HORMUZ: CON ACCORDO USA-IRAN FINO A 212 EURO ANNO IN MENO IN BOLLETTA PER LE FAMIGLIE


Centro Studi dell’associazione: riapertura senza pedaggi dello Stretto vale miliardi per l’economia reale. Giù petrolio e gas, noli in calo, filiere produttive sbloccate. PIL italiano meno penalizzato: da -0,4% a -0,2% nello scenario di distensione. Ma l’accordo preliminare non chiude il dossier: servono 60 giorni di negoziato nucleare. Il presidente Longobardi: “Stabilità energetica non è tema tecnico”

La probabile firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che prevede la riapertura immediata e senza pedaggi dello Stretto di Hormuz, produrrebbe effetti positivi significativi e misurabili sull’economia italiana: dall’alleggerimento delle bollette domestiche al recupero dei margini industriali per le piccole e medie imprese, fino alla normalizzazione delle rotte logistiche che condizionano l’export manifatturiero. 

La chiusura dello Stretto — attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale via mare, il 28% del GPL globale e una quota rilevante delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto — ha prodotto un’inversione brusca delle condizioni energetiche attese per il 2026.

Prima dell’escalation militare, le previsioni indicavano per le famiglie italiane un risparmio annuo complessivo di circa 212 euro su luce e gas rispetto al 2025: la bolletta del gas si sarebbe ridotta del 12%, quella dell’elettricità del 2%. Il conflitto ha azzerato quelle aspettative.

Nel secondo trimestre 2026, si è registrato un aumento dell’8,1% sulla luce e un rincaro del gas superiore al 20% per i clienti in tutela, con il prezzo di aprile salito a 1,31 euro/Smc rispetto a 1,02 di gennaio. Il costo del conflitto per una famiglia tipo si stima nell’ordine di 500-1.000 euro annui in più rispetto allo scenario di pace. È la stima elaborata dal Centro Studi Unimpresa sulla base dei dati di mercato e delle analisi di istituti internazionali relativi all’impatto del conflitto e alla dinamica dei prezzi energetici. 

“La firma del memorandum tra Washington e Teheran è una notizia attesa dall’economia reale, non solo dai mercati finanziari. Per le famiglie italiane significa il recupero di un potere d’acquisto eroso da mesi di rincari energetici. Per le imprese, soprattutto per le pmi, significa tornare a ragionare su costi certi, forniture prevedibili, margini difendibili. La stabilità energetica non è un tema tecnico: è una condizione di sopravvivenza per migliaia di aziende che non hanno le spalle abbastanza larghe per assorbire choc come quello che abbiamo vissuto. Detto questo, l’accordo preliminare non chiude il capitolo: servono 60 giorni di negoziato sul nucleare, e Teheran ha già avvertito che la sua sovranità sullo Stretto non è in discussione. Siamo di fronte a un segnale positivo, non a una soluzione” commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, le reazioni dei mercati nelle fasi di distensione già documentate nel corso della crisi offrono un indicatore diretto della dimensione dei benefici attesi. Nelle settimane in cui si sono registrati progressi negoziali, il petrolio Brent è sceso sotto gli 86 dollari al barile — con cali superiori al 4% in singole sedute — e il gas TTF europeo ha ceduto fino al 6,5%, portandosi a 45 euro/MWh. La firma di un accordo convincente accelererebbe questa traiettoria. L’effetto sui prezzi dei future potrebbe manifestarsi già prima che i flussi fisici si normalizzino, con un mese necessario per il ripristino dei transiti petroliferi e tre-sei mesi per i prodotti raffinati, la chimica e l’alluminio. Per le famiglie, il recupero della tendenza al ribasso dei prezzi energetici prevista a inizio 2026 consentirebbe di tornare verso quel risparmio di 212 euro annui che il conflitto ha cancellato. In termini immediati: benzina meno cara, riscaldamento meno caro, costo della vita in frenata.

