Una costante spina nel fianco. Tanto in campo quanto fuori dal rettangolo verde. Sì perché Ehsan Hajsafi, il capitano dell’Iran che domenica sera affronterà il Belgio, ha dimostrato di essere un difensore dai modi spigolosi e dalla lingua affilata. Il ragazzo partito da Kashan ha dato un significato piuttosto personale alla fascia che porta stretta al braccio. Per lui indossare la maglia del Team Melli non vuol dire marcare stretto l’avversario. Ma anche i vertici del proprio Stato. Soprattutto quando ci sono da sottolineare le difficoltà a cui va incontro la popolazione o quando ci sono da reclamare i diritti.
Proprio questa sua propensione a prendere una posizione scomoda e a criticare pubblicamente la guida dell’Iran lo ha imprigionato in un paradosso. Quello che racconta di un calciatore cresciuto dentro le istituzioni sportive iraniane, fino a diventare uno dei simboli della Nazionale, ma costretto a camminare lungo il periglioso passaggio che tiene insieme obbedienza, prudenza e dissenso.
Da ragazzo della “Tempesta gialla” a caso politico
La sua formazione calcistica è piuttosto lineare. A dieci anni si forma nel vivaio dello Zob Ahan, poi passa allo Sepahan, una squadra che si fa chiamare “Tempesta gialla dell’Asia”. È un club a cui è legato da un cordone ombelicale difficile da recidere. E che lo riporterà a casa per ben cinque volte nel corso della sua carriera. Hajsafi ha girato molto e vinto più di quanto potesse sperare (tra le altre cose un campionato greco e due scudetti iraniani). Ha giocato fuori dai confini della sua Nazione: in Germania con il FSV Francoforte. E poi in Grecia con Panionios, Olympiakos, Aek Atene. Proprio durante una di queste sue avventure succede qualcosa che non potrà mai dimenticare.
È l’agosto del 2017. L’Europa League mette una contro l’altra il Panionios di Hajsafi e il Maccabi Tel Aviv. Il giocatore decide di saltare la gara di andata in Israele. Poi però scende in campo nel return match in Grecia insieme al compagno di squadra Masoud Shojaei. È uno scandalo. La Federcalcio iraniana è furiosa. Il viceministro dello Sport Mohamed Rese Dawarsani va giù pesante. «Hanno superato la linea rossa e saranno quindi esclusi dalla Nazionale». È una scelta senza precedenti. E che diventa subito un caso politico. Anche perché, solo qualche giorno prima, il portavoce del ministero degli Esteri, Bahram Qassemi, aveva affermato che i calciatori iraniani avrebbero dovuto far inserire nei loro contratti delle clausole che gli consentissero di non scendere in campo contro le squadre israeliane.
La voce del capitano Hajsafi
Hajsafi viene reintegrato nel 2018. Su richiesta dell’allora allenatore della Nazionale Carlos Queiroz. La frattura è però insanabile. Anzi, si fa più accentuata al peggiorare delle condizioni in cui vivono gli iraniani. Il 2022 è l’anno della grande battaglia dialettica tra il calciatore e lo Stato per cui gioca. A marzo centinaia di donne munite di biglietto furono respinte all’esterno dello stadio di Mashhad, in alcuni casi con l’impiego di spray urticante. Il difensore non ce la fa a voltarsi dall’altra parte. Anche se in quel momento gioca in Grecia. Così prende il telefonino e scrive un post su suo profilo Instagram: «Spero che arrivi il giorno in cui le nostre madri e sorelle possano entrare nello stadio senza ostacoli né violenze. Il calcio è più bello con le donne del mio Paese».
