Giovedì 2 luglio, in occasione di Asti Pride 2026, il Centro InclusivaMente porta il proprio lavoro fuori dallo studio e dentro la piazza. Dalle 17:15 alle 20, alle ACLI Provinciali di Asti in via Carducci 23, chiunque potrà accedere liberamente, senza prenotazione e senza alcun costo, a consulenze psicologiche e nutrizionali della durata di 30 minuti. Un’iniziativa pensata non solo per le persone LGBTQIA+, ma anche per familiari, partner e alleati che vogliano un momento di ascolto autentico, senza giudizio. A disporre della propria competenza saranno le psicologhe Aurora Cermelli, Francesca Mannarino e Alice Marazzi, insieme alla biologa nutrizionista Erika Fiume, esperta anche in disturbi alimentari. I posti sono limitati e disponibili fino a esaurimento.
Per capire cosa significhi davvero questo lavoro, e quali siano i bisogni più frequenti tra chi si rivolge al centro, abbiamo intervistato Francesca Mannarino, psicologa e sessologa del Centro InclusivaMente.
Partiamo da giovedì 2 luglio: di cosa si tratta esattamente?
Facciamo questo momento di tre ore in cui io e altre due colleghe, Aurora Cermelli e Alice Marazzi, insieme alla nostra nutrizionista Erika Fiume, siamo disponibili ad accogliere chi vuole fare una breve consulenza gratuita. Ovviamente non è una seduta di terapia, ma un primo momento per confrontarsi, parlare, iniziare a capire eventualmente che tipo di lavoro, anche terapeutico, si può fare. Un primo contatto, insomma. Si può fare la parte psicologica, o sessologica nel mio caso, oppure la consulenza con la nutrizionista. E una persona può volerle fare entrambe, senza problemi.
È un’iniziativa aperta solo alla comunità LGBTQIA+?
No, chiunque, in realtà, senza limiti e senza prenotazione. Va bene anche per chi è curioso, magari vuole fare domande più teoriche, di esplorazione, perché non sa molto dell’argomento, o per i familiari. Siamo lì in quattro, tre psicologhe, quindi sicuramente una di noi tre sarà libera. Per la nutrizionista magari potrebbe esserci più attesa, avendone solo una: la persona fa il colloquio di 30 minuti, e chi arriva dopo aspetta il proprio turno.
Il vostro è uno dei pochi centri della zona a occuparsi in modo strutturato di queste tematiche.
Sì, esatto. Gli unici, o comunque i pochi nei dintorni: ci sono poi dei posti a Torino, a Milano. In queste zone siamo l’unico centro un po’ più strutturato. Quello che cerchiamo di fare è banalmente, ma in realtà non è affatto banale, costruire un posto sicuro dove la persona, a prescindere dal suo orientamento sessuale, dal suo genere o da qualsiasi altra cosa, possa sentirsi accolta e non giudicata. Il centro è nato un po’ così.
A livello psicologico, quali sono le tematiche che incontrate più di frequente lavorando con la comunità?
Sicuramente tematiche legate all’essere se stessi, all’esposizione, alle aggressioni e alle micro aggressioni: non aggressioni fisiche, ma anche frasi un po’ sottili che sono effettivamente omofobe e che purtroppo molti sono ancora abituati a dire in modo spontaneo, perché è la società che ce le ha insegnate. Io poi, nello specifico, sono esperta in disforia di genere e mi occupo dei percorsi di affermazione di genere: una tematica di cui per fortuna negli ultimi anni si parla di più, e questo permette alle persone di sentirsi pronte a fare questi passaggi, anche se il percorso è lungo e complesso.
Che fascia d’età incontrate più spesso in questi percorsi?
Direi dall’adolescenza, più o meno dai 14-15 anni, ovviamente con il consenso dei genitori fino ai 18, poi giovani adulti dai 18 ai 35-40. In realtà abbiamo persone di tutte le età: una cosa molto bella è che alcuni percorsi di affermazione di genere li sto facendo con persone di 50-55 anni, che finalmente trovano il coraggio di fare questo passaggio. Sono forse i percorsi più sofferti, perché c’è un recupero di decine di anni, e il coraggio di farlo nonostante magari una famiglia già più tradizionale.
