Criminalità giovanile in Italia: cosa ne pensano davvero i cittadini


Il tema della criminalità giovanile occupa con crescente preoccupazione il dibattito pubblico italiano. Episodi di violenza tra minorenni o giovani, diffusione di quelle che vengono comunemente definite “baby gang” e una percezione generalizzata di insicurezza urbana alimentano una domanda sociale alla quale le Istituzioni non sempre riescono a far fronte in modo univoco. I dati dell’indagine campionaria pubblicata a giugno 2026 dall’Eurispes offrono uno spaccato prezioso: non solo sui fenomeni di devianza giovanile in sé, ma su come gli italiani li interpretano e immaginano si possano contrastare.

Ciò che emerge è un Paese attraversato da tensioni profonde, con un orientamento che oscilla tra istanze punitive e visioni preventive. Affiora inoltre la consapevolezza, almeno diffusa tra le generazioni più giovani, che la devianza minorile affonda le radici in forme complesse disagio sociale che la sola repressione non può risolvere. Come una società affronta le fragilità dei propri giovani dice molto di come essa concepisce se stessa.

Gli italiani e la normativa sui reati minorili: troppo indulgente?

Il dato più netto che emerge dalla ricerca riguarda la valutazione dell’impianto normativo vigente. La quota più consistente dei cittadini (47,2%) considera le norme attuali troppo indulgenti nei confronti dei minori che commettono reati, mentre solo il 16,2% le ritiene adeguate e una minoranza del 3,7% le giudica eccessivamente severe. Un 32,9% preferisce non esprimersi.

Questo giudizio di eccessiva clemenza è trasversale alle fasce d’età, con il picco più alto tra i 35-44enni (51,3%), ossia la generazione che oggi si trova a fare i conti con l’adolescenza dei propri figli e con una quotidianità urbana percepita come sempre meno sicura. Significativa è anche la quota di indecisi tra i 25-34enni (39,4%), fascia che probabilmente vive il tema con maggiore ambivalenza, avendo essa stessa attraversato l’adolescenza in un’epoca di trasformazioni sociali accelerate.

Sul piano politico, il giudizio di eccessiva indulgenza raggiunge il suo valore massimo tra gli elettori di destra (60,2%), ma non è certo un’esclusiva del centro-destra (47,4%): valori simili si registrano anche tra chi si sente politicamente non rappresentato (46,9%), tra i centristi (47,9%), i 5 Stelle (46,8%) e persino a sinistra (46%). La forbice si allarga soltanto nel centro-sinistra, dove la quota scende al 39,8%. Il giudizio sulla normativa minorile, insomma, non si riduce a una polarizzazione ideologica: rappresenta una preoccupazione ampiamente condivisa.

Le strategie per contrastare la criminalità giovanile: sicurezza o prevenzione?

Il dibattito prende un accento differente quando si chiede ai cittadini quali strategie considerino più efficaci per affrontare il fenomeno della criminalità giovanile. Le risposte disegnano uno scenario in cui le soluzioni repressive e quelle preventive si equivalgono quasi perfettamente, senza che nessuna visione prevalga in modo netto.

In testa alle preferenze troviamo il rafforzamento della presenza delle Forze dell’ordine sul territorio (15,5%) e l’inasprimento delle pene anche per i minori (15,2%). Immediatamente dietro, con scarti minimi, si collocano però misure dal carattere opposto: la promozione dell’educazione alla legalità nelle scuole (14,7%) e l’incentivazione di spazi di aggregazione giovanile positivi come centri sportivi, culturali, ricreativi (14%).

Seguono il sostegno all’occupazione giovanile (13,6%) e il supporto alle famiglie in difficoltà (8,8%), che insieme delineano una visione della prevenzione come intervento strutturale sul tessuto sociale. In coda, con valori contenuti, compaiono la promozione di un uso corretto del web (6%) e la limitazione dell’accesso degli immigrati (8,7%), che segnala come una parte, sebbene minoritaria, dell’opinione pubblica tenda ancora a leggere la devianza giovanile attraverso la lente dell’origine etnica, nonostante i dati empirici restituiscano un quadro ben più complesso.

Il fattore generazionale: giovani e adulti con visioni diverse

Uno degli elementi più rilevanti dell’indagine è la differenza generazionale nelle preferenze rispetto alle strategie da mettere in atto per il contrasto al fenomeno. I cittadini più giovani attribuiscono maggiore rilevanza a misure sociali ed educative (occupazione, scuola, aggregazione), mentre nelle fasce d’età più mature crescono le indicazioni verso azioni di tipo repressivo: inasprimento delle pene e rafforzamento delle forze dell’ordine.

Questa divergenza riflette probabilmente una diversa esperienza della marginalità e del disagio giovanile: chi è più giovane tende a riconoscerne le radici strutturali, avendo magari vissuto in prima persona o in modi indiretti contesti di precarietà, esclusione o inadeguatezza delle reti di supporto. Chi appartiene a generazioni più adulte, invece, può percepire la devianza minorile prevalentemente come una minaccia all’ordine pubblico da contenere con strumenti sanzionatori.

Questa frattura rimanda a un dibattito classico: quello tra teorie del controllo sociale, che vedono nella norma e nella sanzione il principale deterrente alla devianza, e approcci eziologici, che privilegiano l’analisi delle cause strutturali (povertà, esclusione, carenza di capitale sociale) e la costruzione di percorsi alternativi. 

La devianza minorile come specchio sociale

I dati dell’Eurispes non fotografano soltanto l’opinione dei cittadini sulla criminalità giovanile: restituiscono l’immagine di una società che fatica a trovare una risposta coerente a un fenomeno che essa stessa contribuisce a produrre. La devianza minorile non nasce nel vuoto: si alimenta di disuguaglianze, di famiglie in difficoltà, di territori abbandonati, di marginalità, di scuole sotto-finanziate, di adolescenti che non trovano spazi né ruoli riconosciuti.

Che quasi la metà degli italiani chieda norme più severe è un segnale che esprime un bisogno reale di sicurezza e di fiducia nelle Istituzioni. Ma la quasi equivalenza con le preferenze per misure educative e sociali suggerisce che la domanda di ordine non esclude la consapevolezza che punire non basta. Una società che vuole davvero ridurre la criminalità giovanile deve investire sui giovani in maniera preventiva.

L’indagine offre uno stimolo a ripensare il modo in cui il nostro Paese si approccia e si prende cura delle sue generazioni più fragili.


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