“Stato riafferma la presenza nelle periferie”


Attualità

di Angelo Vitale

L’anno scorso, è stata approvata all’unanimità la Relazione intermedia della Commissione Periferie, un documento che ha fotografato le aree non centrali delle nostre città. In occasione della seconda celebrazione della Giornata nazionale delle periferie, L’identità ha sentito Alessandro Battilocchio, il deputato azzurro che presiede questo organismo.

A distanza di un anno, quali di quei punti cardine (sicurezza, scuola, riqualificazione) hanno visto i passi avanti più concreti e dove invece si sta incontrando maggiore resistenza?

«La Commissione Periferie è stata istituita, su mia proposta, con un voto unanime del Parlamento: a tutte le latitudini politiche viene condivisa l’esigenza di porre “le periferie al centro” dell’attenzione e dell’azione. Stiamo mantenendo quell’impostazione di condivisione nel nostro lavoro. Finora 103 sedute di audizione, 41 missioni esterne sul territorio (tra cui in tutte le 14 città metropolitane), proposte partite dalla Commissione divenute legge, spunti inseriti in vari provvedimenti e tante idee, nate anche da sopralluoghi e incontri, che stanno diventando norme o azioni sul campo.

Sono davvero soddisfatto per quanto fatto finora: i risultati sono il frutto di un grande lavoro di squadra dei colleghi commissari che, non a caso, provengono tutti da precedenti esperienze nelle amministrazioni locali. Nel rispetto delle differenti sensibilità stiamo portando avanti un’azione importante che verrà riassunta nella relazione finale che conterrà una fotografia aggiornata e dettagliata sullo stato delle periferie nel nostro Paese, un bilancio sui progetti in corso e una serie di proposte e indicazioni che metteremo a disposizione del Parlamento per le future azioni in questo ambito.

Un concetto, quello di periferia, che si sta trasformando nel tempo: non più semplicemente un criterio ’geografico’ di distanza dal centro ma piuttosto incentrato su fragilità e disagio. Spesso proprio nei centri storici delle città, magari in corrispondenza delle grandi stazioni ferroviarie, si riscontrano problematiche più complesse. Con nuove dinamiche che vanno seguite e monitorate. Il gap esiste e non si supera con la bacchetta magica ma in questa fase si sta davvero facendo molto: grazie all’azione, in tutta la filiera, delle istituzioni e grazie anche alle nostre forze dell’ordine che garantiscono un controllo del territorio con competenza e professionalità. A loro giunga un ringraziamento speciale».

Nella relazione intermedia si insisteva sulla necessità di superare la logica dei “fondi a pioggia” e degli interventi d’emergenza. Dal punto di vista legislativo, come state trasformando quegli indirizzi in norme strutturali?

«Indubbio che in tema di recupero delle aree periferiche il nostro Paese stia vivendo una fase straordinaria, grazie ad una nuova consapevolezza condivisa sulla centralità del tema e grazie anche ad una mole di risorse senza precedenti messe a disposizione per riqualificazione e rilancio. Fondi Pnrr – con i Piani Urbani Integrati -, progetti del Fondo complementare nazionale, programmi Pinqua, Pon Metro: queste opportunità hanno dato la possibilità ai territori di avviare profonde trasformazioni, recuperando intere aree tralasciate per troppo tempo dall’azione amministrativa.

Inoltre in molti provvedimenti del governo, ma anche degli enti territoriali, il tema delle aree periferiche è ormai presente in maniera orizzontale e trasversale. Non bisogna mettere la polvere sotto il tappeto: ci troviamo a scontare scelte poco felici del passato. Abbiamo consentito che venissero lasciate indietro parti delle nostre città che hanno visto consolidarsi diffuse aree di illegalità, degrado, abbandono, anche a causa di visioni “dogmatiche” sbagliate. Quelle che venivano definite “utopie urbanistiche“ si sono sovente trasformate in veri e propri incubi per i cittadini residenti: dal “Serpentone” di Corviale alle “Vele” di Scampia, dallo Zen di Palermo alle “Dighe” di Genova e così via.

Tanti “non luoghi”, come li definisce il sociologo francese Marc Augé, privi di cuore e anima. Ma oggi si respira un’aria diversa. Già nelle scorse legislature, per esempio con il bando “Periferie”, ma soprattutto in questi ultimi anni. Il “decreto Caivano” ha dato il via ad un modus nuovo, efficace ed incisivo di “ritorno dello Stato” in aree caratterizzate da vulnerabilità e criticità. Fondi ad hoc, governance coordinata con supporto amministrativo, progetti di qualità e con timing definito e controlli stringenti, sinergie istituzionali, percorsi di gestione, coinvolgimento della comunità locale, presenza rafforzato dello Stato e delle forze dell’ordine.

Caivano, da zona franca, sta diventando un modello. Con il decreto 208/2024 (il cosiddetto “Caivano Bis”) altre 7 aree, da Nord a Sud, sono state individuate per interventi con lo stesso meccanismo. I progetti sono in corso. È la via da seguire: la strada è ancora lunga ma la direzione è quella giusta».

Nel lavoro successivo alla relazione, la Commissione si è concentrata fortemente sulla ricerca, per esempio con l’Istat. State costruendo una vera e propria mappa del disagio basata su numeri e indicatori rigidi. Quali dati inediti stanno emergendo da questa mappatura scientifica?

«Nel corso di due audizioni e raccogliendo anche spunti emersi nel dibattito, l’Istat ha presentato proprio nella nostra commissione l’indice di vulnerabilità sociale e materiale dei Comuni italiani. Uno strumento innovativo e dinamico capace di esprimere con un unico valore i diversi aspetti di un fenomeno di natura multidimensionale e che, per la sua facile lettura, agevola i confronti territoriali e temporali.

