La bozza di memorandum d’intesa con l’Iran in America ha suscitato entusiasmo nella sinistra e sdegno in molti ambienti della destra. La sinistra potrà anche accogliere con favore la «pace», ma certamente non tanto quanto il compiacimento nel vedere le divisioni nella destra sui relativi dettagli. Se la scorsa settimana i democratici definivano il presidente Donald Trump un fascista guerrafondaio, ora lo prendono in giro per il suo impegno per la pace paragonandolo a quello di un burattino alla Neville Chamberlain. Nel giro di ventiquattr’ore la retorica della sinistra è passata da un Curtis LeMay in stile “bombardatore pazzo” alla Casa Bianca a conciliatore impotente.
E certi Repubblicani che una settimana fa dicevano che nessuno dei sette presidenti precedenti aveva osato ricorrere alla forza per fermare il programma nucleare iraniano, ora lo criticano aspramente come “favoreggiatore” dell’Iran.
Qualcosa non torna.
Esistono preoccupazioni legittime riguardo alla bozza di intesa, tra cui l’ipotesi di iniezioni di liquidità da parte di terzi al regime e le affermazioni secondo cui la violenza in Libano sarebbe in qualche modo colpa di Israele. In realtà la Storia dimostra che Hezbollah, sostenuta finanziariamente dall’Iran, uccide sistematicamente, lamentandosi poi se Israele – o in passato gli Stati Uniti in altri conflitti – risponde in modo sproporzionato.
Detto questo, gran parte dell’isteria di questi giorni deriva da un presunto radicale cambiamento nella strategia di Trump, ignorando invece la continuità che ha condotto all’attuale esito. Non tiene inoltre conto del più generale contesto strategico del memorandum, del ruolo cruciale dell’opinione pubblica interna nel determinare come si conducono le guerre, né della strategia complessiva per isolare e indebolire il regime iraniano.
Un esame più attento dell’attuale posizione degli Stati Uniti indica che Washington ha inflitto all’Iran danni enormi sul piano fiscale, economico e militare, la cui portata completa non sarà nota finché agli stranieri non sarà permesso di entrare nel Paese. Perché allora Trump ha accettato un memorandum che non tratta l’Iran come un avversario strategicamente sconfitto e privo di alternative? Vogliamo vedere davvero in dettaglio la situazione dell’Iran?
L’Iran è stato devastato militarmente, ma non ritiene ancora di essere strategicamente inerte. I pasdaran si disinteressano del benessere del popolo e presumono che Trump non colpirà obiettivi a doppio uso come ha fatto la maggior parte degli ex presidenti, che hanno ordinato bombardamenti a tappeto.
Va detto anche che Trump avrebbe potuto ottenere un accordo molto più vantaggioso se avesse trattato gli iraniani come è stato fatto con gli iracheni e i talebani, sconfitti, i cui governi sono stati sostituiti con altri più disponibili alle richieste americane.
Ma, con una popolazione di 93 milioni di abitanti, l’Iran non è né l’Iraq né l’Afghanistan, per i quali ci sono voluti decenni di presenza di truppe americane a terra, duemila miliardi di dollari in risorse, settemila morti americani e cinquantatremila feriti. E alla fine quei sacrifici non hanno comunque prodotto assetti istituzionali stabili di tipo occidentale, né allineati agli interessi statunitensi.
E Afghanistan e l’Iraq non erano grandi o pericolosi come l’Iran. Per dettare pienamente le condizioni all’Iran trattandolo come un innocuo protettorato, gli Stati Uniti dovrebbero o bombardarlo fino a raderlo al suolo completamente, oppure inviare migliaia di truppe di terra. Ed entrambe le alternative sono politicamente inaccettabili per il popolo americano.
Donald Trump deve fare i conti con la realtà che gli americani, da anni, non ne possono più del Medio Oriente, al punto che ormai ritengono che qualsiasi costoso cambio di regime imposto sul campo – o qualsiasi zona di interdizione aerea prolungata – non valga la vita di un solo soldato americano.
Eppure l’Iran è militarmente sconfitto, se non devastato. La sua capacità di provocare caos non va confusa con quella degli Stati Uniti di infliggere danni ancora maggiori alla sua economia, senza preoccuparsi in modo significativo di subire perdite in una «guerra infinita». Se questa settimana l’Iran decidesse di colpire il Kuwait con un’altra dozzina di missili, Trump potrebbe adottare il sistema di Bill Clinton del 1999 contro la Serbia, cosa che finora ha evitato. Quell’anno, quando alla quinta settimana i bombardamenti erano a un punto morto e Slobodan Milosevic ancora ostile, Clinton ha ordinato di colpire i ponti sul Danubio e, non ottenendo ancora concessioni, la Nato ha iniziato a sganciare bombe al grafite distruggendo il 70 percento della rete elettrica di Belgrado, che, con altri attacchi su strutture a duplice uso, alla fine ha costretto la Serbia a ritirarsi dal Kosovo.
