Invecchiare nell’Italia della longevità (2.07.2026)


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Oggi presentiamo questa ricerca sulla longevità, invecchiare nell’Italia della longevità.
Tema non nuovo per il Censis, abbiamo cominciato a rifletterci nei primi anni 2000, abbiamo continuato a porre il problema, a fare come il segnalazioni dei vari aspetti, ci sembrava giusto a un certo punto, però mettere un punto e dire, ma a vent’anni da una grande ricerca del 2006 che cosa è cambiato?
Devo dire, è cambiato tutto, lo sentiremo poi dalla dottoressa Rai, anche presenterà ai dati della ricerca quello che a noi interessava era proseguire in un dibattito che ci ha visto protagonisti alcuni anni fa e che, a nostro giudizio, è oggi forse il tema principale che il nostro Paese deve affrontare l’invecchiamento, la longevità, la preparazione del nostro Paese a quello che sta capitando e soprattutto quello che,
Potrà capitare nei prossimi anni,
Per certi versi, sono tanti anni che noi, come tanti altri istituti e le università a tutti coloro i quali si occupano di demografia, sottolineano il problema della denatalità, è un tema che è oramai è al centro del dibattito pubblico, i dati sono largamente noti, i problemi e le difficoltà sono note, però è anche vero che dobbiamo prendere atto che,
Come dire la qualificazione al campionato della lotta alla denatalità al nostro Paese l’ha persa oramai è una partita per certi versi chiusa la società è cambiata, dobbiamo prendere atto che è una società completamente diversa, dobbiamo prendere atto che i numeri sono drammatici e che non torneremo più ai dati ai numeri al paese di 15 20 o 30 anni fa.
Oggi le scuole elementari italiane stanno preparandolo l’ingresso dei bambini di prima che entreranno fra due, tre mesi, luglio agosto, STEM sì, 3 4 mesi entreranno nella scuola i bambini di prima e stanno adottando le classi di quinta elementare.
Se andiamo a vedere il numero di banchi che ospitavano bambini di quinta e quelli che ospiteranno bambini di prima, a pochi mesi di distanza, sono 80.000 di troppo, cioè ci sono 82.000 bambini che mancano all’appello solamente nel confronto dei cinque anni e via di questo passo se andiamo a guardare cosa è successo negli ultimi 15 anni vediamo che il numero di nati in Italia è diminuito di circa il 60%.
Il numero dei 15 anni precedenti era diminuito di circa il 15% dal 2008 in poi 2009 2010, abbiamo assistito a una progressiva e strutturale riduzione del numero dei nuovi nati, che oggi ci porta a 350.360 330 per i prossimi anni come dato strutturale, questo è un cambiamento profondo della società italiana e un cambiamento, come dicevo prima che per certi versi è strutturale, non riusciremo a recuperare, non torneremo ai 650 680.000 bambini di inizio del secolo.
È la domanda a questo punto è, ma la partita dell’invecchiamento a che punto siamo, stiamo preparandoci, stiamo costruendo le condizioni, conosciamo i numeri esattamente come il numero dei delle natalità, conosciamo anche i numeri dell’invecchiamento, li ascolteremo con calma dalla dottoressa Ryan quello che è banale dire che oggi un italiano su quattro ha più di 65 anni fra qualche anno nel 2051 su tre avrà più di 65 anni.
È una società di vecchi, è un dato di fatto, è una condizione a cui non possiamo sottrarci, a cui dobbiamo riflettere per capire questo, che cosa significa, in che termini dobbiamo prepararci, quali sono i problemi, quali sono gli assetti, quali sono i vincoli culturali che dobbiamo affrontare per poter ragionare di un’Italia in un paese di un Paese che invecchia.
Sicuramente.
