Il memorandum tra gli Stati Uniti e l’Iran è finalmente arrivato nelle mani di Israele. Come è noto, l’amministrazione Trump ha voluto mettere il governo Netanyahu davanti al fatto compiuto. L’Ufficio del primo ministro israeliano non ha commentato pubblicamente il suo contenuto, ma le fonti lasciano trapelare che l’analisi preliminare del memorandum riveli uno scenario a dir poco sgradito a Israele.
Il primo aspetto che non piace è naturalmente quello dedicato al Libano: Gerusalemme lo interpreta come una resa americana alle posizioni iraniane e persino come un riconoscimento di fatto del principio dell’“unità dei fronti” promosso dall’Iran dal 7 ottobre 2023.
Il testo recita: «Gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran e i loro alleati nella guerra attuale, firmando questo memorandum d’intesa, dichiarano la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, inclusa quella in Libano, e si impegnano da ora in poi a non avviare alcuna guerra o operazione militare l’uno contro l’altro, ad astenersi da minacce o dall’uso della forza l’uno contro l’altro, e a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano. L’accordo finale confermerà la fine permanente della guerra su tutti i fronti, inclusa quella in Libano, nonché ulteriori disposizioni di questo articolo».
Dal punto di vista israeliano, il “reale” significato sarebbe non solo una richiesta di ritiro completo dell’esercito israeliano dal sud del Libano, ma persino il tentativo di concedere immunità a Hezbollah, preservarne la capacità militare all’interno del Paese e consentirne la ricostruzione futura, poiché – è l’idea a Gerusalemme – solo Israele può procedere al suo disarmo. Israele si oppone quindi al ritiro dalla zona cuscinetto creata nel sud del Libano finché non si avrà un meccanismo efficace per disarmare Hezbollah.
La prossima settimana si terranno a Washington incontri tra le delegazioni israeliana e libanese, sotto l’egida americana. Fonti militari israeliane riferiscono alla nostra consociata Epoch che gli Stati Uniti stanno esercitando forte pressione su Israele affinché questo moderi l’attività militare in Libano e limiti le operazioni alla sola difesa contro minacce evidenti. D’altra parte, la critica di Donald Trump all’attacco israeliano in Libano è stata proprio questa: una reazione spropositata a un attacco che non aveva ucciso nessuno (fortunatamente) né causato gravi danni.
Nel frattempo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha annunciato ieri sera che «se gli attacchi israeliani in Libano continueranno, sarà considerato una violazione dell’accordo e l’Iran risponderà».
La questione libanese ha assunto ormai il ruolo della pietra angolare che tiene in piedi l’intero accordo Stati Uniti-Iran (e più in generale la riorganizzazione complessiva degli assetti in atto Medio Oriente). Donald Trump, commentando la situazione alla stampa insieme all’emiro del Qatar, lo Sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, ha rilasciato un commento durissimo nei confronti di Israele:
„«Israele combatte contro Hezbollah da troppo tempo e sta uccidendo troppe persone. Non c’è bisogno di demolire un intero palazzo ogni volta che cerchi un singolo individuo, perché dentro ci sono tantissime persone normali e non sono tutti di Hezbollah, questo è sicuro. Io ho suggerito a Israele di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah, perché, a dirla tutta, penso che quest’ultima possa fare un lavoro migliore. Se Israele non riesce a portare a termine il compito senza ammazzare tutti quanti, lo farà lui [ossia il presidente siriano Ahmed al-Sharaa, ndr], lo farà la Siria».
A Gerusalemme preoccupa anche il fatto che l’Iran ora abbia avuto il permesso di tornare a vendere petrolio, e che quindi la Repubblica Islamica, ridotta sul lastrico dalla guerra, possa rimettersi in piedi e riarmarsi.
Ma l’articolo più preoccupante del memorandum, sempre secondo le fonti ufficiali di Epoch, è quello sul programma nucleare iraniano, che recita: «La Repubblica Islamica dell’Iran riafferma che non acquisirà né svilupperà armi nucleari. Gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la questione del trattamento dello stock di materiale arricchito secondo un meccanismo concordato e di comune accordo, e secondo il calendario menzionato nell’articolo 7, dove la metodologia minima sarà la diluizione del materiale sul sito sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Entrambe le parti hanno inoltre concordato di discutere la questione dell’arricchimento e altre questioni concordate di comune accordo, relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base del quadro giuridico che sarà concordato nell’accordo finale. L’accordo finale confermerà le disposizioni di questo articolo».
Alla luce di questo testo, a Gerusalemme si giunti alla conferma che gli Stati Uniti hanno quasi “capitolato” perché hanno rinunciato alla precedente richiesta di far uscire l’uranio arricchito dal territorio iraniano e di distruggerlo. Questo perché l’Iran, dicono in Israele, ha avuto il permesso di re-impoverire l’uranio arricchito sul proprio suolo, e persino continuare l’arricchimento, visto che Trump ha pragmaticamente dichiarato negli ultimi giorni che sarebbe anche disposto ad accettare che l’Iran arricchisca uranio a basso livello, evidentemente per essere usato in centrali nucleari, ma sempre sotto la supervisione dell’Aiea e degli Stati Uniti.
La paura di Gerusalemme deriva dal fatto che, anche dopo la “diluizione” dell’uranio, sarebbe sempre tecnicamente possibile ri-arricchire il materiale nucleare a uso bellico (benché sia un’operazione tecnicamente molto più complessa, lenta e difficile rispetto all’arricchimento dell’uranio “vergine”). Per Israele, quindi, all’Iran dovrebbe essere totalmente proibita ogni attività di arricchimento dell’uranio. Una “proibizione totale” che, peraltro, potrebbe sempre essere aggirata e/o violata.
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Giovanni Donato
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