Caro Arrigo, ti leggo con la stessa attenzione con cui si legge un vecchio amico che conosce le regole del gioco meglio di chiunque altro — e proprio per questo fa più male quando decide di usarle male. Il tuo pezzo è scritto bene, come sempre. Il problema non è la forma. Il problema è il contenuto, e soprattutto l’assioma di fondo che lo sorregge: che fare sia necessariamente sospetto, e che chi fa debba per forza nascondere qualcosa.
Partiamo dall’inizio. Hai costruito un articolo intero sull’ipotesi che io stia usando il trauma di una rapina — una pistola a quindici centimetri dagli occhi, la mia famiglia sequestrata per un’ora, le mie figlie — come trampolino politico. È una lettura comoda, è una lettura che piace molto a certi ambienti, ed è una lettura sbagliata. Non parzialmente sbagliata. Sbagliata per definizione. E te lo dimostro con un fatto che smonta il tuo edificio argomentativo alle fondamenta: non mi candiderò alle prossime elezioni politiche. Ne ho parlato con mia moglie, proprio dopo quella notte ad Arcugnano. Lei non se la sente di avere un marito e un padre lontano da casa durante la settimana per ragioni politiche, e io la rispetto. La famiglia viene prima. Sempre. Quindi tutto il castello che hai costruito — la vittima, il generale, il provocatore radiofonico, il palco, il trampolino — crolla. Non c’è nessun trampolino. C’è un uomo che ha organizzato un evento, lo ha pagato di tasca propria, senza chiedere contributi a nessuno, e poi torna a fare l’imprenditore.
E a proposito di imprenditore: sono socio al 30% di Unichimica, un’azienda leader nel suo settore dove il mio partner è una multinazionale austriaca. Il mio stipendio supera abbondantemente qualsiasi compenso parlamentare. Quindi anche sotto il profilo economico l’equazione non torna. Non ho bisogno del palco per costruire una carriera. Ho già una carriera. Il palco l’ho usato per dire quello che pensavo fosse giusto dire, in un momento in cui troppi preferivano tacere.
Veniamo al punto che mi preme di più. Scrivi che “tra il subire un torto e trasformare quel torto in un trampolino politico c’è un salto che richiede almeno un po’ di pudore nell’esecuzione.” Arrigo, ti sei mai fermato a chiederti cosa significhi invece restare seduti in silenzio? Cosa comunica chi ha subito un’ingiustizia e decide di non dire nulla, di non fare nulla, di non organizzare nulla? Comunica esattamente quello che la sinistra italiana predica da decenni: aspetta, stai fermo, qualcuno penserà a te. Il reddito di cittadinanza, la NASPI, qualche ammortizzatore sociale che lenisce il dolore senza cambiare nulla. Io quella filosofia non la condivido. Non la ho mai condivisa. E non la condividerò mai.
Il Teatro Comunale di Vicenza è andato sold out in dodici ore. Dodici ore, Arrigo. Il quadruplo dei posti disponibili non sarebbe bastato per accogliere tutte le richieste. Questo non è un fenomeno che si smonta con un’analisi politologica sofisticata. Questo è un segnale che qualcosa di reale stava succedendo, che un bisogno autentico cercava voce, e che quella voce — per una sera — l’ha trovata. Puoi interpretarlo come populismo, puoi paragonarlo ai Cinque Stelle nella fase ascendente, puoi applicare tutte le griglie interpretative che vuoi. La gente però era lì. Libera. In un teatro scelto apposta per rispettare le regole, senza occupare piazze pubbliche, senza chiedere nulla a nessuno.
E questo mi porta al capitolo che mi indignare davvero. Non il tuo articolo, Arrigo — il tuo è un’analisi politica legittima, discutibile ma legittima. Mi indignano quelli che hanno cercato di impedire quell’evento. Quelli che si dichiarano antifascisti e si comportano da fascisti. Quelli che vorrebbero imbavagliare una riunione democratica, pacifica, regolarmente autorizzata, e che con la loro presenza minacciosa hanno costretto decine di agenti delle forze dell’ordine a stare in uniforme sotto quarantuno gradi di sole. Quella gente — non tu, Arrigo, loro — è l’Italia che non voglio lasciare alle mie figlie. È l’Italia che intendo combattere ogni giorno, non dal palco di Roma, ma da qui, da Vicenza, con gli strumenti che ho: la parola, la penna, la voce.
Concludo con la sola cosa che conta davvero. Hai scritto che “la pistola di Arcugnano ha cambiato la vita di Alberto Filippi.” Hai ragione. L’ha cambiata. Ma non nel senso che pensi tu. Non mi ha trasformato in un candidato. Mi ha reso un padre e un marito più consapevole, un cittadino meno disposto a voltarsi dall’altra parte, e un uomo convinto che il silenzio — in certi momenti — sia la sola cosa che non ci si può permettere. Tu quell’articolo lo hai scritto. Io quell’evento lo ho organizzato. Alla fine dei conti, Arrigo, abbiamo fatto entrambi la stessa cosa: non siamo rimasti in silenzio. La differenza è che io non ho cercato di smontare chi parlava. Ho semplicemente parlato.
E continuerò a farlo.
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Alberto Filippi
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