il diario di Rusudan Galdava


LA BONTÀ NON HA CONFINI

Un diario georgiano, Palermo e il Vangelo dell’ospitalità

C’è una parola del Vangelo che, da sola, potrebbe reggere come soglia a questo libro: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35). Perché Dalla Georgia in Italia, di Rusudan Galdava, con prefazione di Leoluca Orlando, non è soltanto il diario di una bambina che la guerra ha strappato alla sua terra: è, prima ancora, il racconto di una porta che si apre, di una tavola apparecchiata per chi arriva da lontano, di una famiglia che fa spazio nel proprio cuore a una figlia che non aveva generato. E dove qualcuno fa spazio all’altro, lì si rende visibile il Vangelo.

Il cuore del libro è un diario dentro il diario. Una donna di quarantatré anni si china sul quaderno della propria infanzia, ricevuto il secondo giorno del suo arrivo a Palermo e ritrovato, anni dopo, in un grigio albergo di Tbilisi. Sulla prima pagina, il voto di una bambina: «Forse ritornerò». Da quel quaderno nasce il libro; e da quel voto nasce un’intera vita di ritorni. L’autrice non consegna alla figlia Tamara l’odio, ma la memoria del bene ricevuto: è questa la nobiltà segreta dell’opera, aver attraversato l’ingiustizia senza lasciarsene avvelenare.

La vicenda è presto detta. A Sukhumi, sulle rive del Mar Nero, una bambina di dodici anni vede crollare in pochi mesi la casa, la scuola, gli affetti: la guerra d’Abkhazia le toglie, insieme alla città natale, il diritto a un’infanzia. Migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi, un popolo intero sospinto sulle strade dell’esilio. Rusudan non concede sconti alla menzogna dell’equidistanza, quella che assolve insieme l’aggressore e l’aggredito: distingue con fermezza chi attacca per conquistare da chi si difende per non scomparire.

C’è, in queste pagine, una verità che solo chi ha conosciuto la guerra da bambino può dire fino in fondo: che il conflitto non ha il volto di un fanciullo, e che i figli della guerra maturano prima del tempo, derubati dell’infanzia. Chi cresce nella guerra impara a fiutare il pericolo dietro ogni gesto e a non concedersi mai riposo. Inter arma tacent Musae: tra le armi le muse tacciono. Ed è contro questo silenzio della bellezza che la Sicilia, di lì a poco, leverà la sua musica.

Perché nell’aprile del 1994, mentre l’Abkhazia bruciava, Palermo aprì le sue porte. Per iniziativa dell’Associazione Italia-Georgia e del Comune, un primo gruppo di centosedici bambini profughi fu accolto da centoquindici famiglie siciliane.

Ma c’è un particolare che rende questa storia ancora più sorprendente. Quella generosità era a sua volta una restituzione: nel gennaio del 1968, dopo il terremoto del Belice, erano stati i georgiani a ospitare per mesi, sulle loro coste, trecento bambini di Sicilia, insieme a medici italiani e georgiani. La carità, quando è vera, non va mai a vuoto: torna, a distanza di una generazione, e bussa alla porta da cui era partita. Lo dice con parole indimenticabili il grande poeta georgiano Shota Rustaveli — il Dante della sua nazione —: ciò che hai donato è tuo per sempre; ciò che hai tenuto è perduto. Le famiglie siciliane che spalancarono le loro case non persero nulla: guadagnarono una figlia, una sorella, un legame più forte della guerra.

Così Rusudan trova la sua «seconda famiglia»: gli architetti Lea Amella e Franco Mangiaracina, e Valentina, divenuta per lei una sorella. A questi due coniugi va una parola di riconoscenza tutta particolare. Lea e Franco non offrirono soltanto un tetto e un posto a tavola: offrirono una paternità e una maternità del cuore che non chiede nulla in cambio e non conosce calcolo. Senza clamore, con la signorilità dei giusti, fecero di una bambina sconosciuta una figlia, e della loro casa la patria di chi non aveva più patria; e tale è rimasta negli anni, ben oltre quell’estate, fino a fare di Lea — oggi console onorario di Georgia in Sicilia — una custode di quel ponte d’amore. Sono persone così, generose e discrete, a tenere in piedi, più di ogni trattato, la pace tra i popoli.