Abbiamo un primo problema, poi vedrete i numeri 65 anni, è un’età di ingresso nell’età anziana e questa è una domanda probabilmente senza risposta ci siamo attenuti alle regole statistiche, l’Istat dice gli anziani sono gli over sessantacinquenni e quindi noi per tali li prendiamo poi ciascuno di noi io ho 64 anni compiono 65 fra qualche mese, quindi sono lì lì per entrare in quella soglia ciascuno ha una sua interpretazione, ciascuno ha una sua età,
Di riferimento dell’ingresso del nell’età anziana, quello che però per noi era interessante era dire guardiamo a una popolazione che è chiaramente definito anche dal punto di vista dei numeri, dei dati dell’assetto complessivo, e quindi per noi gli anziani sono gli over 65 ripeto, potremmo discuterne al lupo,
Nelle indagini che abbiamo fatto ai primi anni 2000 emergeva un dato,
Diciamo tutto sommato atteso, è anche interessante, cioè gli anziani, gli over sessantacinquenni longevi, avremmo detto allora erano particolarmente attivi e particolarmente vogliosi di fare capaci di continuare a lavorare, di costruire reddito, probabilmente erano andati in pensione già da qualche anno, però continuavano a impegnarsi e a come dire contribuire allo sviluppo del Paese.
Oggi questo non è più vero. Ci siamo domandati la risposta è assolutamente no, è ancora vero, è altrettanto vero, è ancora più vero forse del passato oggi gli ultra sessantacinquenni e continuano a essere i protagonisti della vita sociale della vita economica nel nostro Paese. Se guardate un dato abbastanza semplice, oggi il reddito delle famiglie con un percettore di col principale percettore di reddito ultra sessantacinquenni rispetto a vent’anni fa è cresciuto del 20% in termini reali, la media nazionale è una diminuzione del 5%, significa che le famiglie con persone anziane sono ancora famiglie che costruiscono economia, che costui che seguono le imprese che seguono uno sviluppo economico che partecipano alla vita collettiva. Quindi i Longevity oggi non sono meno attivi, anzi sono probabilmente più attivi ancora rispetto ai longevi dei primi anni 2000 stesso discorso. Lo abbiamo fatto per i redditi, lo potrei lo potremmo fare per i patrimoni
La ricchezza netta delle famiglie con un con il principale percettore, oltre a 65 anni, è cresciuta negli ultimi vent’anni di oltre il 33%, la ricchezza media delle famiglie italiane è cresciuta del 5%. Viva gli anziani, gli anziani sono ancora i grandi protagonisti. Allora che cosa è cambiato? La dottoressa Ryan, poi ce lo dirà nel dettaglio, io solamente qualche brevissimo flash cos’è cambiato, ma innanzitutto è cambiato. La generazione che aveva 60 65 anni nei primi anni 2000 sono le persone nate alla fine degli anni 30 ai primi anni 40, che hanno vissuto direttamente la guerra e che poi sono stati i protagonisti del boom economico. In qualche modo sono i protagonisti di un’Italia che ricostruisce se stessa e che costruisce il proprio modello di sviluppo. Sono costruttori per natura
E in qualche misura sono coloro i quali hanno innervato annodato scheletro, hanno dato struttura al nostro Paese negli anni dal dai primi anni 60 fino alla fine degli anni 90. Gli anziani di oggi, 65enne di oggi, sono i nati fra la fine degli anni 50 ai primi anni 60.
Questo significa che sono una generazione che non è stata tanto protagonista della ricostruzione o della del boom del modello di sviluppo italiano, è una generazione che invece è stata protagonista, capace protagonista di successo, protagonista con straordinaria qualità di una resistenza del nostro Paese rispetto alle grandi crisi che hanno attraversato la storia degli ultimi 30 anni dalla crisi dei primi anni 90, la guerra del Golfo, gli shock petroliferi e quant’altro, fino alla crisi dei nostri giorni, sono una generazione che ha, come dire, un imprinting completamente diversa rispetto alla generazione precedente e che cosa esprime la generazione attuale degli ultra sessantacinquenni? Vedrete i dati sostanzialmente, esprime una straordinariamente accresciuta consapevolezza delle proprie fragilità, il numero di persone ultrasessantacinquenni che dichiarano di avere alcune fragilità, che non vuol dire la non autosufficienza, alcune piccole limitazioni alla vita quotidiana. La quota, dicevo, fra il 2006 e il 2026 è più che raddoppiato. Questo significa che non è che siamo diventati più fragili o che gli anziani sono diventati più fragili, ma che c’è una maggiore consapevolezza della fragilità di fondo che la condizione di longevo comporta. Questo significa anche, però, come una lettura un po’a specchio del dato che il nostro Paese non è preparato.