Finora Trump ha evitato bombardamenti alla Clinton-Obama contro tali obiettivi in Serbia e Libia (stazioni televisive e radiofoniche, impianti industriali, moli, porti, abitazioni private e complessi). Ma se l’Iran iniziasse a ignorare le promesse fatte e a venir meno agli accordi – e lo farà – non avrebbe alcuna capacità di mantenere operative utenze, strade e trasporti, se gli Stati Uniti dedicassero anche solo 48 ore a colpirli tutti. In breve: gli Stati Uniti, attaccando in modo sproporzionato un’intera serie di obiettivi a duplice uso, possono costringere l’Iran a rispettare gli accordi in qualsiasi momento.
Perché allora Trump ha accettato il memorandum al posto di pochi giorni di attacchi contro obiettivi a doppio uso?
Probabilmente pensa di poter gestire i prossimi quattro mesi – fino alle elezioni di metà mandato – senza una recessione negli Stati Uniti o all’estero causata dall’energia e dai media, che probabilmente significherebbe per i Repubblicani la perdita della Camera e forse anche del Senato. Un Parlamento guidato dai Democratici paralizzerebbe l’agenda Maga, garantirebbe due anni di frenetiche indagini della Camera e innescherebbe un circo ininterrotto di impeachment.
Tuttavia, sebbene 38 delle ultime 41 elezioni di metà mandato abbiano visto il partito al governo perdere seggi al Parlamento, per questo novembre non si prevede una sconfitta repubblicana. I Repubblicani vinceranno probabilmente le battaglie per il ridisegno dei collegi elettorali, sia negli Stati rossi che attraverso la decisione della Corte Suprema che vieta il gerrymandering razziale. Potrebbero così guadagnare tra i cinque e dieci nuovi seggi.
Il Partito Democratico si è spinto verso un socialismo estremo adottando di fatto una serie di posizioni impopolari con rapporti 30/70, tra cui confische di proprietà, frontiere aperte, sciovinismo transgender, ripristino delle politiche Dei, il Green New Deal e diecimila ingressi illegali al giorno alla frontiera.
L’apertura dello Stretto farà presto precipitare il prezzo del petrolio ai livelli prebellici. E l’economia statunitense, nonostante tutto il catastrofismo isterico, procede a gonfie vele con quotazioni azionarie record, solidi dati sull’occupazione, investimenti esteri record, ulteriore sviluppo dei combustibili fossili e massicce deregolamentazioni e tagli fiscali in corso. Entro novembre potremmo persino assistere a un raffreddamento dell’inflazione con prezzi della benzina molto più bassi e al dissolversi del ricordo di un conflitto oltreoceano.
L’intesa come inizio di una nuova fase
La cessazione dei bombardamenti americani e dello strangolamento economico dell’Iran, se entrambi si verificassero, non segnerebbe la fine bensì l’inizio di una nuova serie di problemi per l’Iran. Con l’arrivo della «pace», arriverà anche una qualche forma di internet e, con essa, una folla di giornalisti occidentali, e allora il mondo comincerà a vedere i danni di centinaia di miliardi di dollari inflitti al complesso militare-industriale iraniano.
Il popolo, già in rivolta, disprezzerà ancora più la Guardia Rivoluzionaria e la teocrazia, che si sono vantate di grandi imprese ma la cui imbecillità e debolezza hanno causato la devastazione del Paese. In particolare, mal sopporteranno gli sforzi del regime per ricostruire un’infrastruttura militare multimiliardaria di cinquant’anni, mentre sovvenziona terroristi arabi nichilisti, tutto a spese della popolazione. Armare la resistenza è un altro strumento utile, se gli ayatollah verranno meno alla parola data.
I detrattori del memorandum, non senza motivo, sostengono che gli Stati del Golfo finanzieranno di fatto la ricostruzione delle infrastrutture civili e militari dell’Iran. Purtroppo, forse. Ma non così in fretta. Quello che gli Stati del Golfo dicono ora – e quello che in realtà faranno – sono, come sappiamo dal passato, due cose ben diverse:
non sarà popolare per loro aiutare la ricostruzione di un Iran che ha bombardato preventivamente aeroporti, hotel, centri turistici e raffinerie di petrolio delle nazioni del Golfo, causando loro miliardi di dollari di danni.
L’Iran pensa che il tempo sia dalla sua parte, poiché Trump – almeno per ora – deve affrontare prezzi elevati della benzina e le elezioni di novembre. In realtà, il tempo e il prolungamento dei negoziati non favoriscono l’Iran, dato che per i Democratici le elezioni non sono una scommessa vincente sicura e il prezzo della benzina sta già scendendo. Anche se si comporterà bene nei prossimi quattro mesi, mentre il memorandum si trasforma in negoziato per un armistizio, prima o poi il regime iraniano tornerà alla sua natura intrinsecamente terroristica e inizierà a violare gli accordi. E allora Trump potrà colpirlo duramente, ma non al punto da far crollare i prezzi del petrolio o far ripartire la guerra.
E una volta superate le elezioni di metà mandato, e i prezzi del petrolio tornati – o scesi al di sotto – dei livelli prebellici, Trump sarà libero di costringere l’Iran a rispettare nuove richieste o di lasciarlo gemere e digrignare i denti tra le macerie della propria rovina.
