Con affitti medi da 600 euro per un bilocale, chi non ha un contratto solido resta escluso. Dal report “Milano inside out” l’allarme degli esperti: «Servono affitti calmierati nelle aree dismesse, non solo case di lusso»
Legnano – Con l’insediamento della Giunta, la città torna a essere operativa a tutti gli effetti ed è bene quindi riprendere in mano le questioni importanti di interesse pubblico, come il tema dell’emergenza abitativa.
Lo spunto arriva dall’articolo pubblicato da Altra Economia lo scorso 29 maggio, data significativa per la Città del Carroccio, a firma di Francesca Bellini (già studentessa dell’Istituto Barbara Melzi), che ha rilanciato il tema della trasformazione urbana e delle politiche abitative. La sua riflessione, e la nostra, muove dal report “Milano inside out – Abbordabilità della casa e dinamiche di trasformazione nella regione urbana“, firmato dal Professor Massimo Broccoli, dal collaboratore Lorenzo Caresana e dal ricercatore Marco Peverini.
Casa a Legnano, quanto mi costi?
Premessa d’obbligo prima di affrontare l’argomento è lo sguardo agli ultimi dati dell’Osservatorio Mercato relativi ai mesi di maggio e giugno 2026, viene da chiedersi se abitare a Legnano sia ancora possibile. I prezzi medi indicano 1.982 €/m² per le vendite e 11,95 €/m² per gli affitti (circa 600 euro per un bilocale).
Prezzi “impegnativi”, ma tutto sommato ancora abbordabili per chi può contare su un lavoro stabile e contratti solidi, ma che diventano poco accessibili per il maremagnum di lavoratori e lavoratrici che hanno contratti di lavoro autonomi (e spesso “creativi”) che, oltre a non garantire lauti stipendi, non consentono nemmeno di accedere al credito.
Ma la dura legge domanda-offerta nel libero mercato, è l’unica soluzione possibile? Forse no. Da tempo, anche a Legnano, si parla di Housing Sociale e, proprio nei giorni scorsi, sono stati annunciati i “buoni affitto”, per andare incontro a chi si trova nella “zona grigia“, come spesso l’ha definita il neo assessore Mario Brambilla. Il riferimento è a coloro che hanno un reddito superiore a quello che consentirebbe di accedere alle graduatorie per le case popolari, pur non raggiungendo una soglia adeguata per rivolgersi al libero mercato.
Il Report OCRA – Dipartimento Architettura e Studi Urbani del Politecnico
Una riflessione interessante arriva dal «terzo report dell’osservatorio OCRA, costituito dentro al Dipartimento Architettura e Studi Urbani del Politecnico che si basa su un finanziamento di due cooperative di abitazione milanesi sono CCL, Consorzio Cooperative Lavoratori, e LUM, Libera Unione» come spiega Marco Peverini.
Se il primo report “Non è una città per chi lavora” si era concentrato sull’area di Milano e il secondo si focalizzava sull’insostenibilità dell’accesso alla casa per i lavoratori a Milano, con il terzo ci si è spinti a indagare anche la situazione nell’hinterland dove la Grande Milano diventa un polo di attrazione a cui tutti sono connessi. C’è però già in partenza una prima e grande divisione tra quei comuni che dipendono da Milano e quelli, come Legnano, che mantengono una propria identità e autonomia pur restando collegata alla città e dove sono presenti numerosi pendolari.
«Legnano è più nel gruppo delle città che sono un po’ più lontane da Milano, ma che sono ben connesse, che hanno una dotazione, un peso specifico in termini di servizi e mercato del lavoro e che quindi hanno sia una relazione con Milano, sia una propria autonomia», d’altro canto sappiamo bene che “Dovunque è Legnano”.
La crescita e la trasformazione di questa tipologia di città, coinvolgono necessariamente anche i comuni limitrofi e per questo il dialogo sovracomunale non può più essere visto come un’auspicabile “buona prassi”, ma una necessità.