Una mappatura dettagliata e dinamica che rappresenta uno strumento formidabile per l’impostazione delle scelte e delle politiche del decisore pubblico e non solo, a tutti i livelli. I dati, per esempio in tema di titolo di studio, scolarizzazione, affollamento abitativo, disoccupazione, attestano ancora squilibri importanti tra le diverse città e anche all’interno degli stessi contesti urbani che vedono una penalizzazione delle aree periferiche, derivata da insufficiente attenzione, per decenni.

Molto spesso, in alcune aree, le “istituzioni” sono state rappresentate unicamente dal parroco di buona volontà o dal maresciallo dei carabinieri della piccola stazione di periferia o dalla preside di frontiera che si è battuta per tenere i ragazzi a scuola. Ma oggi il cambiamento è oggettivamente in corso e lo Stato sta riaffermando la sua presenza, attraverso azioni concrete di riqualificazione e controllo del territorio. Mai più zone franche. Questa stagione deve proseguire».

Spesso i comuni faticano ad accedere ai fondi perché mancano definizioni omogenee di “periferia”. Il lavoro che state facendo con l’Istat servirà a stabilire criteri oggettivi per assegnare le risorse a chi ne ha davvero bisogno, evitando sprechi?

«Assolutamente sì. L’indice è costruito attraverso la combinazione di sette indicatori elementari che descrivono le principali dimensioni “materiali” e “sociali” della vulnerabilità. Sono in corso in tutta Italia, grazie a risorse straordinarie, interventi che stanno trasformando le nostre città. Ma, sulla base della nostra esperienza, sarà importante garantire, in prospettiva, due condizioni collaterali per i progetti in corso: continuità e sostenibilità.

La prima, perché il gap attuale è il risultato di assenza di politiche adeguate, per decenni, e sarebbe errato fermare questo iter di cambiamento. I residenti nelle periferie si sono sentiti “cittadini di serie b”. Quella “pari dignità sociale” di cui parla l’articolo 3 della Costituzione è rimasta in molti casi una chimera sulla carta. Non va delusa la fiducia che sembra riaffiorare in questa stagione. La seconda, perché non basta recuperare immobili, riqualificare aree e creare infrastrutture ma vanno garantiti percorsi di gestione che consentano, appunto, una sostenibilità economica, culturale e sociale.

Se viene rimessa a nuovo una biblioteca che diventa uno spazio vivo, inclusivo e partecipato, costituisce un presidio e un messaggio positivo quotidiano di presenza. Ma se quella biblioteca rimane poi chiusa e torna nel degrado, si rischia un boomerang clamoroso. Perciò io credo, anche sulla base della nostra esperienza sul campo, che le amministrazioni locali saranno all’altezza di questa sfida».

Oltre alla mappatura del disagio, serve monitorare l’avanzamento dei progetti già finanziati. Cosa vi dicono i numeri sullo stato di salute dei cantieri nelle periferie italiane in questa metà del 2026?

«Il cambiamento è in corso, le progettualità si stanno trasformando in realtà. Subito dopo l’estate, anche attraverso un confronto con il governo e in particolare con il ministro Foti, imposteremo un primo bilancio relativo all’impatto complessivo sulle periferie dei fondi Pnrr e dei Piani Urbani integrati, in particolare.

A inizio mandato abbiamo già avuto in audizione l’allora ministro Fitto che ci fornì elementi importanti. Intanto andiamo avanti con la nostra azione che, in questi anni, si è mossa su un triplice schema: analisi, proposta, presenza. Siamo una Commissione d’inchiesta ed abbiamo il compito di raccogliere dati, informazioni, punti di vista.

Abbiamo avuto in audizione da noi 11 ministri – credo sia un record per una Commissione -: testimonia ulteriormente l’impegno a tutto campo dell’esecutivo in questo ambito. Ma poi abbiamo proseguito l’analisi con interlocutori che ci hanno fornito dati, valutazioni e punti di vista preziosi. Dai sindaci, prefetti e questori delle 14 città metropolitane ai vertici di Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza e Difesa, dalla Cei al Cnel, il Censis, Federcasa, l’Inu, l’IN/Arch, l’Anci, Unicef, Save the Children, Cri e decine di rappresentanti del Terzo Settore.

Ne risulterà, a fine mandato, un quadro articolato e definito, assai utile per le future azioni. Siamo legislatori e dalla nostra commissione sono partite idee oggi divenute leggi dello Stato (tra cui la 170/2024 che istituisce appunto il 24 giugno la Giornata nazionale delle Periferie, ndr) o inserite in provvedimenti del governo o in atti parlamentari. Terzo e ultimo aspetto, ma non per importanza, la presenza sui territori.

Non ci siamo limitati a prendere atto nelle audizioni “a Palazzo” ma siamo andati sul campo: 41 missioni esterne in tutta Italia, centinaia di incontri con i rappresentanti territoriali ma anche con scuole, parrocchie, associazioni, gruppi di impegno civico. Abbiamo riscontrato, in particolare nelle nuove generazioni, una grande vitalità, vivacità, voglia di partecipare che rappresenta un segnale positivo per il futuro. Lo abbiamo visto, ad esempio, spostando il Premio Strega Giovani (su input della nostra Commissione) dalla Camera dei Deputati alle scuole e istituzioni culturali delle periferie di Tor Bella Monaca, Caivano e Genova Est.

Nei laboratori di lettura e scrittura promossi, con importanti scrittori e nomi della cultura italiana, i giovani locali sono stati eccezionali. Compito della politica, quindi, a tutti i livelli, quello di continuare a esserci e agire. Seguendo il monito di un grande conoscitore delle periferie, Papa Francesco, che spesso ripeteva. “Partite dalla periferie, perché sono l’inizio e non la fine delle nostre città”».


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