Un Paese che non ha pensato non ha guardato, non ha progettato, non ha amato, per certi versi le persone longeve.
Non è soltanto il discorso fatto tante volte le pensioni, la salute e il debito pubblico, il lavoro e tutti quei temi che sono assolutamente giusti e corretti, ma c’è tanto altro ci sono i servizi pubblici e i servizi privati, le assicurazioni, le banche, l’industria, l’innovazione tecnologica, i trasporti pubblici e privati, c’è tutto quell’insieme di attività, di servizi, di iniziative ed imprese che alla fine hanno pensato loro stessi. Hanno pensato allo sviluppo del nostro Paese, senza tener conto di una condizione strutturale dell’essere anziani oggi, e soprattutto del fatto che da qui a qualche anno il numero di anziani è destinato a crescere in misura significativa, banalmente pensate che oggi diventano anziani i bambini del baby boom, cioè ai nati fra la fine degli anni 50 ai primi anni 60 e quindi progressivamente il prossimo anno, fra due anni, fra tre anni, fra quattro anni via via, diventeranno sempre più numerosi
Nei prossimi, nei 10 anni dal 21 al 2030 entreranno nella nella vita anziana, cioè compiranno 65 anni, quasi 8 milioni e mezzo di persone, questo significa un’onda lunga, forte, importante che tenderà a cambiare il Paese e che in qualche modo impone che il paese si prepari a a dare le risposte che sono attese a dare risposte ai bisogni e ai consumi, alle aspettative per la casa, le aspettative per la salute e l’aspettativa per la sicurezza personale, alle aspettative per i servizi e l’accompagnamento dentro le nostre famiglie.
Io prima di dare la parola dottore sarà anche presentata la ricerca, volevo ringraziare
E i relatori che abbiamo chiesto di a cui abbiamo chiesto di commentare il nostro testo, la professoressa Fornero, che dovrebbe essere collegata da da Torino, che ringrazio ancora per il tempo che ci ha dedicato, per l’attenzione che da tanti anni dedica al nostro lavoro e per l’affetto che dedica alla nostra famiglia,
Ringrazierei, Ringrazio il professor Rosina, demografo esperto, ma anche lui amico, anche lui compagno di strada di tante riflessioni e ringrazio la professoressa Notari.
E che da tanto tempo si occupa di medicina, della longevità, dei problemi della salute e dai problemi della trasformazione, anche, diciamo, culturale, che interessano le persone diventano senza la ringrazio monsignor Paglia che a qualche minuto di ritardo ci ha segnalato che è in arrivo, quindi arriverà tra pochi minuti do la parola la dottoressa Ryan per la presentazione della ricerca e,
Verrà presentato adesso, è pubblicato sul nostro sito nel pomeriggio o al più tardi domani mattina, sia nella versione integrale, sia nella versione di sintesi, sia nelle slide che la dottoressa Ryan, adesso presente, illustra grazie.
Fu.
Un aiuto.
Fu proprio un po’antipatico, deturpati, buon rapporto, imbocchiamo l’Italia della longevità, un rapporto che porta a parole un punto di vista, il vissuto dei Longevity contemporaneo, aprendo così una riflessione su come la nuova longevità da solo, modificando non soltanto l’esperienza stessa dell’invecchiamento ma anche la società nel suo complesso, ma per poter comprendere appieno i risultati della presente ricerca è necessario partire proprio dal contesto in questi sono inseriti, vale a dire la profonda transizione demografica che interessa il nostro Paese. Oggi infatti, si contano quasi 15 milioni di italiani che hanno attraversato la soglia dei 65 anni, oltre alla quale formalmente si è anziani di tratta di un segmento della popolazione sempre più rilevanti, che rappresenta ormai il 25,1% del totale della popolazione, collocando così l’Italia al primo posto tra i Paesi dell’Unione europea per incidenza della popolazione anziana
Potenza dell’invecchiamento italiano, che emerge in maniera impressive dall’evoluzione nel tempo del numero assoluto di anziani e dalla loro incidenza sul totale della popolazione, poiché i dati ci mostrano come nel primo censimento dell’Italia repubblicana del 1951, le persone con almeno 65 anni erano 4,3 milioni pari all’8,9% del totale 50 anni dopo,
Nel primo censimento del nuovo millennio, realizzato nel 2001, gli anziani erano 10,5 milioni, pari al 18,4% del totale, mentre attualmente, come rilevato, sono oltre 14,8 milioni, rappresentando un quarto della popolazione italiana.