LE IMPRESE: MARGINI, LOGISTICA, FILIERE. L’impatto per le imprese italiane è strutturale su più piani. Primo, i costi energetici diretti: le pmi energivore — in particolare nei comparti acciaio, chimica, ceramica, vetro e carta — hanno assorbito rincari che hanno eroso margini già compressi da un ciclo di domanda debole. Il calo del gas all’ingrosso si trasferisce in tempi relativamente rapidi sui contratti indicizzati, riducendo la pressione sui costi di produzione. Secondo, la logistica: la chiusura di Hormuz aveva prodotto un’impennata dei noli marittimi e dei premi assicurativi sui cargo, con surcharge energetiche incorporate nei contratti di trasporto. La normalizzazione delle rotte riduce questi sovraccosti, con benefici diretti per l’export manifatturiero italiano — che nel 2025 aveva comunque tenuto, crescendo del 3,3% nonostante la crisi di Gaza e i dazi, a conferma della centralità della stabilità delle rotte per l’economia nazionale. Terzo, le filiere agro-alimentari e la chimica: il costo dei fertilizzanti azotati è strettamente correlato al prezzo del gas. La riapertura di Hormuz alleggerisce questa voce di spesa per l’agricoltura e per l’industria alimentare, comparto in cui l’Italia vanta posizioni esportatrici rilevanti. Quarto, la pianificazione degli investimenti: la crisi aveva già accorciato gli orizzonti decisionali delle imprese che operano su mercati esposti ai costi energetici. Un accordo stabile consente di riprendere a programmare su orizzonti più lunghi — condizione necessaria per tornare a investire in macchinari, capacità produttiva e internazionalizzazione.

IL PIL: MENO 0,4% DIVENTA MENO 0,2%. Sul piano macroeconomico, il ritorno alla libera circolazione nello Stretto di Hormuz consentirebbe di limitare gli effetti negativi sulla crescita italiana a meno 0,4 punti percentuali nel 2026 — contro scenari peggiori in caso di prolungamento del blocco. L’eurozona nel suo complesso vedrebbe l’impatto contenuto a meno 0,3 punti. Si tratta di cifre significative, ma gestibili, e ben diverse dalle stime che circolavano nelle fasi più acute della crisi, quando per l’Italia si ipotizzavano danni nell’ordine di 33 miliardi di euro — equivalenti a circa l’1,5% del PIL — con 200mila posti di lavoro a rischio nei settori energivori. Nello scenario di riapertura, secondo le elaborazioni del Centro Studi Unimpresa, il PIL italiano tornerebbe a gravitare verso la crescita prevista a inizio anno, nell’ordine dello 0,5-0,6% per il biennio 2026-2027. Sul fronte dell’inflazione, l’effetto di secondo ordine — il trasferimento integrale dei rincari energetici sui prezzi finali al consumo — potrebbe non manifestarsi, con benefici anche per la politica monetaria della BCE, che si era trovata a valutare un possibile rialzo dei tassi nel secondo semestre.

LE CAUTELE DA NON TRASCURARE. Occorre segnalare tre elementi che raccomandano prudenza nella lettura del quadro. Il primo è la natura preliminare dell’accordo: il memorandum apre una finestra di 60 giorni per i negoziati definitivi sul programma nucleare, obiettivo tutt’altro che acquisito. Il secondo è la questione della sovranità iraniana sullo Stretto: Teheran ha esplicitamente avvertito che, anche in caso di firma, la situazione non tornerà alle condizioni precedenti al conflitto, e che l’Iran intende continuare a esercitare la propria gestione del passaggio marittimo. Il terzo è il tempo di recupero fisico dei flussi: per i prodotti raffinati, i chimici e l’alluminio il ritorno alla normalità richiederà tre-sei mesi, con un percorso che non sarà lineare. Il premio di rischio geopolitico incorporato nei prezzi dell’energia non scomparirà con la firma. Si ridurrà: ed è già un risultato che l’economia italiana — esposta per struttura all’import energetico e per vocazione all’export manifatturiero — non si può permettere di sottovalutare.

Ufficio Stampa Unimpresa
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