Il contesto sociale, secondo lei, sta cambiando?
Credo che stia andando meglio rispetto al passato, perché all’interno della comunità c’è molto più supporto, e stanno nascendo sempre più associazioni, collettivi, centri che se ne occupano. Questo va detto. Dall’altra parte, però, siamo ancora molto indietro: a livello di diritti non siamo neanche lontanamente comparabili, le tutele sono tutte a metà, anche sul matrimonio c’è solo un pezzettino. Basta guardare la cronaca, l’ultimo caso di omofobia e femminicidio insieme, per capire che c’è ancora tantissimo da fare.
C’è una fascia d’età più resistente al cambiamento?
Generalizzando, c’è una fetta delle persone tra i 40 e i 50 anni in su che fa molta fatica ad aprire la visione. Basta guardare i commenti sotto i contenuti social che mettiamo su Facebook come centro: ce ne sono alcuni che non si possono nemmeno ripetere. So che hanno anche imbrattato i manifesti dell’Asti Pride. C’è una fetta di giovani che fa scudo a tutto questo e lotta, ma ci sono anche giovani che per colpa di questo clima si sentono ancora bloccati, impossibilitati a fare certi passaggi, perché la paura è ancora tanta.
In cosa consiste concretamente il vostro lavoro di accompagnamento?
Una cosa interessante è che molte persone della comunità vengono in terapia anche per tutt’altro: portano una tematica d’ansia che non c’entra nulla con l’orientamento o l’identità di genere. Ci sono mali universali, comuni a tutti. Per quanto riguarda invece il lavoro specifico legato alla comunità, c’è tutto l’aspetto dei traumi, delle aggressioni, delle micro – aggressioni, della paura di esporsi: si lavora per riprocessare un evento, un’aggressione, o anche solo una notizia al telegiornale che attiva paura. Diverso è il percorso di affermazione di genere: da un lato c’è chi arriva con un dubbio e si lavora per comprendere meglio la propria identità o il proprio orientamento; dall’altro c’è un percorso più tecnico, in cui lo psicologo fa la diagnosi necessaria, riportando semplicemente ciò che la persona racconta, per permetterle di accedere alla terapia ormonale e, successivamente, al cambio dei documenti e alla chirurgia.
Anche su questo fronte le liste d’attesa sono un problema?
Assolutamente, è una tematica su cui siamo veramente indietro. Nel pubblico l’attesa per il primo colloquio è di anni, e nel frattempo le liste continuano ad allungarsi. Quello che facciamo noi è raccogliere la storia della persona, fare l’inquadramento, e con questa relazione la persona può richiedere la terapia ormonale, anche se pure lì i tempi sono lunghissimi: molti finiscono per rivolgersi a endocrinologi privati, almeno per la prima visita.
Il vostro centro lavora molto sul legame tra disturbi alimentari e sfera psicologica: come si intreccia questo discorso con i temi della comunità?
Mente e corpo sono così connessi che le problematiche psicologiche spesso si ripercuotono anche nel corpo, e viceversa: il disturbo alimentare, o comunque un rapporto difficile con il cibo, non riguarda solo il nutrimento. Per la comunità c’è poi un aspetto in più, legato al corpo che si vive nel mondo, che si manifesta, che lotta, che va in piazza, e che ancora oggi non è del tutto libero: pensiamo ai giudizi su come ci si veste al Pride. Questo corpo che esiste ma non è libero di essere quello che vuole può a sua volta portare al giudizio su di sé. Quello che vediamo spesso non sono necessariamente disturbi alimentari conclamati, ma magari forme sotto soglia, non gravissime a livello teorico, dove la persona non è magrissima ma ha comunque un livello di magrezza da tenere sotto osservazione, che deriva non solo dal disturbo in sé ma anche da questi aspetti che portano a una sofferenza ulteriore e a un rapporto ancora più faticoso con il proprio corpo.
L’appuntamento di giovedì 2 luglio, dalle 17:15 alle 20, è dunque pensato proprio per offrire un primo spazio di ascolto su tutte queste dimensioni, senza filtri e senza necessità di prenotazione. Per informazioni è possibile scrivere a centroinclusivamente@gmail.com.
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Alessandro Franco
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