Invecchiamento della popolazione italiana, che è il risultato di una pluralità di.
Rosas da un lato, infatti, è aumentata nel tempo la speranza di vita alla nascita grazie ai progressi nella medicina, grazie alla sperimentazione di farmaci sempre più efficaci, grazie anche alla diffusione delle norme igienico sanitarie, anche semplicemente al fatto che abbiamo sviluppato stili di vita più salutari e dunque un insieme di fattori che hanno,
E portato a vivere tendenzialmente sempre più a lungo, infatti, nel giro di trent’anni, cioè dal 1995 al 2025, abbiamo guadagnato 5,8 anni di vita in più, passando cioè da una media di 77,9 anni nel 1995 a una di 83,7 anni nel 2025.
Dall’altra parte, però, stiamo assistendo a un secondo processo, anch’esso che inizia da lontano, ovvero l’intensa e prolungata denatalità che ha investito e investe il nostro Paese e che, nel tempo, ha determinato una progressiva contrazione delle classi di età più giovani, ti consideri impatto infatti che, ad esempio nel 1951,
I giovani fino a 17 anni erano 14 milioni, pari al 29,6% del totale della popolazione, oggi sono 8,6 milioni e il 14,6% del totale, le persone con età tra i 18 e i 34 anni erano 12,9 milioni, oggi sono 10,5 milioni.
E dunque proprio la combinazione di più anziani e meno giovani, aver di colla e aver generato il decollo dell’incidenza della percentuale dei Longevity sul totale e le dinamiche divergenti tra classi di età emergono in maniera impressive confrontando proprio la loro variazione percentuale tra il 1951 e il 2025. Poiché questi dati ci permettono di vedere come le persone che arrivano fino a 17 anni sono diminuiti in questo lasso di tempo del 38,8%, le persone tra i 18 e i 34 anni del 18,9, mentre le persone tra i 35 e i 64 anni sono aumentate del 53,7%, mentre quelli con almeno 65 anni sono decollati, possiamo dire del 248,6% e se l’allungamento della vita ovviamente è un’enorme conquista. Tuttavia, l’aumento della popolazione anziana, assieme alla riduzione invece delle fasce di età più giovani, non solo sta cambiando, ovviamente, e la struttura della popolazione italiana, ma pone con sé anche nuove sfide a livello sociale, economico e sanitario.
Nuove sfide, che devono anche tener conto del fatto che, sebbene la speranza di vita alla nascita sia aumentata, quella in buona salute, invece, si ferma a cinque anni prima del compimento dell’età anziana, vale a dire se poco prima del sessantesimo anno di vita, inoltre, la speranza di vita senza limitazioni all’ANAS, senza la speranza di vita, tanta limitazioni nelle attività scusate a 75 anni è in media di 10,7 anni, il che significa che tempi, in media, la non autosufficienza emerge al settantaseiesimo anno di età, il che ovviamente ha implicazioni sia a livello personale individuale poiché per quanto il, il livello di salute dei longevi contemporanei sia sicuramente migliore rispetto a quello delle generazioni precedenti e comunque è segnato da fragilità. Cronicità fino ad arrivare a rischio della non autosufficienza, ma anche implicazioni a livello sociale, poiché comunque riescono linee insistita di tutela e supporto degli anziani
Inoltre, proprio mentre i fabbisogni di supporto e tutela si vanno ingigantendo, le famiglie italiane, invece, tendono a restringersi e vivere da soli diventa una forma sempre più comune anche tra gli anziani. Infatti, i dati ci mostrano come ad oggi è il 29,5% degli anziani a vivere da soli, cioè in famiglie unipersonali, percentuale che sale al 37% tra coloro che hanno almeno 75 anni e al 49,9% tra coloro che hanno almeno 85 anni, vale a dire un anziano su due nelle classi di età più avanzate e vive da solo e pertanto non può neanche beneficiarie del fare dei propri conviventi. Una situazione, inoltre, che è destinata ad accentuarsi ulteriormente, poiché le proiezioni demografiche mostrano come, nel 2050, perciò tra meno di 25 anni da oggi gli anziani supereranno i 18,9 milioni, rappresentando il 34,6% del totale. In altre parole,
Tra meno di 25 anni, più di un italiano su tre sarà anziano, il Censis appunto.