«La legge regionale prevede già che i comuni si organizzino in piani di zona e ambiti sovracomunali. Sono quasi 10 anni ormai che sta succedendo, ma è un livello di coordinamento che a oggi è per lo più sul piano delle politiche sociali e dei servizi sociali».
Città unite: il sogno del Bello e Utile
Impossibile non sollevare più di un ragionevole dubbio sul sogno mancato dell’area Toselli dove due supermercati dirimpettai, troneggiano all’ingresso della Città di Legnano e del Comune di Cerro Maggiore, in una triste reinterpretazione di “Scilla e Cariddi”. Una città che ospita ogni anno eventi come il Palio di Legnano, la Coppa Bernocchi, il Festival letterario e il Rugby Sound e dove sono presenti aziende di importanza internazionale, non meritava forse un ingresso un po’ più rappresentativo? Chissà che a opere ultimate i due comuni non trovino la volontà di portare anche il Bello in città e non solo l’utile.
Un’unità di intenti sempre auspicabile che diventa necessaria quando si parla di esigenze abitative.
«Se ci si muovesse in modo più coordinato, forse ci sarebbe anche spazio per essere più incisivi sulle politiche, per esempio, di edilizia sociale – spiega Peverini – I piani e gli ambiti sono stati un primo passo in questa direzione, ma sicuramente non è sufficiente. Sulla provincia di Milano, c’è la Città metropolitana che, però, abbiamo visto che fino a oggi non essere stata granché incisiva su questi processi, soprattutto relativamente alle politiche abitative. Bisognerebbe inventarsi, probabilmente il livello giusto è quello della Regione, dei meccanismi che mettano insieme pezzi rilevanti di territorio e li coordino perché, in fin dei conti, è anche giusto pensare che non è che tutti quelli che lavorano a Milano devono vivere a Milano, però devono vivere su un territorio che è bene organizzato, non devono, come dire, andare a vivere in quartieri dormitorio, dove poi devono per forza spostarsi in macchina».
C’è bisogno di “Sociale” o di Data Center?
«Oggi quello di cui c’è bisogno è di affitto sociale, questo emerge chiaramente da tutte le ricerche e da tutti gli studi che vengono fatti. Quindi, diciamo, il riferimento forse più adeguato è quello delle 167, della legge dei piani di edilizia economica popolare che sostanzialmente vedeva gli operatori pubblici che costruivano case in affitto da destinare a lavoratori ad affitti calmierati. Chiaramente a quell’epoca si faceva attraverso piani di espansione». Oggi lo sguardo non va più nella direzione della colonizzazione dei pochi spazi verdi rimasti, ma di una rigenerazione urbana, che sappia recuperare aree dismesse (e quasi sempre degradate).
«Si vedono tantissime aree ex industriali, oggi sotto le mire dei data center. In realtà sarebbero il luogo ottimale dove sviluppare delle politiche di abitare sociale, affitto sociale, perché spesso sono rimaste in posizioni molto strategiche delle città: quando venivano costruite magari erano isolate, oggi sono circondate di servizi e vicine alle ferrovie. Il problema è che sono aree private su cui, diciamo, tendenzialmente i proprietari o non sono interessati o sono interessati a fare il massimo profitto. Bisogna in qualche modo mettere in campo, per cui torniamo al coordinamento, un’architettura istituzionale che sia in grado, diciamo, di contemperare l’interesse privato e di calmierare quella che è la brama di profitto rispetto a quella che è una risposta invece ai bisogni locali. Non bisogna fare solo case di lusso e sperare poi di venderle a 3.000 € al metro quadro (e anche oltre). Forse quell’area industriale può essere recuperata con un piano, con un soggetto pubblico, con dei sussidi o dei supporti della Regione o dello Stato e farci case sociali dentro con i servizi intorno».
Ex Manifattura e Area Tosi sono sicuramente le aree su cui il futuro prossimo della città ha puntato gli occhi, ma forse è tempo anche di fare una riflessione più ampia su piccoli e grandi patrimoni immobiliari di Legnano e “provincia” a partire dall’ex ospedale.
Laura Defendi
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