Dalla “pozzanghera” al Mondiale, storia di Ebere Eze


L’importante non è vincere, ma dimostrare a tutti i costi di essere più forte dell’avversario. Saltandolo con qualche dribbling, bruciandolo sullo scatto, umiliandolo con un tunnel. Un concetto poco decoubertiniano che è diventato presto l’incipit del romanzo di formazione di Eberechi Eze detto Ebere, il fantasista dell’Arsenal che ora cerca la propria consacrazione con la maglia bianca dell’Inghilterra. Sì perché a ventotto anni il talento nato tra le case popolari di Greenwich è ancora impegnato a capire la sua vera identità.

Colpa anche di un percorso incoerente, che ha finito per spezzettare la sua vita in una lunga serie di esistenze diverse, tutte molto lontane da quella che il ragazzo aveva sognato per sé. Così, anno dopo anno, Eze è diventato una specie di Godot. Un talento straordinario sempre sul punto di esplodere, ma che alla fine non riusciva mai a ostendere le sue capacità davanti al mondo intero. Almeno fino a ora.

La pozzanghera a South London

La sua storia è così comune da diventare peculiare, quasi un romanzo generazionale. Come molti dei ragazzi nati negli anni Novanta si ritrova a giocare per strada. È un’attività incessante che leviga e affina la sua tecnica. «A Greenwich ci sono delle zone belle e altre meno belle – ha raccontato – Ecco, io sono cresciuto in una delle zone meno belle. Non è stata una vita facilissima e non avevamo quanto gli altri bambini intorno a noi». Il calcio diventa così una via di fuga. È una banalità che viene ripetuta in continuazione, come per creare un minimo comun denominatore tra i calciatori che vengono su come alberi storti in contesti difficili, ma che sembra cucita su misura per Eze. Perché quando il pallone inizia a rimbalzare il ragazzo non pensa più a tutto il resto.

Dopo la scuola Ebere raggiunge gli amici. Giocano nella «gabbia gialla», uno dei campi recintati nel South London, oppure al «puddle», la «pozzanghera», una lingua di terra che non si asciuga mai. Costruivano le porte con le felpe. Al resto ci pensava l’immaginazione. Alle spalle del campetto c’era un punto vendita dell’HSS Hire, una serie di negozi che vendono e noleggiano attrezzi per l’edilizia. Solo che tra il campo e il negozio c’era del filo spinato.

A volte il pallone si bucava. Altre volte, se lo calciavano dall’altra parte della recinzione, dovevano aspettare che il negozio riaprisse per poterlo recuperare. Ma quelli non erano gli unici ostacoli: dall’altra parte del parcheggio c’erano alcuni cani. E per evitarli i ragazzini dovevano diventare più bravi nei tiri, più precisi nei passaggi. «Rimanevamo lì finché i nostri genitori non ci chiamavano per tornare a casa – ha raccontato – Giocavamo tutto il giorno e tutta la sera, senza mangiare. Non c’era davvero molto altro da fare. Ma è da lì che nasce l’amore. Quando giochi lì non ti rendi conto che è proprio così che stai imparando il mestiere».


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Le giovanili all’Arsenal e le preghiere della mamma

A cinque o sei anni inizia a giocare in maniera più organizzata. Il padre di uno dei ragazzi che partecipa alle sfide nella gabbia, consigliò agli Eze di iscrivere il figlio in una squadra. A sette anni entra nei ProStars. Poi passa al Bruin. Il suo talento, però, sembra sovradimensionato rispetto a quelle piccole realtà. Così inizia a cercare qualcosa di più grande. I suoi genitori cercano di fargli sostenere più provini possibile. Anche se ogni tanto devono fare i conti per capire se hanno abbastanza soldi per la benzina per accompagnarlo. Una volta il Southend United lo convoca per un provino, solo che il padre di Ebere sta lavorando e sua madre è costretta ad accompagnarlo. Piccolo dettaglio: la donna detesta guidare in autostrada. Così procede talmente lentamente che il ragazzo teme di arrivare con un ritardo mostruoso.

