiera, per chiedere un parto senza pericoli. Il gesto si ripete da secoli, intatto.

La seconda meraviglia sono gli Angeli del Rinascimento. Il 21 maggio 1469 un incendio devastò l’abside della cattedrale. Tre anni dopo, il valenciano Rodrigo de Borja (Borgia in italiano), colui che sarebbe poi diventato papa Alessandro VI, decise per una nuova decorazione e chiamò due pittori italiani: Francesco Pagano e Paolo de San Leocadio che in quattro anni realizzarono i celebri angeli musicanti. Poi, nel Seicento, il gusto barocco conquistò Valencia e si decise di abbassare e rimodernare la cupola. Gli angeli non vennero distrutti: vennero semplicemente coperti, nascosti dietro la nuova architettura. Dimenticati. Nel 2004, durante i lavori di restauro, gli operai rimossero alcune parti della struttura e riapparve un lembo di colore: il tesoro rinascimentale era intatto, come se il tempo non fosse passato. Oggi gli angeli musicanti sono qualcosa di più di un’opera d’arte: sono la prova che il passato non scompare, aspetta solo il momento giusto per tornare.

La terza meraviglia è la più misteriosa. In una cappella laterale, protetto da un reliquiario barocco, riposa un calice in agata orientale. databile tra il IV secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo, dunque perfettamente compatibile con l’epoca di Gesù. Secondo la tradizione, si tratterebbe del calice usato durante l’Ultima Cena, portato a Roma da San Pietro, custodito dai papi, trasferito in Spagna durante le persecuzioni di Valeriano nel III secolo e infine giunto a Valencia nel 1437. Il Santo Cáliz non è il Graal dei romanzi arturiani. Quella è letteratura, allegoria, poesia del XII secolo. È qualcosa di più discreto e forse più sorprendente: un oggetto reale, databile, con una storia documentata, che appartiene non al mito ma alla storia. Sul pavimento della cappella, accanto al retablo, si notano due ovali consumati nella pietra: si ritiene siano le impronte delle ginocchia di generazioni di pellegrini inginocchiati in preghiera.

 

Il tribunale dell’acqua

Ogni giovedì mattina, davanti alla Porta degli Apostoli della Cattedrale, accade qualcosa che sembra uscito da un racconto medievale. Gli Hombres del Tribunal de las Aguas, i rappresentanti degli otto canali di irrigazione della Huerta (orto) di Valencia, si riuniscono in cerchio. Non ci sono avvocati, non ci sono scartoffie, non ci sono registrazioni. Le controversie sull’uso dell’acqua vengono esposte, discusse e risolte oralmente, in valenciano, con una rapidità e una solennità che non ha eguali al mondo.

Il Tribunal de las Aguas è il più antico tribunale idrico del mondo, attestato da oltre mille anni di storia, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Le sue sentenze sono inappellabili e vengono eseguite senza burocrazia. Assistere a una sessione, breve, seria, quasi rituale, è come spiare un sistema nervoso antico che continua a funzionare, intatto, nel cuore di una città moderna.

 

Il fuoco di marzo: le Fallas

Ogni anno, nella terza settimana di marzo, Valencia si incendia. Letteralmente.

Le Fallas nascono da un gesto semplice e antico: i falegnami medievali che bruciavano gli scarti di legno accumulati durante l’inverno, i parots, i vecchi candelabri su cui appendevano i vestiti da lavorare. Da quella fiamma quotidiana è nata una delle feste più spettacolari del Mediterraneo, oggi Patrimonio Immateriale UNESCO.

Nei mesi precedenti, spesso per un intero anno, artisti e artigiani costruiscono sculture monumentali, le fallas, alte anche venti o trenta metri, abitate da figure satiriche, allegorie del potere, ritratti beffardi della società. Ogni quartiere ha la propria, e la rivalità tra i falleros è fierissima. Poi, la notte del 19 marzo, la cremà: tutto brucia. La bellezza viene consumata in un’unica notte di fuoco. Solo la figura più bella, eletta da una giuria, viene graziata e conservata nel Museo Fallero, dove si può ancora ammirare la prima ninot indultado della storia, risalente al 1934.

Ciò che resta, il mattino dopo, è il profumo del legno bruciato, un po’ di cenere e la memoria condivisa di qualcosa che non si può comprare né conservare.

 

Il Corpus Domini: la processione che non dimentica

Se le Fallas sono il fuoco, il Corpus Domini è la luce. La processione valenciana del Corpus, che si tiene ogni anno in giugno, è una delle più antiche e solenni d’Europa, con origini che risalgono al XIV secolo. Per le strade del centro storico sfilano i Gegants, le grandi figure di cartapesta, le Roques (carri allegorici monumentali), le confraternite, i Nanos e le figure grottesche dei Misteris. È una festa religiosa e popolare insieme, dove il sacro e il profano si intrecciano con una naturalezza tutta mediterranea.