Proprio 25 anni fa avviò una stagione di ricerche sui longevi, allettando con grande anticipo sulle sfide della demografia regressiva, un insieme di rapporti, inoltre, che fu capace nel fotografare le trasformazioni in atto, del modo di vivere la vita dei longevi, evidenziando proprio come la materialità dell’esperienza quotidiana dei longevi fosse molto distante da quella rappresentazione più tradizionale della terza età che relegava l’età anziana a una fase finale della vita caratterizzata da marginalità e perdita di ruolo.
Di ricerche di allora, invece, dimostrarono una realtà ben diversa, ovvero una terza età caratterizzata dalla partecipazione sociale, dalla cura di sé della propria persona e, soprattutto, dalla volontà di continuare a progettare la propria vita.
E la ricerca attuale che presentiamo oggi certifica la bontà del Censis i 25 anni fa, poiché risultano maggioritarie, le quote dei Longevity ti prendono cura di sé e del proprio benessere e che giocano un ruolo attivo nella società.
Ma la novità che emerge dal presente rapporto è proprio la rilevanza sociale e culturale di un’area vasta in crescita di anziani, alle prese con fragilità percepite indotte dal implacabile corrosione che la vecchiaia provoca su salute fisica e mentale. Nello specifico, infatti, confrontando dati del Censis di vent’anni fa emerge come le persone comunque autosufficienti ad avere bisogno nella vita quotidiana di un supporto sono passati dal 18,3% nel 2006 al 36,3% nel 2026 in particolare, è raddoppiata proprio la percentuale di coloro che hanno bisogno di supporto nel quotidiano di tanto in tanto, passando dal 14,9% al 31,7%, mentre la percentuale di coloro che hanno bisogno di supporto abbastanza spesso è passata dal 4% al 5% e dunque, come si gli anziani di oggi, rispetto alle generazioni precedenti, avessero sviluppato una maggior consapevolezza dei limiti che accompagna l’età longeva. Non è tanto un passo indietro rispetto alla longevità felice e attiva, ma è proprio la presa d’atto che gli effetti del tempo sono irreversibile e che la Buona longevità non consiste nel negarli, bensì nell’accettarli e imparare a convivere con i rischi.
Infatti è quasi il 90% di enologia e dichiarare che, per quanto ci si possa prendere cura del proprio aspetto, il declino fisico non si può fermare e quasi l’80% riconosce che alcuni cambiamenti legati al trascorrere del tempo sono irreversibili. Sono dati che mostrano un atteggiamento consapevole, pragmatico, dei longevi contemporaneo, giri che comunque continuano a prendersi cura del proprio benessere, ma senza illudersi di poter fermare gli effetti dell’invecchiamento, al contrario, imparano a riconoscerli e a convivere con esiti. Una consapevolezza, dunque, che non si traduce in rinuncia, significa piuttosto adattarsi a una nuova fase della vita, continuando a guardare al presente con un atteggiamento positivo. Infatti, come vediamo e per il 79,8% dei Longevity accettare la vecchiaia come una condizione permanente ha aiutato a dare più valore al presenti e colorati e si inizia a delineare il profilo dei longevi contemporanei. Persone attive
Protagoniste, ma più consapevoli delle proprie fragilità, ma quando si entra nella condizione anziana, secondo Iron Zevi, esiste in realtà un’articolazione di opinioni relativamente all’età d’accesso dell’età anziana, infatti i dati ci indicano come sia il 6% a indicare i 65 anni, il 17, i 70 anni, il 24%, i 75 anni, il 29%, gli ottant’anni e il 14% gli 85 anni qualora che l’età che formalmente viene ancora considerata come l’età d’accesso al all’anzianità, ovvero i 65 anni, è riconosciuta come tale da una quota molto
Nettamente minoritaria di longevità, mentre relativamente agli eventi che fanno entrare nell’età anziana i dati ci mostrano come per la maggioranza dei longevi, pari al 69%, ingresso nell’età anziana, corrisponde proprio alla perdita dell’autosufficienza, mentre molto più distanti sono tutti gli altri eventi di vita come ad esempio appunto la perdita di amici Gaetani indicato dal 25% il pensionamento indicato all’8 dall’8% dunque,
Più che una questione di età, la vecchiaia viene associata proprio alla perdita della propria autonomia e se, come abbiamo visto, la perdita dell’autosufficienza rappresenta, nell’immaginario collettivo, il vero ingresso nell’anzianità.
