A metà luglio il primo ministro iracheno, Ali al-Zaydi, è atteso a Washington per una visita ufficiale che, secondo la stampa irachena, potrebbe rappresentare un passaggio decisivo nei rapporti tra Baghdad e gli Stati Uniti.
Nel corso dell’incontro, al-Zaydi sarà chiamato a fornire risposte su tre temi ritenuti prioritari dall’amministrazione Trump e considerati condizioni essenziali per il proseguimento del sostegno politico a Baghdad. Il primo riguarda lo smantellamento delle milizie filo-iraniane e il ripristino del monopolio statale dell’uso della forza. Il secondo è legato al proseguimento della lotta alla corruzione. Il terzo, ritenuto il più importante, punta ad allargare la cooperazione economica tra Stati Uniti e Iraq, favorendo una maggiore presenza delle aziende americane nel Paese, soprattutto nei settori dell’energia e degli investimenti.
Secondo fonti politiche israeliane, Washington considera oggi l’Iraq un tassello fondamentale per esercitare pressione nei confronti del regime iraniano. Per anni, infatti, Baghdad è stata utilizzata dal regime iraniano come retrovia e valvola di sfogo economica per attenuare gli effetti delle sanzioni statunitensi.
Il governo iracheno ha intensificato la campagna contro la corruzione con una vasta operazione condotta dalle forze armate, nell’ambito della quale sono stati arrestati decine di politici, alti funzionari e parlamentari con accuse di corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici, in particolare nell’ambito dei ministeri del Petrolio e dell’Elettricità. E secondo un’inchiesta del quotidiano Al-Arabi al-Jadid, le indagini sono destinate ad allargarsi anche a figure riconducibili agli apparati economici delle milizie filo-iraniane.
Finora gli arrestati sono 47, tra politici, parlamentari e alti funzionari. Durante le operazioni sono state sequestrate ingenti somme di denaro contante (miliardi di dinari iracheni e milioni di dollari) oltre a gioielli in oro, automobili di lusso e altri beni patrimoniali.
Tra le personalità più note finite sotto inchiesta figura Muthanna al-Samarrai, capo della coalizione Azm, considerata la seconda forza politica sunnita dell’Iraq. Sono stati arrestati anche i parlamentari Mohammed Jamil al-Miyahi, Alia Nassif e Ziyad al-Janabi. Secondo le fonti israeliane, l’operazione potrebbe estendersi nelle prossime settimane fino a coinvolgere circa un centinaio di alti dirigenti.
Un giudice del Tribunale penale di Baghdad competente per i reati di corruzione, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha dichiarato ad Al-Arabi al-Jadid che le autorità stanno predisponendo una lista di ricercati fuggiti all’estero, in particolare in Turchia, Emirati Arabi Uniti, Libano, Giordania e Iran. L’obiettivo è ottenerne l’estradizione attraverso l’Interpol o mediante accordi di cooperazione giudiziaria con i Paesi interessati. Secondo lo stesso magistrato, soltanto le irregolarità riscontrate all’interno del ministero del Petrolio potrebbero ammontare a circa 750 miliardi di dinari iracheni, equivalenti a circa mezzo miliardo di dollari. La cifra comprenderebbe denaro contante, immobili, gioielli, veicoli e altri beni patrimoniali, parte dei quali è già stata sequestrata.
Il giudice ha inoltre precisato che la magistratura non intende patteggiate con gli indagati in cambio della restituzione dei fondi sottratti, e ha confermato che sono già in corso il sequestro dei beni appartenenti agli indagati e ai loro familiari fino al secondo grado, oltre all’analisi di conti correnti, contratti pubblici e investimenti sospettati di essere collegati a reti di corruzione organizzata. L’operazione in corso è una cosa seria, quindi.
Un alto funzionario del ministero degli Esteri iracheno ha dichiarato ad Al-Arabi al-Jadid che questa operazione rientra anche negli impegni assunti dal governo di Baghdad nei confronti degli Stati Uniti. Tra questi figurano il contrasto alle fonti di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, la lotta al riciclaggio di denaro e la chiusura dei canali economici che alimentano le milizie filo-iraniane.
Il portavoce del governo, Haider al-Aboudi, ha inoltre annunciato l’istituzione, presso il ministero delle Finanze, di un conto dedicato nel quale confluiranno tutte le somme recuperate dai soggetti accusati di essersi arricchiti illegalmente. Secondo fonti di sicurezza di alto livello, la vasta operazione che ha portato all’arresto di decine di parlamentari, funzionari e personalità pubbliche non rappresenta più una semplice iniziativa di contrasto alla criminalità.
Potrebbe invece trasformarsi in uno degli eventi politici più rilevanti nella storia dell’Iraq dal 2003, poiché interviene direttamente sul sistema di potere che sostiene l’attuale assetto dello Stato. Sebbene formalmente venga presentata come una campagna anticorruzione (in un Paese dove la corruzione rappresenta uno dei problemi strutturali più gravi) nella realtà politica irachena essa costituisce molto più di un semplice fenomeno criminale. Nel corso degli anni, infatti, la corruzione è diventata anche uno strumento di governo, capace di collegare partiti politici, milizie, uomini d’affari e istituzioni attraverso una fitta rete di interessi, nomine, distribuzione delle risorse pubbliche e controllo degli appalti statali.
Per questo motivo, qualsiasi tentativo di smantellare queste reti difficilmente può rimanere confinato all’ambito giudiziario, anzi: finisce inevitabilmente per trasformarsi in uno scontro politico sul controllo dei principali centri di potere, sugli equilibri tra le componenti sciita, sunnita e curda e sulla gestione delle risorse economiche del Paese.
Le stesse fonti ritengono infine probabile che l’iniziativa sia stata lanciata anche in seguito alle pressioni esercitate dagli Stati Uniti e che il suo obiettivo sostanziale sia quello di colpire le fonti di finanziamento delle milizie filo-iraniane.
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Redazione ETI/Yoni Ben Menachem
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