 

La Lonja de la Seda

Nel cuore del centro storico sorge la Lonja de la Seda, dichiarata Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1996. È uno dei più raffinati esempi di gotico civile europeo, un edificio che racconta la potenza commerciale di Valencia tra XV e XVI secolo e il ruolo centrale che la seta ebbe nella sua economia.

Costruita tra il 1482 e il 1533 dall’architetto Pere Compte, la Lonja non era un luogo religioso, ma la sua monumentalità richiama volutamente le cattedrali. Era una scelta strategica: conferire autorevolezza agli affari commerciali, elevare il commercio quasi a sacerdozio civile. La incredibile Sala de Contratación, con le sue colonne elicoidali che si aprono come palme di pietra verso le volte stellate, era il luogo dove i mercanti stipulavano contratti. La verticalità delle colonne simboleggiava la rettitudine morale richiesta negli affari: sulle pareti compaiono iscrizioni in latino che ricordano ai mercanti l’importanza dell’onestà.

Accanto alla sala principale si trovano il Patio de los Naranjos, spazio di attesa e incontro ombreggiato dagli aranci, e il Consolat del Mar, sede del primo tribunale marittimo spagnolo, che regolava le dispute commerciali nel Mediterraneo.

Ogni dettaglio è una metafora: le colonne spiralate evocano il movimento dei fili di seta, le volte stellate l’ordine cosmico che dovrebbe riflettersi anche nel commercio. All’esterno, 28 gargoyle grottesche, animali fantastici, figure satiriche, incarnazioni di vizi e paure medievali, custodiscono l’edificio con ironia. La scala senza asse centrale del torrione è un piccolo capolavoro di geometria: si sostiene solo grazie alla pressione reciproca delle pietre. Una metafora, anche quella, della città intera.

Il nome Lonja, curiosità linguistica, deriva dall’italiano loggia: erano i mercanti italiani, soprattutto genovesi e veneziani, ad aver diffuso il termine nel Mediterraneo medievale.

 

La seta e la ceramica

La tradizione serica valenciana affonda le radici nel Medioevo, quando la città divenne un nodo fondamentale delle rotte commerciali mediterranee. Tra XV e XVIII secolo Valencia fu una delle capitali europee della seta: i gelsi coltivati nella regione alimentavano la produzione dei bozzoli, le corporazioni dei vellutieri regolavano qualità e commercio e i telai Jacquard, introdotti nel XIX secolo, rivoluzionarono la tessitura. I broccati valenciani, ricchi di motivi floreali e colori intensi, erano richiesti in tutta Europa. Il cuore di questa storia è il Colegio del Arte Mayor de la Seda, sede della potente gilda dei setaioli, dove ancora oggi si conservano documenti, telai e tessuti che testimoniano un’arte capace di unire tecnica, estetica e prestigio sociale.

Se la seta racconta la leggerezza, la ceramica valenciana racconta la permanenza. La regione produce ceramica da millenni, ma è con l’eredità islamica, dei secoli dal VIII al XIII, che si definiscono i tratti distintivi: il blu cobalto, il verde e l’ocra; i motivi geometrici e vegetali; la tecnica del lustro metallico che renderà celebre Manises in tutto il mondo. Nel XVIII secolo la fondazione della Real Fábrica de L’Alcora segnò una svolta: nuove forme, smalti più raffinati, un linguaggio decorativo che fonde barocco, naturalismo e sperimentazione. Tra XIX e XX secolo la ceramica valenciana si espanse nell’architettura: gli azulejos diventarono la “pelle” della città, soprattutto con il modernismo, e ancora oggi le facciate del quartiere di Cabanyal, ricoperte di piastrelle colorate, sono tra le più fotografate di Spagna.

Interessante è il Museo Nacional de Cerámica y Artes Suntuarias “González Martí”.

 

Le torri e l’edificio impossibile

Camminare nel centro storico di Valencia è un viaggio attraverso i secoli senza soluzione di continuità. Le antiche mura medievali avevano dodici porte, e alcune resistono ancora. Le Torres de Quart portano sulle proprie pietre la memoria della guerra: i fori lasciati dai colpi di cannone napoleonici, cicatrici orgogliose su una pelle di pietra. Non c’è targhetta che spieghi meglio di quei segni cosa significhi la storia. Le Torres de Serranos, dall’altra parte del centro, erano invece la porta principale verso il nord e servivano anche da prigione per nobili, una delle pochissime torri medievali d’Europa sopravvissute pressoché intatte.

