Per decenni, il “modello Germania” è stato descritto come l’architrave indiscutibile della stabilità europea. Una narrazione fondata sul surplus commerciale, sull’efficienza tecnologica della sua industria pesante e su una coesione sociale apparentemente inscalfibile, oltre che la possibilità non scritta di poter riscrivere, o al limite aggirare, i paletti normativi europei che si rivelavano in contrasto con il proprio sviluppo. Questa realtà non esiste più. I numeri testimoniano un declino apparentemente inarrestabile: da due anni il PIL tedesco è negativo, così come per la prima volta dalla riunificazione anche gli investimenti mostrano il segno meno, il numero di disoccupati ha toccato il record di 1,66 milioni e quella che una volta era nota come la “poderosa bilancia commerciale tedesca” (che rappresenta l’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni) è crollata di un drammatico 22,2%. Un risultato che, come vedremo, non è un incidente della storia, né il frutto di una fluttuazione ciclica del mercato. Ma il risultato di una serie di scelte rivelatesi completamente sbagliate.
Il bollettino della miseria: il collasso sociale interno
I dati macroeconomici e sociali emersi recentemente dipingono un quadro cupo, che le dichiarazioni rassicuranti della cancelleria non riescono più a dissimulare. Secondo i rapporti diffusi dalle principali reti delle associazioni caritative tedesche e rilanciati dalle testate giornalistiche, la povertà in Germania ha raggiunto i massimi storici dal 2020 a oggi. Oltre il 16% della popolazione tedesca vive attualmente al di sotto della soglia di povertà. Si parla di più di 14 milioni di cittadini che non riescono a coprire i costi della vita quotidiana, un dato spaventoso per il Paese che fino a pochi anni fa dettava le regole dell’economia continentale.
Le associazioni di categoria e le ONG assistenziali denunciano una vera e propria “situazione di crisi permanente”. La risposta delle istituzioni, tuttavia, non si orienta verso un ripensamento del welfare o verso investimenti pubblici redistributivi, bensì ricalca fedelmente la spietata dottrina neoliberista, dello Stato come azienda. Dunque, di fronte al calo delle entrate fiscali e all’esplosione dei costi energetici, il governo prospetta e implementa nuovi e drastici tagli allo stato sociale. Dalla sanità ai sussidi di disoccupazione, fino ai fondi per l’istruzione, lo Stato tedesco sta progressivamente ritirando la propria rete di protezione, scaricando l’intero peso del declino economico sui segmenti più vulnerabili della popolazione: pensionati, famiglie monogenitoriali, lavoratori precari e la calante classe operaia delle periferie industriali. Qualcosa che in Italia conosciamo molto bene ormai da qualche decennio.
Il suicidio geoeconomico: sanzioni boomerang e desertificazione industriale
Per comprendere le radici di questa povertà di massa, è necessario analizzare il cortocircuito geoeconomico che la Germania si è autoinflitta. La prosperità industriale tedesca si è retta per quasi quarant’anni su un presupposto geopolitico fondamentale: l’accesso a energia a basso costo dall’Oriente, nello specifico il gas naturale russo, unito a una forte capacità di esportazione verso i mercati globali, inclusa la Cina. Recidendo unilateralmente e ideologicamente questo cordone ombelicale, sia versa Mosca che Pechino, Berlino ha firmato la propria condanna industriale.
L’adozione acritica dei pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa si è trasformata nel più clamoroso esempio di “sanzioni boomerang” della storia economica moderna. Il blocco del gas e il successivo, mai chiarito, attacco diretto al proprio Paese con il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, hanno privato il tessuto produttivo tedesco della sua materia prima vitale. Sostituire il gas russo con il costoso Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via nave dagli Stati Uniti o da intermediari terzi ha quadruplicato i costi energetici per le imprese.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una desertificazione industriale in piena regola. Settori storici come la chimica, la siderurgia e l’automobilismo, quest’ultimo un tempo orgoglio nazionale, si trovano in una crisi irreversibile, con storiche aziende che stanno fallendo o sono già fallite. Interi distretti manifatturieri si stanno spegnendo, spingendo migliaia di lavoratori altamente qualificati verso l’indigenza o verso il settore dei servizi a basso salario. Colossi dell’auto, come Wolkswagen, che non avevano mai chiuso uno stabilimento in patria, si vedono costretti ad annunciare piani di licenziamento di massa e delocalizzazioni selvagge verso mercati esteri più competitivi. Alcuni del settore automobilistico, optano per l’economia di guerra e implementano la produzione militare. Il tessuto produttivo tedesco è stato sacrificato per difendere un atlantismo dogmatico, anteponendo gli interessi strategici di Washington al benessere e alla sopravvivenza economica dei propri cittadini.
