Truffe con la voce clonata dall’AI, dai video sui social alla parola di sicurezza in famiglia


Audio e video pubblicati online possono offrire materiale utile ai truffatori. La difesa non è riconoscere meglio la voce, ma verificare con una regola condivisa.

Il telefono squilla. Dall’altra parte sembra esserci la voce di un figlio, di un nipote, di un familiare. Piange, parla in fretta, dice di avere avuto un incidente, chiede soldi subito e invita a non avvisare nessuno.

La voce è riconoscibile. Il problema è che potrebbe non essere reale.

Le truffe basate sulla clonazione vocale con intelligenza artificiale sfruttano un meccanismo semplice: colpire la persona in un momento di paura, ridurre il tempo per pensare e rendere credibile la richiesta attraverso una voce familiare. Il truffatore non deve più imitare qualcuno. Può usare strumenti capaci di generare una voce sintetica partendo da brevi campioni audio disponibili online.

Quanto è reale il problema

Non si tratta di uno scenario teorico. Nel rapporto annuale 2025 dell’Internet Crime Complaint Center dell’FBI, le frodi legate all’intelligenza artificiale sono state oggetto di una sezione specifica. Secondo i dati diffusi dall’agenzia federale statunitense, le segnalazioni riconducibili all’uso dell’AI sono state 22.364, con perdite per quasi 893 milioni di dollari.

Il dato non riguarda solo la clonazione vocale, ma un insieme più ampio di frodi abilitate o rafforzate dall’intelligenza artificiale, tra cui profili falsi, video manipolati, documenti contraffatti, phishing e truffe sentimentali. La voce clonata rientra però tra gli strumenti che rendono più credibili le richieste fraudolente, soprattutto quando la vittima viene spinta ad agire in fretta.

Anche le segnalazioni raccolte dalla piattaforma Chainabuse, riprese da TRM Labs, indicano una crescita delle truffe che coinvolgono l’AI generativa. Tra maggio 2024 e aprile 2025 l’aumento indicato è stato del 456% rispetto allo stesso periodo precedente. Il dato va letto come indicatore di tendenza sulle segnalazioni, non come misura complessiva di tutte le frodi commesse.

Il problema non è solo tecnologico, ma percettivo. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2025 ha rilevato che le persone non riescono a identificare in modo affidabile le voci clonate dall’AI. Nei test, i partecipanti hanno percepito la voce generata come appartenente alla stessa persona reale circa nell’80% dei casi e hanno riconosciuto correttamente una voce come artificiale solo circa nel 60% dei casi.

Questo significa che la difesa non può basarsi soltanto sull’idea di “riconoscere la voce”. Quando una chiamata arriva in un momento di panico, anche una persona attenta può essere portata a fidarsi.

I social come fonte involontaria di materiale vocale

La vulnerabilità aumenta con l’abitudine a pubblicare contenuti personali online. Video, stories, dirette, auguri registrati, messaggi vocali e frammenti di vita quotidiana condivisi sui social possono trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, in materiale utile per chi vuole tentare una truffa.

Il punto non è smettere di usare i social, ma capire che la voce è diventata un dato personale esposto. Una foto può mostrare un volto. Un video, oltre al volto, consegna tono, accento, ritmo, cadenza, pause e modo di parlare. Sono elementi che possono rendere più credibile una simulazione.

Il rischio non riguarda solo chi pubblica molto. La voce di una persona può comparire anche in un video di famiglia caricato da altri, in una storia condivisa da amici o parenti, in una clip pubblica girata durante un evento. Per questo la prudenza non dovrebbe riguardare soltanto il proprio profilo, ma anche il modo in cui vengono condivisi contenuti che coinvolgono altre persone.

Non ogni video pubblicato online diventa automaticamente un rischio concreto. Ma più una voce è presente in contenuti pubblici e accessibili, più aumenta la quantità di materiale potenzialmente riutilizzabile. È una forma nuova di esposizione, che molte persone non percepiscono ancora come tale.

La parola di sicurezza

Una misura semplice può ridurre il rischio: stabilire una parola di sicurezza in famiglia.