Alla fine la sua occasione arriva davvero. A undici anni entra nel settore giovanile dell’Arsenal. È un punto di partenza che ha già il sapore dolce del successo. Per tutti nel quartiere diventa «Ebere, quello dell’Arsenal». Non è neanche un soprannome, ma lo riempie di orgoglio. Le cose precipitano presto, però. A 13 anni viene convocato dalla dirigenza delle giovanili: la sua avventura all’Arsenal è finita. I motivi sono vari e variegati, ma a pesare è soprattutto il suo fare da solista, il linguaggio del suo corpo che comunica poco impegno. Eze saluta i Gunners. Passa una settimana chiuso nella sua cameretta a piangere. Sua madre si mette a pregare. Chiede a Dio di far tornare suo figlio all’Arsenal. Prima o poi. Non sa ancora che quella richiesta diventerà un vaticinio.

La prima volta di Ebere Eze in Nazionale

Intanto il ragazzo passa al Fulham. Poco dopo si trova a giocare contro l’Arsenal. Stringe la mano del direttore delle giovanili biancorosse. E scoppia a piangere di nuovo. Ormai non è più «Ebere, quello dell’Arsenal». Anzi, non sa più chi è. Dopo qualche anno il Fulham lo libera a parametro zero. Così come faranno il Reading e il Milwall poco dopo. Eze si trova senza contratto. Sostiene dei provini con Sunderland, Bristol City e Swansea. Non ne va bene nessuno. Inizia a valutare l’idea di accettare un lavoro part time da Tesco, o di iscriversi a qualche corso universitario. La chiamata salvifica arriva poco dopo, dal Queens Park Rangers. È la sua ultima possibilità. Il QPR lo manda in prestito al Wycombe, in terza serie. Ma quello che per gli altri è un incubo per Eze diventa un sogno.

Il suo impegno è massimo. La sua dedizione totale. Tanto che inizia a riemergere dall’abisso. A metà stagione torna al QPR, stavolta per restare. Firma un contratto. I suoi genitori restano stupiti. Non pensavano che si potessero guadagnare dei soldi giocando a pallone. Dopo tre anni in cadetteria finisce al Crystal Palace, con cui conquista la maglia della Nazionale. Il suo rapporto con i Tre Leoni è complicato. Poco prima delle convocazioni per Euro 2020 (il torneo che rimane l’ultimo trionfo azzurro) il ragazzo si sta allenando. A un certo punto riceve il pallone e si prepara a scattare. È in quel momento che sente un dolore lancinante. Scoppia a piangere prima ancora di capire cosa è successo. Viene portato in infermeria. Il suo pensiero è per i genitori. Sono molto apprensivi. Si sarebbero preoccupati. Chiede al responsabile dei rapporti con i giocatori di andare a riprendergli il telefonino. Quando lo accende vede che c’è un messaggio.

Ebere Eze con la maglia numero 10 dell'Inghilterra durante la sfida alla Lituania nell'ottobre 2025
Ebere Eze con la maglia numero 10 dell’Inghilterra durante la sfida alla Lituania nell’ottobre 2025 (foto Ansa)

«Dio aveva un altro progetto». E adesso il Mondiale

Nel messaggio un membro della Nazionale gli dice che il ct Southgate pensava di inserirlo tra i preconvocati. «Per come la vedo io – ha detto al sito del Crystal Palace – se fosse stato destino che partecipassi agli Europei, ci sarei andato. Dio aveva un altro progetto e, per qualche ragione, voleva servirsi di questo episodio. Dovevo soltanto riuscire ad accettarlo». L’incredibile è dietro l’angolo. Eze deve solo aspettare. Nel 2024/2025 vince un Community Shield e una Coppa d’Inghilterra con il Crystal Palace. È un successo che va oltre l’ordinario. A fine stagione arriva una chiamata. È l’Arsenal. Lo vogliono riportare «a casa». Le preghiere di sua madre sono state ascoltate.

Stavolta però il Gunners devono staccare un assegno da quasi 70 milioni di euro. L’affare va in porto. Eze diventa un elemento prezioso per la vittoria di un titolo che mancava da 22 anni. Poi arriva la finale di Champions League. Arsenal contro Psg. Ebere entra al 90’. Gioca i tempi supplementari. Non bastano a decretare un vincitore. Servono i calci di rigore. Eze batte il secondo penalty dell’Arsenal. E lo sbaglia. È un errore che costerà ai Gunners la Coppa. È una delusione enorme ed enormemente difficile da maneggiare. Ma per fortuna non c’è tempo per trasformarla in un’ossessione. Perché ora c’è un Mondiale da giocare. E da provare a vincere. Magari con qualche tunnel all’avversario.  


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 Andrea Romano

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