Sono giorni di giochi e di lezioni di musica; e tra Palermo e Porto Palo di Menfi, nell’Agrigentino, le immagini della guerra — il botto di un petardo, un grido per strada, il guaito di un cane — si lasciano lentamente curare, sono parole sue, «con punture d’amore e di affettuosità». L’ospitalità si fa cura; la solidarietà si fa educazione, e persino istituzione, quando a Tbilisi nasce la scuola italiana «Alba», pensata per tenere vivo il legame con l’Italia; l’accoglienza, infine, si fa famiglia.

E quando la grande Storia torna a ferire — l’aggressione russa del 2008, che irrompe proprio mentre a Palermo, nel giorno di Santa Rosalia, si celebra il matrimonio di Valentina, in una chiesa impreziosita dagli stucchi del Serpotta; e poi l’eco lontana e dolorosa dell’Ucraina — è ormai cresciuto, in lei, un vincolo che nessuna guerra può sciogliere.

Ma sotto la cronaca dei fatti scorre una corrente ancora più profonda. La Georgia e la Sicilia sono due terre di confine, da secoli sospese tra orgoglio e paura, tra identità e indipendenza, tra libertà e sottomissione; e proprio per questo si riconoscono. Si riconoscono, anzitutto, nel medesimo volto di Cristo: quel Pantocratore che veglia dalla cattedrale di Mtskheta, l’antica capitale georgiana, fratello del Cristo Pantocratore del duomo di Monreale. Si riconoscono nei due teatini palermitani — Cristoforo Castelli e Francesco Maria Maggio — che nel Seicento partirono dal convento di Palermo verso il Caucaso, lasciando il primo uno splendido diario miniato di paesaggi e volti georgiani, l’altro la prima grammatica della lingua di quel popolo. E si riconoscono, infine, in quel sentimento di patria aperta al mondo che fu di Ilia Chavchavadze, l’aristocratico poeta che nella lotta risorgimentale di Garibaldi vide riflesso il sogno della propria terra e che incarnò l’anima georgiana fino al martirio. Due popoli lontani, e una sola fede che li abbraccia.

Vi è, in questa storia, una simmetria che commuove. Lo stesso Orlando, nella prefazione, confida un debito personale: nell’estate del 1988, costretto a lasciare Palermo sotto le minacce di morte delle cosche, fu accolto per alcune settimane proprio dal popolo georgiano. Sicché l’ospitalità del 1994 ha il sapore di un dono che ritorna più volte: la Georgia che accolse i bambini del Belice e il sindaco braccato dalla mafia, e la Sicilia che, a sua volta, accoglie i bambini dell’Abkhazia. È il commercio santo della carità, dove nessuno resta debitore e nessuno creditore, perché tutto è già stato donato e tutto torna trasfigurato.

La frase che Rusudan pone come suo credo racchiude il senso del libro: «la bontà non ha confini geografici». Non è una massima sentimentale, ma la traduzione della cattolicità del Vangelo, che non conosce stranieri perché tutti riconosce fratelli. La bontà, scrive Rusudan, ha valore solo quando è «fatta bene» e amorevolmente: solo allora diventa dono prezioso non soltanto per chi lo riceve, ma anche per chi lo compie. È la lezione evangelica del buon samaritano e del giudizio finale: che l’amore al prossimo non è un sentimento, ma un’opera; e che in quell’opera ci giochiamo, ciascuno, il nostro volto eterno. Non è un caso che Rusudan abbia affidato proprio a una figlia questa memoria: perché la pace, come la fede, o si trasmette di generazione in generazione, o si spegne.

A Rusudan Galdava va il merito di aver restituito una pagina luminosa di storia civile e cristiana. A Leoluca Orlando quello di averne introdotto la lettura con una prefazione partecipe. E con loro meritano gratitudine le tante famiglie siciliane che hanno scritto, senza saperlo, un capitolo di Vangelo vissuto. In tempi di muri e di respingimenti, questo piccolo grande diario di pace ci ricorda una verità antica e sempre nuova: che una città ferita può ancora farsi casa, e che l’amore degli uomini è più forte della guerra. A Tamara, e a tutti i figli che lo leggeranno, lo consegniamo come si consegna una lampada accesa.

✠ Vincenzo Bertolone, S.d.P.

Arcivescovo emerito di Catanzaro-Squillace


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione ilModeratore

Source link

Di