All’inizio «erano adorabili», «Mi dicevano che ero bellissima e che non avevano mai visto una ragazza come me prima d’ora». Dopo di che qualcosa si guasta e Rebecca, 29 anni, professione “creatrice di contenuti su OnlyFans” si rende conto che i suoi nuovi manager stanno diventando dispotici: per loro Rebecca non è più così tanto bella, soprattutto non è più libera nemmeno di uscire con le amiche.
Lo racconta la ragazza gallese, insieme ad altre decine di “creator” nel documentario di Bbc Three “OnlyFans: Inside the Machine” dove, diciamolo subito, la cosa più notevole dell’inchiesta non è certo ciò che racconta. È ciò che non riesce mai a nominare.
Attenzione: OnlyFans è un postaccio
Riassunto: minacce, ricatti, pestaggi, controllo dei conti correnti, password sequestrate, uomini incappucciati che si presentano a casa delle ragazze, contratti capestro, percentuali trattenute dai manager, chat Telegram da Manosfera, «pimp method», letteralmente “metodo del pappone”. Eccolo, il mondo dietro OnlyFans “scoperto” dai segugi della Bbc alle costole degli “agenti” di 60 “creatrici di contenuti” della “piattaforma social a pagamento”. Eppure giornalisti, avvocati, autorità britanniche, le stesse protagoniste interpellate raccontano tutto questo come se si stesse parlando del Metoo in una startup mal regolata, di un comparto economico innovativo che avrebbe bisogno di qualche regola e denuncia in più.
Torniamo a Rebecca e quegli «adorabili» signori che avrebbero dovuto aiutarla a monetizzare il proprio corpo e invece diventano improvvisamente possessivi. Quando la ragazza prova a cambiare la password del proprio account, l’agenzia reagisce come da romanzo criminale: «Farò in modo che tu e tua figlia veniate distrutte». Un mattone sfonda la finestra della sua abitazione e in capo a poche settimane due uomini incappucciati si presentano a casa sua. Uno di loro, racconta, l’avrebbe presa per il collo e scaraventata «su e giù per le scale».
La chat dei manager
Naturalmente, ribadiamolo, il tutto viene presentato quale scandalosa deriva di un settore nato per aiutare le donne a diventare imprenditrici di se stesse, dove la sorpresa dovrebbe essere la presenza di omacci senza scrupoli pronti a usare il loro corpo. Quando la Bbc si infiltra nel gruppo Telegram OFM (Only Fans Manager) Empire, ventiquattromila membri, quello che scopre è esattamente ciò che il nome farebbe immaginare. Gente che discute di reclutamento, controllo, guadagni, percentuali e intimidazioni. Un utente spiega senza imbarazzo: «Create voi l’email e la password del loro account OnlyFans. Così non possono accedere». Un altro si vanta: «Ho di nuovo accesso alla loro piattaforma di pagamento a loro nome, ma tramite un’email che ho creato io. Ho il controllo totale di tutto».
A scandalizzare la Bbc è in particolare una chat: Utente 1: «Ho una modella che non vuole pagare». Utente 2: «Manda qualcuno a farle visita». Utente 3: «Io mi presenterei direttamente alla sua porta, ahah».
«Potremmo trovarci di fronte ad abusi». Potremmo
Sembrerebbe tutto chiaro, invece no. Arrivano gli esperti. «Ciò che Rebecca ha vissuto presenta tutti i segnali riconosciuti dello sfruttamento: controllo, coercizione, pressione economica e impossibilità di andarsene liberamente», spiega l’Alta Commissaria britannica contro la schiavitù moderna, Eleanor Lyons. Forse non esiste a una descrizione più precisa del rapporto tra un protettore e una prostituta. «Potremmo trovarci di fronte a una piattaforma che facilita lo sfruttamento e gli abusi», aggiunge Lyons. Potremmo.
