C’è una sentenza, firmata dal Tribunale civile di Firenze il 10 marzo 2026, che vale più di mille convegni. Il giudice ha respinto il ricorso di Acea/Acque Blu Fiorentine e ha confermato il trasferimento del 40% di Publiacqua a Plures, la multiutility toscana interamente pubblica, per circa 122 milioni di euro. Dopo l’operazione, Plures sale al 98% della società, che gestisce il servizio idrico nell’area Firenze-Prato-Pistoia. Pochi giorni dopo, i sindaci della Conferenza territoriale hanno deciso di procedere verso l’affidamento in house del servizio a Plures, chiudendo il cerchio. Non un semplice cambio di azionista, ma il tentativo concreto di riportare l’acqua dentro un perimetro di controllo pubblico diretto. È un segnale forte. Perché la Toscana era stata tra le prime regioni ad applicare con convinzione il modello misto pubblico-privato previsto dalla legge Galli del 1994. Oggi quella marcia indietro è scritta su un atto giudiziario e ha un nome preciso: remunicipalizzazione.
Il paradosso italiano
Prima di guardare avanti, vale la pena soffermarsi sul paradosso strutturale che affligge il settore. Secondo il rapporto Eurispes “Un sistema che fa acqua”, l’Italia si colloca al terzo posto in Europa per disponibilità di acqua dolce, ma è al tempo stesso prima per prelievi in valore assoluto per uso potabile, e seconda per prelievi pro capite. Gli italiani consumano dal rubinetto oltre 220 litri pro capite al giorno, contro una media europea di 123. Un paese idricamente ricco che gestisce la risorsa in modo vistosamente inefficiente. Il tallone d’Achille è la rete: le perdite nella distribuzione sono mediamente pari al 42,2% del volume immesso, equivalente a 3,4 miliardi di metri cubi all’anno. Nel Lazio si supera il 50%. Significa che ogni due litri che entrano nella rete, uno si disperde prima di arrivare al rubinetto. Un’emorragia che dura da decenni, indipendentemente da chi gestisce il servizio. Il livello di investimenti in infrastrutture idriche disegna un’Italia a tre velocità. Nel 2021, al Centro si è investito 75 euro per abitante, al Nord-Est 56, al Nord-Ovest 53, al Mezzogiorno appena 32. Nelle gestioni in economia diretta degli enti locali gli investimenti annui scendono a 8 euro per abitante. Questi dati restituiscono una cruda verità: la gestione pubblica, da sola, non basta: serve che sia pubblica ed efficiente.
Il referendum tradito (e il ricorso a Strasburgo)
Nel giugno 2011, con un’affluenza sopra il 54% e percentuali di consenso che sfioravano il 95%, gli italiani votarono compatti per togliere l’acqua dalla logica del mercato. I quesiti abrogavano le norme sull’affidamento a operatori privati e la remunerazione garantita del capitale investito nelle tariffe idriche. Una delle mobilitazioni civili più partecipate della storia repubblicana recente. Quello che successe dopo è noto. I governi successivi, Monti, poi gli altri, reintrodussero per vie traverse gli stessi meccanismi che il voto aveva cancellato. La Corte Costituzionale nel 2012 frenò i tentativi più espliciti, ma il settore rimase in una zona grigia: nessun obbligo di privatizzare, nessun reale impulso a pubblicizzare. Al 2024, Napoli risultava l’unica grande città italiana ad aver rispettato l’esito referendario, grazie alla società municipale ABC. La misura della contraddizione si è rivelata nel marzo 2025. Un ricorso contro lo Stato italiano, presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. La colpa: aver tradito la volontà popolare espressa nel referendum e di aver determinato così una violazione dei diritti umani. Quindici anni dopo il voto, si bussa alle porte della giustizia internazionale. La tensione non si è allentata nemmeno di recente. Nel 2025 il governo Meloni ha elaborato un decreto ambientale che conteneva una norma per consentire a soggetti privati di entrare fino al 20% nelle società a totale capitale pubblico che gestiscono le reti idriche. Un provvedimento che i movimenti per l’acqua pubblica hanno denunciato come un ulteriore aggiramento della volontà referendaria.
Dove l’acqua è pubblica. E funziona
Eppure, fuori dal rumore delle battaglie politiche nazionali, esistono esperienze consolidate che smentiscono l’idea che la gestione pubblica sia solo un orizzonte ideologico. Milano è un caso emblematico: il servizio idrico integrato è affidato a MM S.p.A., interamente controllata dal Comune, che lo gestisce dal 2003. Non una piccola realtà, ma una metropoli da oltre un milione e mezzo di abitanti. La Lombardia conta una rete di 13 gestori in house che servono oltre 1.200 comuni e circa 8,5 milioni di abitanti. Un sistema articolato che dimostra come la scala industriale sia compatibile con il controllo pubblico. In Puglia il percorso è ancora più esplicito sul piano istituzionale. Tra il 2025 e l’inizio del 2026, la Regione e i Comuni hanno avviato e formalizzato il trasferimento di quote di Acquedotto Pugliese ai Comuni pugliesi, per consolidare un assetto interamente pubblico e controllato congiuntamente dai territori. L’Autorità Idrica Pugliese è costruita attorno a un principio esplicito: l’acqua è governata dai Comuni, non dal mercato.
Il ruolo di ARERA e il water service divide
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