A quattro anni dalla fine dell’emergenza sanitaria che nel 2020 e nel 2021 ha costretto molte aziende e istituzioni ad adottare il lavoro a distanza, l’Eurispes ha voluto fare il punto su come lo smart working si sia consolidata in Italia non più come misura emergenziale, ma come scelta consapevole, sia da parte delle imprese che dei lavoratori. Il quadro che emerge dall’indagine, contenuta nel Rapporto Italia 2026, racconta un fenomeno ormai stabile, ma ancora segnato da forti differenze territoriali, generazionali e legate al livello di istruzione.
Chi lavora in smart working
Secondo i dati raccolti dall’Eurispes, quasi un terzo degli italiani pratica oggi lo smart working: il 31,3% del campione, diviso tra un 5,7% che lavora sempre da remoto, un 8,7% che lo fa per la maggior parte del tempo e un 16,9% che vi ricorre solo per una minoranza del proprio orario. Sul fronte opposto, il 42,8% degli intervistati non lavora da casa, mentre un ulteriore 26% svolge una professione che non consente affatto il lavoro a distanza: somma che porta al 68,8% la quota di lavoratori italiani che restano “sul posto”. Tra chi può lavorare da remoto, la formula più diffusa resta quella ibrida, con un’alternanza tra presenza in ufficio e lavoro domestico.
Smart working, le differenze territoriali: il Centro Italia è l’area dove il lavoro a distanza è più diffuso
La geografia dello smart working in Italia non è uniforme. Il Centro Italia si conferma l’area dove il lavoro a distanza è più diffuso, con il 40,6% di smart workers, mentre il Sud resta indietro con appena il 24,8%. È proprio nel Mezzogiorno che si registra la quota più alta di chi non lavora da casa (49,2%), una percentuale che secondo l’indagine non dipende dalla natura del lavoro svolto, ma da scelte o necessità aziendali. Le altre macroaree si collocano su valori intermedi: il Nord-Ovest segna il 31,3% di smart workers, il Nord-Est il 30,3%, le Isole il 29,4%. Anche la dimensione del centro abitato incide: nei grandi centri urbani la quota di chi lavora da casa sale al 38,7%, ben oltre il 29,2% registrato nei centri più piccoli e il 28,5% dei Comuni tra 10.000 e 100.000 abitanti.
Istruzione e tipo di contratto: laureati e partite Iva lavorano da remoto
Il livello di istruzione si rivela una delle variabili più decisive. Tra i laureati la quota di chi pratica smart working raggiunge il 45,9%, contro il 28% dei diplomati e un modesto 13,5% tra chi possiede titoli di studio più bassi. Una delle ragioni principali risiede nella natura stessa delle professioni: tra i possessori di licenza elementare, licenza media o nessun titolo, la quota di chi svolge lavori non delocalizzabili sale al 46,9%, contro il 26,3% dei diplomati e il 19,2% dei laureati. A questo si aggiunge il fatto che le professioni intellettuali e quelle legate al settore IT, più diffuse tra chi ha un livello di istruzione più alto, sono anche quelle più compatibili con il lavoro da remoto.
Anche il tipo di contratto influisce sensibilmente sulla possibilità di lavorare da casa. I lavoratori con partita Iva praticano smart working, a tempo pieno o parziale nel 37,9% dei casi, una percentuale superiore a quella dei dipendenti a tempo indeterminato (28,6%). Si collocano su valori intermedi, attorno a un terzo del campione, i lavoratori con contratti atipici (33,7%) e quelli a tempo determinato (32,2%). Il dato suggerisce che lo smart working si associa più di frequente ai rapporti di lavoro flessibili e autonomi, piuttosto che a quelli subordinati e stabili.
Un modello che funziona
I dati sulla soddisfazione raccontano un giudizio largamente positivo: l’87,1% di chi pratica smart working vorrebbe continuare a farlo, la maggioranza (62,7%) alternando presenza e lavoro da casa, mentre il 24,4% vorrebbe lavorare sempre da remoto. Solo il 12,9% preferirebbe invece tornare interamente al lavoro in presenza. Si registra una leggera differenza di genere: la percentuale di chi vorrebbe rinunciare allo smart working è più alta tra gli uomini (15,1%) che tra le donne (10,8%), mentre le lavoratrici si dichiarano più spesso favorevoli a un modello ibrido (66% contro 59,1% degli uomini). Il lavoro da casa piace alla netta maggioranza degli intervistati a tutte le età, ma riscuote un favore particolare tra i più giovani, che lo scelgono più spesso anche in modalità esclusiva.
I vantaggi percepiti: gestione degli impegni familiari e qualità della vita
Tra gli aspetti positivi del lavoro a distanza, al primo posto si colloca la gestione degli impegni familiari e domestici, indicata dall’82,7% degli intervistati, seguita dalla qualità della vita (80,8%) e dall’organizzazione del lavoro (78,1%). Buoni anche i livelli di soddisfazione legati al carico di lavoro (74,5%) e alla motivazione e gratificazione professionale (71%), anche se su quest’ultimo aspetto si concentra la quota più alta di insoddisfazione, con quasi il 30% di lavoratori scontenti.
Smart working, una questione generazionale
L’analisi per fascia d’età evidenzia alcune tendenze interessanti. I giovanissimi risultano i più soddisfatti dell’organizzazione del lavoro a distanza (90,9%, di cui il 54,5% si dichiara “molto soddisfatto”), con percentuali che scendono gradualmente al crescere dell’età, pur restando largamente maggioritarie anche tra gli over 65 (68%). Un andamento simile si osserva per il giudizio sul carico di lavoro, particolarmente positivo tra i 25 e i 34 anni (85,1%) e tra i 18 e i 24 anni (81,8%), per poi calare dai 35 anni in su fino al 68% registrato tra i lavoratori più maturi. Sul fronte della qualità della vita, la soddisfazione è altissima sia tra i più giovani (90,9%) che tra gli over 64 (88%), mentre il valore più basso, comunque ampiamente maggioritario, si riscontra nella fascia 45-64 anni (77,5%). Quanto a motivazione e gratificazione lavorativa, sono proprio gli over 65 a mostrarsi più soddisfatti (92%), seguiti dai giovanissimi (81,9%); la fascia 25-44 anni supera il 70%, mentre i lavoratori tra 45 e 64 anni si fermano al 66%, restando comunque sopra la metà del campione. Non emergono invece differenze significative tra le diverse fasce d’età per quanto riguarda la gestione degli impegni familiari e domestici.
Lo smart working oggi si presenta come una modalità di lavoro stabilmente integrata nelle abitudini di una parte significativa della forza lavoro
Lo smart working oggi si presenta come una modalità di lavoro stabilmente integrata nelle abitudini di una parte significativa della forza lavoro, anche se ancora lontana dal coinvolgere la maggioranza degli occupati. Il quadro delineato dai dati raccolti dall’Eurispes mostra un fenomeno fortemente condizionato da fattori strutturali quali area geografica, livello di istruzione e tipo di contratto, ma il giudizio nel complesso risulta molto positivo da parte di chi può sperimentarlo, soprattutto in relazione alla gestione della vita familiare e alla qualità della vita. La preferenza diffusa per il modello ibrido suggerisce che il futuro del lavoro in Italia si costruirà attraverso un equilibrio tra presenza e distanza.
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