Non sorprende allora che la paura più grande e più sentita, non J.B. Sia proprio quella di diventare non autosufficiente, infatti all’83% dei longevi ha dichiarato di temere in futuro di dover dipendere da qualcuno e nettamente minoritaria, invece la quota di longevità e dichiara di aver paura della morte pari al 33,5% sono dati importanti poiché evidenziano come per gli anziani di oggi il valore della longevità non sta tanto nel vivere più a lungo vivere per sempre ma vivere bene mantenendo il proprio benessere la propria autonomia.
Non a caso è soltanto il 16,5% denuncia, eviti e dichiara che vorrebbe vivere a 120 anni. Dunque il valore del tempo per gli anziani non dipende appunto dalla sua quantità, ma dal suo contenuto. Non conta cioè vivere più a lungo, quanto più che altro, vivere bene e per vivere bene e dare valore al tempo in longevi attribuiscono un’importanza fondamentale alla dimensione relazionale. Infatti, oltre il 90% ritiene che la partecipazione sociale e le relazioni abbiano un impatto diretto sullo stato di salute e l’82% dichiara di poter coltivare la propria vita affettiva. Allora, alla luce di quanto emerso sinora, soprattutto in relazione all’Ara delle fragilità percepite e di conseguenza anche all’aumentare della richiesta di assistenza Biden, diventa cruciale osservare proprio quelli stia alle reti di supporto di longevi contemporanee e l’indagine mostra proprio come il principale punto di riferimento continui ad essere proprio la famiglia
In particolare il 52,7% degli anziani, a contare sui figli in caso di bisogno, il 49,6% sui coniugi e sui conviventi, mentre risulta molto più contenute le quote che fanno riferimento ad amici o conviventi, oppure è solo l’1,9% fa riferimento agli assistenti domiciliari o i infermieri ecco allora Kirti delinea un evidente paradosso perché proprio mentre aumenta la quota di anziani e si amplia anche l’area delle fragilità percepite e aumenta anche il numero degli anziani che abitano da soli,
Il principale pilastro del care, vale a dire appunto alla famiglia, invece, è destinata a regredire, a restringersi del tempo per via delle dinamiche demografiche, parallelamente, inoltre, l’espansione del welfare formale incontra vincoli sempre più stringenti, tanto da poter parlare dell’era del post welfare dunque è proprio nell’incrocio tra crescita dei fabbisogni di assistenziali la contrazione del welfare familiare e la progressiva difficoltà d’espansione del welfare formare chi si colloca invece proprio una delle principali sfide del nostro futuro.
Dunque, in conclusione, la presente ricerca evidenzia come la longevità contemporanea comporta una maggior consapevolezza delle fragilità e dei limiti dell’età anziana, superando dunque l’idea di una vecchiaia definita esclusivamente dall’autonomia individuale, la qualità della vita degli anziani dipende dall’intreccio tra risorse personali e relazionali e sostegni esterni poiché in fondo nessuno può vivere da solo e infine l’invecchiamento demografico rende urgente adattare il paese ai bisogni di longevità, rapportando dunque le reti di supporto, il welfare, l’assistenza per rispondere a una domanda destinata per forza di cose a crescere nel tempo. Grazie dell’attenzione
Grazie dottoressa.
Dovremmo avere un collegamento alla professoressa Fornero.
E sono, eccola.
Buongiorno, buongiorno come status resa bene, grazie e devo dire che non sono a Torino, bensì a Venezia, alla Fondazione Cini, in una delle delle Camere della Fondazione che mi è stata prestata per questo incontro fa caldo anche qui a beh mi ero messa vicino alla finestra perché il panorama è ovviamente stupendo, ma la luce del sole non permette che voi lo vediate. Devo anche dire che il motivo di questo mio essere a Venezia è un convegno, ce ne sono tanti ovunque, ma la cosa curiosa è che questo convegno è un convegno internazionale e quindi il titolo è in inglese.
