Silenzio di Netanyahu sul negoziato Usa-Iran. Vance: “Trump è l’unico vostro alleato”, Ben-Gvir: “Tutto il Libano deve bruciare”


Il negoziato tra Stati Uniti e Iran non rischia di incepparsi soltanto sul nucleare. A pesare, ora, è anche il dossier Israele: il suo silenzio ufficiale dopo la firma del memorandum, la prosecuzione delle operazioni in Libano contro Hezbollah e l’insolito ammonimento pubblico del vicepresidente americano JD Vance agli esponenti israeliani più critici verso l’accordo.

Il memorandum tra Washington e Teheran, firmato il 17 giugno 2026, avrebbe dovuto entrare nella fase operativa con i primi colloqui di attuazione al Bürgenstock, in Svizzera, oggi, 19 giugno. Quei colloqui, però, sono stati rinviati. La diplomazia elvetica ha confermato che l’incontro tra Usa, Iran, Qatar e Pakistan non si terrà per ora, pur restando pronta a facilitarlo.

La firma di Trump a Versailles

Formalmente, quindi, l’intesa non è saltata. Politicamente, però, è già sotto stress.

Il fronte che non si spegne

Il punto più sensibile è il Libano. Il memorandum punta a fermare le ostilità su tutti i fronti regionali, compreso quello libanese. Ma proprio lì la guerra continua a produrre attrito. Israele, rimasto fuori dal tavolo negoziale tra Stati Uniti e Iran, ha preso le distanze dall’accordo e ha proseguito le operazioni contro Hezbollah.

Se la tregua deve valere anche per il fronte libanese, ma Israele non intende ritirarsi né interrompere pienamente la propria pressione militare, l’Iran può sostenere che lo spirito dell’intesa non viene rispettato. E se Teheran arriva al tavolo convinta che Washington non riesca a controllare il proprio alleato principale, il negoziato parte già indebolito.

Fuoco incrociato fra Trump frena Netanyahu:
Netanyahu e Trump

La Casa Bianca ha bisogno che la tregua appaia credibile, ordinata e controllabile. Ma l’azione israeliana in Libano introduce un elemento di instabilità che non dipende direttamente dal testo firmato da Usa e Iran.

Vance alza il tono

In questo contesto si inserisce l’intervento di JD Vance. Il vicepresidente americano, nelle scorse ore, ha difeso l’accordo con Teheran e ha risposto duramente ai critici israeliani. Il messaggio, nella sostanza, è stato molto chiaro: Donald Trump resta il principale alleato internazionale di Israele e Gerusalemme dovrebbe evitare di attaccare pubblicamente proprio l’unica potenza che continua a sostenerla in modo decisivo.

“Gli israeliani si devono svegliare e annusare l’aria che c’è attorno alle loro case. Perché gli israeliani criticano Trump? Trump guida una superpotenza ed è l’unico alleato che Israele ha. E’ l’unico capo di Stato al mondo che in questo momento nutre simpatia per la nazione di Israele. Il problema di Israele non è Donald J. Trump. E chiunque in Israele pensi che il suo problema più grande sia il Presidente degli Stati Uniti deve svegliarsi e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il Paese”.

Il silenzio di Netanyahu

Mentre Vance alzava il tono, da Benjamin Netanyahu non è arrivata una risposta chiarificatrice capace di rassicurare Washington. Il suo ufficio e il ministero degli Esteri israeliano non hanno commentato subito le osservazioni americane. In diplomazia, soprattutto in una fase così fragile, anche il silenzio comunica.

Quel silenzio dice che Israele non vuole ancora legarsi mani e piedi alla cornice americana. Non contesta frontalmente Trump, ma non concede nemmeno una piena adesione politica al memorandum. Mantiene margine di manovra, soprattutto sul Libano.

E infatti Netanyahu ha ribadito la necessità di mantenere una fascia di sicurezza nel sud del Libano finché le esigenze di sicurezza israeliane lo richiederanno. È una posizione che, dal punto di vista israeliano, serve a impedire a Hezbollah di tornare a minacciare il nord del Paese. Ma dal punto di vista del negoziato Usa-Iran è un problema: perché rende più difficile presentare il memorandum come un vero congelamento del conflitto regionale.