Ancora più preoccupante per l’Iran è l’attuale corsa degli Stati del Golfo a costruire nuovi oleodotti o ad ampliare quelli esistenti verso il Mar Rosso, il Mar Mediterraneo e il Mar Arabico, neutralizzando così del tutto l’importanza strategica dello Stretto di Hormuz. Infatti, tra un anno o due l’Iran potrebbe scoprire che i suoi nemici possono, chiudendo lo Stretto, bloccare molto meglio le sue importazioni ed esportazioni di quanto l’Iran stesso possa fare per interrompere le esportazioni di petrolio dei produttori del Golfo. Se l’Iran aumentasse la produzione di petrolio, insieme alla Russia e all’aumento della produzione negli Stati Uniti e in Venezuela, i prezzi probabilmente scenderebbero, forse precipitosamente, colpendo le economie dei regimi illiberali a Mosca e Teheran molto più di quella degli Stati Uniti.
Inoltre, nonostante le recenti rimostranze verbali e di facciata degli Stati Uniti contro Israele, il Golfo e Israele vedranno i loro interessi sempre più allineati. E nonostante la continua demonizzazione di Israele, quest’ultimo non rappresenta una minaccia per il Golfo o per le nazioni arabe moderate. Dopotutto, in passato ha eliminato due reattori nucleari in un Iraq e una Siria instabili, ha distrutto Hamas, ha intimidito gli Houthi e ha inflitto più danni a Hezbollah di qualsiasi altra nazione occidentale: tutto, ironicamente, a beneficio e nell’interesse delle nazioni del Golfo e degli Stati Uniti.
L’Europa può anche disprezzare Trump, ma le sue azioni hanno spinto il Vecchio Continente a spendere più denaro per la difesa, e più rapidamente, di quanto non sia avvenuto in tutta la storia della Nato. Entro un anno una Russia dissanguata avrà una capacità limitata di minacciare le nazioni europee della Nato, la maggior parte delle quali sta virando a destra e, nonostante le smentite, sta tendendo verso il “sistema Trump” di aumento della produzione di combustibili fossili, riarmo, frontiere più chiuse, espulsione di stranieri criminali e repressione della criminalità.
Nel frattempo la Russia sta perdendo o è in stallo in Ucraina e la Cina non può più acquistare petrolio sanzionato a basso costo. Nonostante tutta la propaganda sulla sua ascesa, Pechino ora importa oltre dieci milioni di barili di petrolio al giorno e il 30 percento dei suoi generi alimentari. La posizione tecnologica della Cina dipende dallo spionaggio e dall’invio in Occidente di mezzo milione di studenti cinesi ogni anno, in un momento in cui l’immigrazione legale e illegale, insieme ai visti per studenti e alle green card, sono tutti sotto esame in Europa e negli Stati Uniti.
Altri due argomenti deliranti della sinistra statunitense sostengono che l’Iran stia meglio ora – cioè semi distrutto – di quando, non bombardato, era in corso l’«accordo sull’Iran» del 2015 di Obama, e che Trump abbia solamente ottenuto la chiusura dello Stretto. Quindi dovremmo davvero credere all’assurdità che l’aeronautica, le difese aeree, la marina e l’arsenale missilistico iraniani fossero effettivamente in pessime condizioni durante gli anni di Obama e Biden a causa dei sofismi e della retorica americana, e che ora, dopo quaranta giorni di bombardamenti, si trovino all’apice della loro potenza?
Lo Stretto è stato chiuso, per qualche settimana, perché l’Iran ha perso gran parte dell’esercito e ha visto seppellire i suoi progetti nucleari sotto una pioggia di bombe. È rimasto per lo più aperto sotto i presidenti precedenti, che “avvertivano” ripetutamente Teheran di smettere di lavorare alla bomba, ma non sono mai passati alle vie di fatto. Quest’anno, un Iran assediato e disperato ha cercato di chiudere lo Stretto, perché vedeva l’esercito e l’economia a pezzi e le ambizioni nucleari finire sotto le macerie. Prima, i Pasdaran erano felici di tenere aperto lo Stretto, mentre intanto seminavano, indisturbati, terrore e paura in tutto il Medio Oriente.
In sintesi, il memorandum e quello che ne seguirà non sono la fine della storia ma soltanto l’inizio.
Quello che verrà dopo – anni di costosa ricostruzione, l’assenza di un deterrente nucleare, la capacità degli Stati Uniti di colpire a piacimento, uno Stretto di Hormuz sempre meno importante, nuove alleanze anti-iraniane, e una popolazione ancora più arrabbiata e difficile da sottomettere – non richiederà un intervento come quello in Iraq o in Afghanistan.
Intanto i Pasdaran cercheranno sempre più di mentire, aggirare gli ostacoli e sfuggire al circolo vizioso di rovina in cui sono finiti. Tentativi che non faranno altro che portare a ulteriore frammentazione e distruzione del regime degli ayatollah.
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Victor Davis Hanson per ET USA
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