Per molti italiani Leopardi è il poeta del pessimismo. Un’etichetta che si ripete di continuo nei manuali scolastici, e così Leopardi è diventato il poeta triste per eccellenza; un giovane gobbo che trascorre la propria esistenza a contemplare l’infelicità umana. Un grande noioso, insomma. Ma è davvero giusto ridurre uno dei più grandi poeti di tutti i tempi a una formula scolastica? Oppure dietro quell’etichetta si nasconde un equivoco che dura ormai da due secoli? La verità è che Leopardi non fu mai il poeta della rinuncia.
Fu un uomo capace di chiedersi cos’è la verità? E quale prezzo paghiamo nel dirla? Cosa sono la felicità e il dolore, il desiderio, la morte, e la vita? E appunto ciò che lo rende tanto vivo è che Leopardi non affronta questi temi da un punto di vista astratto o accademico. Li vive sulla propria pelle. Ma andiamo con ordine. Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, all’interno di una famiglia nobile ma profondamente conservatrice. Il padre, il conte Monaldo, possiede una biblioteca immensa, una delle più ricche delle Marche. Quella biblioteca diventerà il mondo di Giacomo. Leopardi passa intere ore circondato dai libri. Impara il latino, il greco, l’ebraico. Traduce i classici. Se queste stanze potessero parlare, vi parlerebbero di un adolescente che scrive al suo più caro amico, Pietro Giordani, in realtà il suo unico amico, raccontandogli dei sogni che gli agitano l’anima, delle speranze per l’avvenire, delle sue idee con tale profondità che poi l’amico ebbe a dire che Leopardi «fa spavento». Fa spavento una così grande intelligenza, una sensibilità tanto grande.
Ma vi parlerebbero anche della pena di un giovane che non sa spiegarsi le ragioni della semicecità che lo ha colpito. Del desiderio di un ragazzo desideroso di conoscere il mondo, che si slancia verso l’infinito, per poi essere ricondotto a forza nel suo palazzo-prigione da un padre inflessibile. Ben presto, infatti, Recanati comincia a stargli stretta. Nel 1819 tenta di fuggire da casa. Scoperto dal padre, è costretto a rinunciare. Nel frattempo la sua salute peggiora ulteriormente e teme perfino di diventare cieco. Eppure è in questo periodo che nasce una delle poesie più celebri della letteratura mondiale: L’Infinito.
A prima vista sembrerebbe un paradosso. Un giovane quasi isolato dal mondo, afflitto dalla malattia e dalla delusione, scrive una poesia che da oltre due secoli continua a parlare di immensità, di apertura e di libertà. L’ispirazione nasce da un luogo semplicissimo: il monte Tabor, poco distante dalla casa paterna. Una siepe gli impedisce di vedere l’orizzonte. Ma proprio quel limite diventa il punto di partenza dell’immaginazione. Dove l’occhio non riesce ad arrivare, interviene la mente.
Quando scrive «sempre caro mi fu quest’ermo colle», Leopardi non sta semplicemente descrivendo un paesaggio. Sta raccontando il bisogno profondamente umano di andare oltre ciò che possiamo vedere. Questo è uno dei passaggi più importanti di tutta la poetica leopardiana. Il limite non distrugge il desiderio. Lo genera. Lo sguardo di Leopardi si spinge oltre l’albero, oltre la siepe, oltre la torre che circoscrivono la sua vista e lascia spaziare la sua immaginazione fino a figurarsi quegli «interminati spazi e sovraumani silenzi».
A dispetto della malattia, della quasi cecità, dell’atroce solitudine, l’animo di Leopardi è ricolmo di entusiasmo. L’immensità cui aspira però è troppo grande per essere contenuta dallo sguardo di un solo uomo: il cuore di Leopardi quasi «spaura» davanti all’infinito. Alla fine un sorriso appare sulle sue labbra: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Con questo verso non sta celebrando la rinuncia alla vita, ma l’abbandono dell’io dentro qualcosa di più grande.
Già qui emerge una caratteristica che accompagnerà tutta la sua opera. Leopardi non smette mai di interrogarsi sul dolore umano. Ma non smette nemmeno di interrogarsi sulla bellezza, sul desiderio e sulla capacità dell’uomo di immaginare ciò che non possiede. Leopardi si chiederà sempre: che cosa significa vivere pienamente? È una domanda che ritorna continuamente nelle sue opere e che raggiunge una delle sue formulazioni più alte nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Qui il protagonista non è più il poeta di Recanati. È un pastore sperduto sotto il cielo stellato. Eppure le sue domande sono le stesse che ogni essere umano si pone da millenni.
Perché esistiamo? Qual è il significato della nostra presenza nel mondo? La luna ascolta in silenzio. Non risponde. Ed è proprio questo silenzio a rendere il testo così moderno. Leopardi comprende che molte delle domande fondamentali dell’esistenza potrebbero non avere risposta. Ma il valore dell’uomo non consiste nel possedere tutte le risposte. Consiste nel continuare a interrogarsi.