Israele pesa più degli altri attori regionali essendo direttamente coinvolto nel conflitto e mantenendo capacità operative decisive sul fronte libanese. Se continua a colpire Hezbollah, il cessate il fuoco regionale resta incompleto. Inoltre Israele è l’alleato più importante degli Stati Uniti in Medio Oriente. Una frattura pubblica tra Trump e Netanyahu rende più fragile l’intera architettura negoziale, perché mostra che Washington non ha un fronte compatto alle proprie spalle.

I raid in Libano

A pesare sul negoziato non è solo la posizione politica di Israele, ma soprattutto ciò che continua ad accadere sul terreno. Nelle ore precedenti al rinvio dei colloqui in Svizzera, l’IDF ha condotto nuovi raid nel sud del Libano, colpendo obiettivi indicati da Israele come infrastrutture e miliziani di Hezbollah.

Le Forze di Difesa Israeliane affermano di aver effettuato raid aerei durante la notte e di aver continuato ad attaccare terroristi e infrastrutture di Hezbollah in diverse aree del Libano meridionale. Lo scrive il Times of Israel, aggiungendo che gli attacchi sono stati una risposta alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del gruppo terroristico sostenuto dall’Iran.

Secondo l’agenzia statale libanese NNA, almeno 16 persone sono morte in una notte di intensi raid israeliani nel sud del Libano, soprattutto nel distretto di Nabatieh. L’agenzia riferisce che, tra la notte di giovedì e l’alba di venerdì, artiglieria, aerei da guerra e droni israeliani avrebbero colpito diverse località, tra cui Sharqieh, Harouf, Kfarsir, Nabatieh, Kfarjouz, Kfarman, Zibdine, Haboush, Sajd, Jabal al-Rafie, Qusaybah, Jebchit, Adshit e Toul.

Secondo la ricostruzione libanese, alcuni raid avrebbero centrato abitazioni e quartieri civili, provocando morti, feriti e dispersi.

Ben-Gvir: “Ora tutto il Libano deve bruciare”

“Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare”. Così il ministro della Sicurezza Nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir, dopo che è stata diffusa la notizia di 4 militari uccisi da Hezbollah in Libano. “Con tutto il rispetto per gli americani – aggiunge – Israele deve chiarire all’intero mondo che il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono alla mercé di nessuno. Tutto il Libano deve bruciare. Il nostro dovere supremo è proteggere i cittadini di Israele e i soldati delle Idf, e questo impegno prevale su ogni altra considerazione”.

Il rischio per Washington

Il rischio per Trump è evidente. Il presidente americano vuole presentare il memorandum come una prova di forza diplomatica: ha fermato la guerra, riaperto Hormuz, costretto l’Iran a tornare sotto una cornice negoziale e aperto una finestra di 60 giorni per chiudere il dossier nucleare.

Ma se Israele continua a combattere in Libano, la narrativa diventa più difficile. A questo si aggiunge la pressione interna americana. Una parte dei repubblicani teme che l’intesa conceda troppo a Teheran: deroghe sul petrolio, sblocco progressivo di fondi, uranio arricchito da trattare in Iran invece che trasferire fuori dal Paese. Se a queste critiche si aggiunge il malcontento israeliano, il margine politico della Casa Bianca si restringe.

Il vero banco di prova: il Libano

Il Libano diventa quindi il banco di prova immediato. Non il nucleare, non le sanzioni, non Hormuz: quelli sono i dossier del negoziato lungo. Il Libano è il test delle prime ore, quello che dice se la tregua è in grado di reggere al contatto con la realtà.

Se Hezbollah resta fermo, se Israele riduce le operazioni e se Washington riesce a tenere insieme le parti, il memorandum può sopravvivere al rinvio svizzero. Se invece il fronte libanese continua a incendiarsi, il negoziato rischia di arrivare al tavolo già logorato.

È per questo che il silenzio israeliano pesa. Non è solo prudenza diplomatica. È il segnale che Gerusalemme non considera ancora chiusa la propria partita militare.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Valeria Panzeri

Source link

Di