È solo l’inizio di uno scontro frontale che diventerà più duro qualche mese dopo. A novembre si giocano i Mondiali in Qatar. L’Iran si prepara a scendere in campo. Ma da due mesi la Repubblica Islamica è attraversata da una repressione che si lascerà dietro quattrocento morti e quindicimila arresti. Hajsafi è il capitano del Team Melli. E durante una conferenza stampa decide di iniziare il suo intervento con «Nel nome del dio arcobaleno». Non è una farsa qualunque. È una frase «pericolosa». Perché è stata usata in un video dal piccolo Kian Pirfalak, una delle vittime simbolo della repressione. «La situazione nel Paese non è buona – aggiunge -. La nostra gente non è contenta. Noi siamo qui, ma questo non vuol dire che non dobbiamo essere la loro voce. Io spero che le condizioni cambino secondo le aspettative del popolo».
La preferenza è una cosa seria.
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Il ritorno dell’esiliato
Sono parole che fanno rumore. Molto. Anche perché il giorno successivo l’Iran va in campo contro l’Inghilterra e i suoi giocatori decidono di non cantare l’inno Nazionale. In campo i Tre Leoni vincono addirittura 6-2. Ma non fa molta differenza. L’Iran si toglie la soddisfazione di battere 0-2 il Galles prima di perdere 1-0 contro gli Stati Uniti e salutare il Mondiale. Ehsan Hajsafi ha 32 anni. Vincerà uno scudetto e una Coppa di Grecia con l’Aek Atene. Ma la sua carriera inizia a camminare stancamente sul viale del tramonto. Dal 2024 non viene più convocato in Nazionale. Poi succede l’impensabile.
Gli altri difensori si rivelano non poi così affidabili. Serve una soluzione. Così ecco che il ct Amir Ghalenoei decide di richiamarlo per il Mondiale. E Hajsafi riprende tutto lì da dove aveva lasciato. Ossia lanciando una critica diretta alla Fifa riguardo alla questione dei visti. «Dopo tutto quello che è successo, alla fine i visti sono stati rilasciati – ha detto – Personalmente, però, ho una critica da rivolgere alla Fifa: perché ci è voluto così tanto tempo? Per quanto ne so, i visti sono stati concessi soltanto ai giocatori e ad alcuni membri dello staff tecnico».
L’attacco alla Fifa e le spille #168
E ancora: «Purtroppo, a diversi membri fondamentali del nostro staff, che ricoprono incarichi molto importanti all’interno della squadra, non è stato concesso il visto. Tra questi ci sono il team manager, il direttore esecutivo e il responsabile dei media. Da qui vorrei chiedere alla Fifa di intervenire sulla questione, affinché, se Dio vuole, la situazione possa risolversi nei prossimi giorni».
Le polemiche sulla presenza del team iraniano negli Stati Uniti sono state però rinfocolate anche da un altro gesto piuttosto esplicito. Una volta arrivati a Tijuana, in Messico, la squadra indossava delle spille con scritto “#168”. Si tratta di un hashtag che vuole omaggiare il numero di bambini che, secondo il ministero degli Esteri iraniano, sarebbero stati uccisi in una scuola elementare durante il primo giorno di conflitto con gli Stati Uniti, il 28 febbraio 2026. Secondo il New York Times gli Stati Uniti era davvero responsabili dell’attacco missilistico. Ma né Trump né il governo hanno mai confermato questa circostanza.
L’ultimo ballo col suo Iran
Ora, a 36 anni, per Hajsafi sembra arrivato davvero il momento dell’ultimo ballo con il suo Iran. Comunque vada a finire questo Mondiale l’ha già consegnato alla storia. Perché il difensore è il primo giocatore della nazionale iraniana ad aver raggiunto le 10 presenze nella Coppa del Mondo. Un traguardo che Hajsafi ha raggiunto a modo suo: «In campo sono aggressivo e non scherzo con nessuno. È legato alla partita: tutti devono presentarsi con il cento per cento della concentrazione e della prontezza. Per descrivermi durante le partite si può usare l’emoji rossa arrabbiata, perché sono molto serio e intenso».
Niente male per un giocatore in cui è difficile distinguere leggenda e realtà. Nel 2025 il difensore avrebbe contribuito alla liberazione di dieci detenuti per reati finanziari non violenti nella zona di Kashan. Come? Pagando i loro debiti. Tutto ordinario per un uomo che incarna un Paese, ma non il suo Stato.
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Andrea Romano
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