La logica è immediata. Se una telefonata chiede denaro, dati personali, un bonifico urgente o un aiuto immediato, prima di fare qualsiasi cosa si chiede la parola concordata. Se chi chiama non la conosce, la conversazione si interrompe e si procede alla verifica.

Non deve essere una parola collegata alla vita familiare e facilmente reperibile online. Sono da evitare nomi di animali domestici, date di nascita, indirizzi, soprannomi pubblici o luoghi citati sui social. Meglio scegliere una combinazione insolita e non intuitiva, come “divano arancione”, “mercoledì di vetro” o una breve frase senza legami con informazioni personali.

La parola deve essere condivisa solo con le persone che potrebbero essere impersonate o coinvolte in una richiesta urgente: figli, genitori, nonni, partner, fratelli. Va spiegata soprattutto alle persone più esposte, senza creare allarme. L’obiettivo non è generare paura, ma introdurre una procedura semplice: davanti a una richiesta urgente, prima si verifica, poi si agisce.

La stessa funzione può essere svolta da una domanda privata, basata su un ricordo familiare non pubblico. Anche in questo caso la regola è la stessa: deve trattarsi di un’informazione che non sia reperibile online e che non sia stata raccontata in contenuti pubblici.

Non fidarsi solo della voce

La Federal Trade Commission statunitense invita i consumatori a non fidarsi della sola voce e a verificare la storia richiamando la persona interessata su un numero già noto, salvato in rubrica o comunque verificabile. È una regola semplice, ma spesso decisiva.

In caso di richiesta urgente, conviene chiudere la chiamata e richiamare direttamente il familiare. Se non risponde, si può contattare un’altra persona vicina. La verifica deve avvenire fuori dalla conversazione iniziata dal presunto familiare in difficoltà.

Va prestata attenzione anche al metodo di pagamento. Richieste di buoni regalo, criptovalute, bonifici immediati verso conti sconosciuti o pagamenti difficili da recuperare sono segnali di rischio. Nessun ospedale, tribunale, ente pubblico o forza dell’ordine chiede denaro in quel modo durante una telefonata.

Il blocco dello spoofing non basta

In Italia sono state introdotte misure contro lo spoofing telefonico, cioè la falsificazione del numero chiamante. Con la delibera 106/25/CONS, ha previsto il blocco progressivo di alcune chiamate dall’estero che usano numeri italiani falsificati: dal 19 agosto 2025 per i numeri fissi e dal 19 novembre 2025 anche per i numeri mobili, con esclusione dei casi di effettivo roaming.

È una protezione utile, ma non risolve il problema della voce clonata. Il filtro agisce sul numero visualizzato, non su ciò che viene detto durante la chiamata. Una truffa può quindi restare credibile anche senza un numero falsificato, soprattutto se chi riceve la telefonata sente una voce familiare e viene spinto ad agire in fretta.

Per questo le misure tecniche non sostituiscono la verifica personale: chiudere la chiamata, richiamare su un numero noto e usare una parola di sicurezza restano comportamenti decisivi.

Cosa fare se è già successo

Cadere in una truffa di questo tipo non significa essere ingenui. Significa essere stati esposti a una tecnica costruita per colpire una reazione umana: la paura per una persona cara.

Se il pagamento è già stato effettuato, occorre contattare subito la banca, l’emittente della carta o il servizio usato per il trasferimento di denaro. I primi minuti possono essere importanti per tentare il blocco dell’operazione.

È poi necessario segnalare l’accaduto alle autorità competenti, attraverso la Polizia Postale, il Commissariato di P.S. Online o le forze dell’ordine. In caso di emergenza restano attivi i numeri 112 e 113. È utile conservare ogni elemento disponibile: numero chiamante, orario, messaggi ricevuti, eventuali registrazioni, ricevute di pagamento, screenshot e coordinate usate per il trasferimento.

Ogni segnalazione può aiutare a ricostruire le reti criminali e a prevenire altri casi. La tecnologia rende le truffe più credibili, ma una regola condivisa può interrompere il copione. Una parola scelta con calma, spiegata in famiglia e usata senza imbarazzo può diventare una difesa concreta nel momento in cui qualcuno prova a trasformare l’affetto in urgenza.


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 Francesco Paolo D’Amico

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