In Plaza Lope de Vega si trova qualcosa di completamente diverso: La Estrecha, l’edificio più stretto d’Europa, largo appena 107 centimetri, incastrato tra due costruzioni. Un’ironia urbana, un angolo di poesia concreta che dice molto del carattere valenciano: la capacità di trovare bellezza e umorismo dove altri vedrebbero solo un problema.

 

Il fiume che divenne giardino

Nel 1957, una catastrofica alluvione del Turia devastò la città, uccidendo oltre ottanta persone e sommergendo interi quartieri. I valenciani scelsero qualcosa di straordinario: deviarono il fiume a sud della città e trasformarono il suo antico letto, dieci chilometri di percorso sinuoso nel cuore di Valencia, in quello che oggi è uno dei parchi urbani più grandi e amati di Spagna.

Il Jardín del Turia è un’opera collettiva, un gesto di resilienza trasformato in bellezza. Vi si trovano campi da calcio e zone di sosta, ponti medievali e modernisti, il Parco di Gulliver, una gigantesca scultura del personaggio di Swift su cui i bambini arrampicano, e, all’estremità orientale, la Città delle Arti e delle Scienze. Percorrerlo all’alba, quando i corridori valenciani scivolano silenziosi tra gli aranci profumati, è uno dei piaceri più schietti che questa città possa offrire.

 

Il mare

Valencia si affaccia sul Mediterraneo con un litorale ampio, luminoso e sorprendentemente vicino al centro, raggiungibile in circa 15 minuti dalla cattedrale con i mezzi pubblici.

La Malvarrosa è la più famosa: ampia, dorata, con un lungomare pieno di ristoranti e caffè. È la spiaggia “letteraria” di Valencia, amata da Vicente Blasco Ibáñez, lo scrittore valenciano autore de I quattro cavalieri dell’Apocalisse, che ambientò qui alcune delle sue storie. Las Arenas, la più vicina al porto, è perfetta per chi vuole combinare mare e vita urbana; qui si trova lo storico Balneario Las Arenas, oggi hotel di lusso con una piscina affacciata sul mare. La Patacona, più tranquilla e moderna, è ideale per lunghe passeggiate al tramonto.

Il Porto di Valencia è uno dei più grandi del Mediterraneo e, dopo la riqualificazione del 2007-2010 in occasione dell’America’s Cup, prima città europea ad ospitarla, poi ripetuta nel 2010, è diventato anche un polo di design, gastronomia e cultura. L’icona del porto è Veles e Vents, il padiglione progettato da David Chipperfield: una struttura di terrazze sovrapposte che sembra sospesa tra il cielo e il mare. Di sera, con i riflessi sull’acqua, è uno dei punti più suggestivi della città.

 

L’Albufera

Appena fuori dalla città, le dune selvagge di El Saler profumano di pino marittimo e segnano il confine tra la laguna e il mare aperto.

A circa dieci chilometri a sud di Valencia, separata dal mare da una sottile striscia di dune chiamata Devesa, si estende l’Albufera: una laguna d’acqua dolce che è insieme riserva naturale, patrimonio gastronomico e paesaggio dell’anima.

I romani la chiamavano Nacarum Stagnum, “stagno delle conchiglie”. Gli arabi la trasformarono in un sistema agricolo avanzato, introducendo tecniche di irrigazione e la coltivazione del riso che ancora oggi alimenta la tradizione gastronomica valenciana. Nel 1986 l’Albufera è stata dichiarata Parco Naturale, salvando l’ecosistema da decenni di pressione urbanistica.

Le risaie cambiano colore a seconda delle stagioni: verde brillante in primavera, dorato all’alba della raccolta autunnale, specchio d’acqua pura d’inverno. Da qui provengono il riso bomba, il riso senia e il riso albufera, tutti fondamentali per la vera paella valenciana. Il villaggio di El Palmar, al centro della laguna, è la patria del piatto: poche strade, ristoranti di pesce e riso, barche di legno ormeggiate ai pontili.

Il tramonto sull’Albufera è famoso in tutta la Spagna. L’acqua immobile crea un effetto specchio che raddoppia il cielo, rosa, arancio, viola, oro, mentre le barche dei pescatori diventano silhouette perfette nel controluce. Il silenzio è quasi assoluto. È uno di quei luoghi che si descrivono male e si dimenticano difficilmente.

 

I sapori di una terra

Valencia è anche il luogo in cui bisogna ammettere che il riso può essere qualcosa di totalmente diverso da come lo si conosce altrove.

La paella prende il nome dal recipiente di metallo in cui viene cotta. È nata nelle risaie dell’Albufera ed era originariamente il pasto dei contadini: riso, verdure, coniglio, anatra, fagioli piatti. Nulla a che vedere con i frutti di mare che la versione internazionale ha reso celebre e che a Valencia, se la ordinate, potrebbe costarvi qualche sguardo di rimprovero. Mangiarla a El Palmar, al tramonto, dopo un giro in barca sulla laguna, è un’esperienza quasi rituale.