Nasce così Il passero solitario. Anche qui la lettura scolastica rischia di essere riduttiva. Certo, il poeta si confronta con la solitudine. Certo, osserva gli altri giovani partecipare alla vita mentre lui rimane ai margini. Ma il centro della poesia non è l’autocommiserazione. È la consapevolezza del tempo che passa. È la scoperta che ogni occasione perduta lascia una traccia irreversibile nella nostra esistenza.
Non tutti sanno, inoltre, che il passero di cui parlava Leopardi non è il comune passerotto che vediamo nei nostri giardini. La monticola solitarius (comunemente detto passero solitario) è un uccello dal piumaggio azzurrino che è assai diverso dai suoi simili: questo passero infatti vive da solo e non in gruppo, predilige le località deserte e rocciose, le cave di pietra, le rovine, i campanili. Però questo uccellino solitario ha ricevuto un dono dalla natura: un canto melodioso. Mentre gli altri uccelli volano e si divertono, lui è l’unico a cantare e il suo canto si diffonde nell’intera valle. Dalla sua solitudine nasce un canto dolcissimo.
Nell’autunno del 1822 Leopardi ha finalmente ottenuto dal padre il permesso di lasciare Recanati e di visitare Roma. La città eterna però gli parve squallida, così diversa dalla Roma che aveva sognato e di cui aveva letto nei libri. Gli intellettuali romani erano arroganti, noiosi, presi dai loro intrighi di palazzo, dalle loro piccole faide tra cricche rivali. A Roma Leopardi è più solo che mai. A Bologna s’innamora della contessa Teresa Carniani Malvezzi. S’immagina di poter intrattenere con questa nobildonna di origini fiorentine, più anziana di lui di tredici anni, un’amicizia platonica. Le parla di storia, poesia, letteratura; riversa in queste appassionate conversazioni il desiderio di essere compreso, ma il marito di lei è fin troppo geloso e la contessa non è disposta a ricambiarlo. Colpito nuovamente dall’aggravarsi del disturbo agli occhi, è costretto a sciogliere il contratto con il suo editore.
È in questo contesto che nascono le Operette morali. E probabilmente si tratta dell’opera più sottovalutata dell’intera letteratura italiana. Il linguaggio delle Operette Morali è chiaro, ragionato, preciso come un raggio laser o il bisturi di un chirurgo. Attraverso dialoghi immaginari, paradossi e invenzioni filosofiche, Leopardi mette sotto processo le illusioni dell’uomo moderno: il Progresso, la Felicità, la Moda, la Superiorità della specie umana.
Ma ancora una volta sarebbe sbagliato leggere queste pagine come semplice pessimismo. Leopardi non distrugge le illusioni perché odia l’uomo. Le distrugge perché ama troppo la verità. Vuole costringere l’umanità a guardarsi allo specchio. Vuole liberarla dalle menzogne che racconta a se stessa. Ed è proprio questo percorso che conduce al suo ultimo grande capolavoro: La Ginestra. Ed è qui che l’intero percorso leopardiano si ricompone. Non come sistema filosofico chiuso, ma come processo di disvelamento progressivo.
Sulle pendici del Vesuvio, tra campi cosparsi di «cenere infeconde» e di lava, cresce la ginestra. La ginestra è «contenta dei deserti», non inveisce rabbiosamente contro la sorte, non si dispera, non supplica, non s’illude. Accetta con tranquillità il mondo per ciò che è. All’uomo invece, dice Leopardi, piace «favoleggiar». Disprezza coloro che gli parlano con franchezza, condanna all’oblio le tante Cassandre che parlando con onestà sono inascoltate, perché gli uomini preferiscono dar credito a coloro che li illudono.
Ma risposta non è il silenzio né la resa. È la solidarietà. La ginestra che cresce sulle pendici del Vesuvio è il simbolo di una resistenza non illusoria: non si tratta di credere in un senso del mondo, ma di riconoscere la comune condizione di fragilità che lega gli esseri umani. La vera alternativa non è tra ottimismo e pessimismo, ma tra ignoranza e consapevolezza. La ginestra, nata in terreni aridi, infecondi, in «tristi lochi», cresce tra asprezze e rovine, eppure spande nell’aria un profumo dolcissimo «quasi i danni altrui commiserando». Chi comprende le asprezze della vita, chi riesce a sopportare le ingiustizie e i dolori che la carne eredita, non potrà non compassionare i suoi simili, offrendo aiuto a chi soffre.
Leopardi cioè non costruisce illusioni consolatorie, ma smonta quelle già esistenti. E quest’opera di decostruzione non approda al nichilismo, bensì a una forma estrema di lucidità: l’idea che la verità non sia ciò che conforta, ma ciò che resiste anche quando non consola. Per questo ridurre Leopardi al “pessimismo cosmico” significa mancare il punto essenziale della sua poetica. Leopardi non insegna a disperare del mondo. Insegna a guardarlo senza maschere. E proprio in questo sguardo si apre la possibilità di una forma diversa di umanità. C’è uno slancio eroico in tutta la sua poesia. E se dovessi usare una parola per descrivere Leopardi, userei proprio questa parola qui: eroico. Perché Leopardi fu il poeta che più di tutti lottò per tenere assieme verità e bellezza.
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Guendalina Middei
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