La perdita di credibilità internazionale e l’isolamento geopolitico
Questa totale subalternità strategica ha finito per produrre un declassamento anche sul piano della rilevanza geopolitica globale. La Germania ha perso la propria postura di mediatore credibile all’interno del continente e nello scacchiere internazionale. L’espressione più evidente di questo declino diplomatico è stata la perdita del seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un evento che certifica l’erosione della reputazione politica di Berlino agli occhi del Sud globale e delle potenze emergenti.
Nel tentativo di accreditarsi come il miglior esecutore delle direttive della NATO, la Germania ha finito per non rappresentare più un credibile interlocutore per una grossa fetta di mondo. Pesa in modo determinante l’enorme sforzo economico e militare profuso nel sostegno a oltranza all’Ucraina, così come l’allineamento incondizionato alle posizioni israeliane nel contesto mediorientale. Miliardi di euro sottratti al bilancio dello Stato tedesco, e quindi ai servizi pubblici e al contrasto alla povertà, sono stati dirottati nel finanziamento del conflitto nell’Europa dell’Est e nell’invio di forniture militari pesanti. Questa postura ultra-interventista ha alienato alla Germania la simpatia e la fiducia di gran parte della comunità internazionale, che oggi vede Berlino non più come una forza diplomatica orientata alla stabilità, ma come una pedina subalterna priva di una visione strategica autonoma.
La riconversione all’economia di guerra e l’ipocrisia delle élite
Mentre la povertà aumenta e le fabbriche civili chiudono, l’unico settore che sperimenta una crescita esponenziale in Germania è quello della difesa. In una torsione orwelliana della realtà, le stesse élite politiche ed economiche tedesche che fino a ieri deprecavano con indignazione morale la “conversione all’economia di guerra” della Russia, hanno avviato esattamente lo stesso processo all’interno dei propri confini.
Le grandi aziende tedesche di armamenti sono state le prime a fiutare il business della militarizzazione permanente e a intavolare strutturate joint venture con aziende ucraine, sia pubbliche che private, per la produzione e la manutenzione di veicoli corazzati e munizioni direttamente nei pressi del fronte. Poi hanno seguito altri Paesi. Ma il dato più allarmante riguarda la riconversione interna: persino le storiche aziende automobilistiche, strette nella morsa della crisi strutturale dell’elettrico e dei costi energetici, stanno convertendo intere linee produttive o stringendo accordi per la fornitura di componenti militari e veicoli da trasporto per la difesa. La produzione bellica è diventata, di fatto, l’ultimo ammortizzatore sociale rimasto a disposizione del capitalismo tedesco per frenare il crollo del PIL, trasformando la distruzione estera (che ha portato anche a quella interna) nell’ossigeno per l’economia interna. Una spirale che potrebbe avere conseguenze drammatiche qualora non fosse arrestata.
I fantasmi della storia: la potenza come surrogato della sicurezza
A coronamento di questa deriva strutturale, il governo tedesco ha annunciato e progressivamente implementato imponenti piani di ammodernamento e di espansione dell’esercito (Bundeswehr). Investimenti speciali da centinaia di miliardi di euro vengono stanziati per aumentare le capacità militari, reintrodurre surrettiziamente forme di coscrizione o servizio obbligatorio e incrementare la proiezione di forza della Germania.
Si tratta di un riflesso condizionato ben noto agli analisti della storia europea. Quando la sicurezza interna viene a mancare, sia essa reale o percepita, economica o sociale, e lo Stato non è più in grado di garantire il benessere e la stabilità della propria popolazione, la risposta delle classi dirigenti è quasi sempre la stessa: la ricerca della potenza, della forza. La militarizzazione della società e l’esaltazione della forza bellica diventano il surrogato tossico di una coesione sociale andata in frantumi, un mezzo per deviare il malcontento popolare verso un nemico esterno e per giustificare i sacrifici economici imposti alla cittadinanza.
La storia del continente europeo, e la traiettoria storica della Germania in particolare, mostrano chiaramente a quali catastrofi conduca questa specifica parabola. Il declino economico della Repubblica di Weimar e la successiva militarizzazione industriale restano un monito perenne che le attuali élite di Berlino sembrano aver rimosso. Cercare di compensare il fallimento attraverso l’espansione militare e l’allineamento ai tamburi di guerra globali non salverà la Germania dal suo declino, ma rischia di accelerare la destabilizzazione dell’intero continente.
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Michele Manfrin
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