Intanto scopriamo che alcuni manager trattengono il 70 per cento degli incassi. Che pretendono l’accesso completo agli account, ok, ma che impongono anche penali per chi vuole andarsene. «Mi disse che, se volevo ridurre la sua quota, avrei dovuto pagargli 10.000 sterline per il tempo e l’impegno investiti su di me», racconta una ragazza. Quando rifiuta, arriva la risposta: «Avrai quello che ti meriti». Lei dice di avere avuto paura. «Mi chiedevo: verrà a casa mia? Cancellerà il mio account? Mi raccontava continuamente quello che aveva fatto ad altre ragazze: account fatti chiudere, avvocati mandati a casa loro». Per settimane riceve messaggi. «Vedrai, quello che ti spetta sta arrivando».
Ci sono troppi papponi non qualificati
Eppure il dibattito resta incardinato sulla regolamentazione degli Only Fans Manager (OFM, pure con l’acronimo). Gia Clarke, star della piattaforma, spiega che «l’idea degli OFM è valida, ma ci sono troppe persone non qualificate che svolgono questo lavoro. Non esistendo regolamentazioni, le modelle non sanno di chi fidarsi». Troppe persone non qualificate. Come se il problema del pappone fosse la mancanza di una certificazione professionale.
Poi arriva Leanne. Firma un contratto che concede al manager accesso all’account, alla mail, ai guadagni e alle richieste dei clienti. Non vuole realizzare video espliciti ma viene continuamente spinta a farlo. Alla fine cede. Gira un video che chiede sia venduto per almeno 250 dollari. Scoprirà che è stato venduto per meno di 40 (30 sterline). «Mi sono sentita disgustata e umiliata». Da allora Leanne non pubblica più nulla su OnlyFans.
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OnlyFans è sicurissima. E ricchissima
OnlyFans dichiara di prendere la sicurezza «estremamente sul serio». Sostiene di investire «ingenti risorse» nella tutela degli utenti. Precisa che «i rapporto di OnlyFans è con i propri creatori di contenuti e con i fan. Non abbiamo alcun legame con terze parti, comprese le agenzie di gestione, né le sosteniamo». Certo, nel frattempo la società che gestisce la piattaforma alimentata da 4,6 milioni di creator in tutto il mondo, la Fenix International Limited, registra 684 milioni di dollari di utili ante imposte e trattiene il 20 per cento di ogni transazione.
La vera stranezza dell’inchiesta non è la scoperta dei papponi. È la meraviglia quasi infantile con cui giornalisti, avvocati, autorità e protagoniste sembrano cadere dalle nuvole davanti a dinamiche che da secoli accompagnano il commercio del sesso. Gli OFM «ne approfittano… il che equivale quasi a mettere questi creatori di contenuti in schiavitù nei confronti degli agenti e delle agenzie, intrappolandoli in un contratto iniquo», afferma Matt Jury dello studio legale specializzato in diritti umani McCue Jury & Partners. E «non si tratta affatto di contratti equi. Sembrano essere il primo passo verso lo sfruttamento dei creator», aggiunge Sophie Kemp, responsabile del dipartimento di diritto pubblico presso Kingsley Napley.
«Tutti vogliono una fetta della torta, soprattutto gli uomini»
La creator Lily Phillips concorda, la mancanza di regolamentazione delle piattaforme di contenuti per adulti crea «uno spazio pericoloso in cui le persone vulnerabili possono essere sfruttate. La gente vede quanti soldi si possono guadagnare con OnlyFans. Tutti vogliono una fetta della torta, soprattutto gli uomini».
Ricapitoliamo: sfruttamento, controllo, minacce, percentuali, protettori, violenza, ricatti, papponi, ma nessuno che si fermi a osservare che ciò di cui si discute non è una piattaforma per vendere corsi di inglese, aspirapolveri o consulenze fiscali. È il mercato del sesso. Anche quando lo chiamano “creator economy”. Anche quando ce lo rivendono come “la risposta etica al lavoro sessuale”. Anche quando la morale dell’inchiesta viene lasciata a Rebecca, che promette di rendere pan per focaccia ai suoi ex agenti dimostrando loro che avrà successo su OnlyFans: ha firmato un contratto con un’agenzia in cui i contenuti sono gestiti da donne, cosa che, a suo dire, la fa «sentire molto meglio». Non dimentichiamo che il fine è sempre l’empowerment femminile, e Rebecca con i proventi delle sue “attività” sogna di aprire una sua scuola di equitazione.
La preferenza è una cosa seria.
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Caterina Giojelli
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