Poi c’è la horchata, orxata in valenciano, la bevanda fresca preparata con acqua, zucchero e chufa (il tubero della cyperus esculentus, pianta portata dagli arabi e diffusa nella piana di Valencia). Servita ghiacciata con i fartons, lunghi dolcetti morbidi pensati per essere inzuppati, è in vendita in bar, chioschi e horcherías, alcune storiche, come quella di Santa Catalina, nel centro, o quella di Daniel ad Alboraya, paese dove la chufa viene coltivata e dove si dice si trovi la migliore horchata del mondo.

Esiste anche l’Agua de Valencia: nonostante il nome evochi semplicità, è in realtà un cocktail a base di succo d’arancia, cava, gin e vodka. Fu inventato nel 1959 dal barman Constante Gil nella Cervecería Madrid, locale che esiste ancora e che, naturalmente, rivendica la paternità con orgoglio.

Quanto alla colazione, o meglio all’esmorzaret, la seconda colazione valenciana, che si consuma a metà mattina, è una liturgia a sé: un panino generoso, olive, birra o vino bianco, caffè finale. È il modo in cui i valenciani si fermano, si ritrovano, parlano. I Bar Ricardo e La Pascuala sono tra i templi di questa tradizione. Entrarci alle dieci di mattina e uscirne mezz’ora dopo è già capire qualcosa di fondamentale su questa città.

 

I quartieri dell’anima

Il Barrio del Carmen, cuore medievale della città, si rivela meglio di notte, lentamente, senza fretta. Non per la movida, quella c’è, ma non è il punto, ma per le strade strette, i murales che dialogano con le pietre antiche, le piazzette che si aprono inaspettate come parentesi di silenzio nel rumore. Ogni angolo racconta qualcosa. Il Carmen custodisce anche i resti delle antiche mura romane e arabe, visibili in alcuni tratti tra palazzi e caffè, come se la storia avesse semplicemente deciso di restare.

Il quartiere di Cabanyal, affacciato sul mare, è un luogo di bellezza ferita e tenace. Le case moderniste con le facciate di ceramica colorata, i colori pastello, la street art che racconta anni di resistenza contro la speculazione edilizia, tutto parla di un rione che ha lottato per sopravvivere e che oggi è uno dei posti più autentici e fotogenici della città. Il Giardino di Monforte, nascosto in un angolo del quartiere di Cabanyal, è un’oasi neoclassica di siepi geometriche, statue e fontane dove il tempo sembra sospeso, un segreto che molti turisti non trovano mai. Per decenni si parlò di una strada sopraelevata che avrebbe dovuto attraversarlo e demolirne parte: i cittadini si opposero, il progetto fu bloccato. Cabanyal è ancora lì.

 

Il futuro che guarda il mare

All’estremità orientale del Jardín del Turia sorge la Ciutat de les Arts i les Ciències, il complesso futuristico progettato da Santiago Calatrava nell’antico letto del fiume. Di giorno è straordinaria; di notte diventa quasi surreale, con i suoi riflessi sull’acqua e le geometrie bianche che sembrano respirare sotto la luna. L’Hemisfèric, a forma di occhio gigante, ospita un planetario e uno schermo IMAX. Il Museu de les Ciències è tra i musei scientifici interattivi più visitati di Spagna. L’Oceanogràfic, il più grande acquario d’Europa, ospita squali, beluga, mante e delfini in un’architettura ispirata ai petali di una ninfea.

 

Valencia è una città che non si lascia classificare. È antica e futurista, seria e irriverente, devota e pagana. Brucia le sue sculture più belle una volta all’anno. Risolve le controversie a voce, in cerchio, come si faceva mille anni fa. Custodisce forse il calice dell’Ultima Cena in una cappella laterale, tra i turisti che scattano foto senza sapere cosa guardano. Coltiva le arance, inventa cocktail che si chiamano “acqua” e non lo sono, e conserva angoli dove il silenzio vale quanto qualsiasi monumento.

C’è un detto, tra i viaggiatori che arrivano tardi e trovano tutto pieno: dormire sulla luna di Valencia. L’espressione indicava chi era costretto a passare la notte fuori dalle mura, senza riparo. Ma guardando questa città di notte, con le sue luci riflesse sull’acqua, i profumi del gelsomino e l’aria tiepida del Mediterraneo, viene da pensare che forse non era poi così un destino sventurato.

Approfondimenti

di prossima pubblicazione

Jardì del Tùria

Il Santo Calice: il Graal

L’Orxata

La Paella valenciana

Il Tribunal de las aguas

La Città delle arti e delle scienze

 

Riccardo Agresti


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Riccardo Agresti

Source link

Di