Sì, è sul Longevity e il fatto che si invecchia in modo diseguale, in modo appunto che distingue tra condizioni sociali, condizioni di reddito, condizioni di educazione e così via, quindi sono questa sera con voi, ma poi ha.
Domani e sabato mattina sentiremo insieme e discuteremo questi lavori dei ricercatori, quindi grazie per l’invito e grazie per questo contributo che avete dato, mi complimento con la ricercatrice, ma mi complimento col Censis perché, come sempre, il Censis mi sembra centri l’obiettivo.
Mi sono domandata che cosa dire perché la vostra è una ricerca su ciò che gli anziani o ne faccio parte.
Pensano del loro essere anziani della loro vita come anziani, devo dire che e quindi è una ricerca più di tipo microeconomico, sicuramente sanitario, di di welfare, forse quello che dal punto di vista di questa prospettiva mi sembra che avrebbe potuto essere ha anche approfondito sono le relazioni interpersonali per esempio io sono una anziana con cinque nipoti e devo dire che nella mia vita ai cinque nipoti hanno un rilievo grandissimo poter parlare con loro discutere.
Anche lavorare insieme, per esempio, fare l’orto con il più piccolo e una delle cose belle dell’età anziana, detto questo però non so intanto se lei mi dava la parola subito o se voleva dire altro no, sì, le davo la parola, volevo fargli un saluto e volevo ascoltare un pochino la sua esperienza lei ha ragionato tanto e studiato tanto il tema della longevità,
Ma ha lavorato anche per sottolineare come il nostro paese doveva prepararsi a quello che stava arrivando, l’abbiamo in qualche modo intuito, tutti i pochi si sono messi al lavoro per provare ad arginare gli effetti di questo invecchiamento, e quindi la la mia domanda è, ascoltiamola la sua riflessione è proprio questa, cioè,
Quanto il Paese si sta come dire, non tanto preparando, ma sta provando ad affrontare questa lunga onda di invecchiamento che ci sta arrivando addosso e ci arriva addosso da da lungo tempo, ricordando anche quello che sottolineava lei, cioè che alla fine la ricchezza per i giovani e per gli anziani sta nelle relazioni e quindi i suoi nipoti saranno felicissimi anche di avere voi come nonni la relazione al centro anche della nostra riflessione.
E quello che emerge è che la ricchezza per gli anziani italiani di oggi è una relazione con circuiti stretti, cioè i genitori, i vicini, i figli e, in alcuni casi, i nipoti, pronti a supportare, magari, ad aiutare, ad aprire un messaggio WhatsApp ma che in realtà poi il sistema Paese,
Tutto sommato non non riesce a garantire quelle relazioni strutturate che invece sarebbe necessario garantire a lei la ascoltiamo con grande piacere la sua riflessione, grazie, spero di non deludere debbo dire che io, leggendo il rapporto.
Diciamo, mi sono soffermata su un aspetto che peraltro non vi compare o almeno non è analizzato, e che riguarda proprio quanto il paese è preparato ad affrontare questo tema, diciamo le subito i dati crudi dal punto di vista macroeconomico dal punto di vista economico i dati crudi sono quelli che per esempio l’Ocse ricorda ma in tanti lo fanno che nei prossimi 30 35 anni l’Italia perderà circa un terzo delle persone in età di lavoro.
Questa è la cosa fondamentale.
E siccome il Pil viene da due elementi, il Pil va bene, non è tutto, lo sappiamo tutti, è un indicatore molto imperfetto dello stato di benessere di un Paese, ma insomma la crescita del Pil, magari accompagnato da una buona sua distribuzione credo che possa essere considerato ancora un indicatore del benessere collettivo allo happy viene fuori da
L’occupazione e da quanto ciascuna ora di lavoro, ciascun lavoratore produce, se noi avremo una tale diminuzione della forza di lavoro, anche scontando un aumento considerevole delle persone che oggi sono al di fuori della forza di lavoro, pur essendo in età di lavoro, e parlo di molti giovani per esempio quelli che,
Non lavorano e non studiano i cosiddetti neet, oppure le donne, che in molti casi sono tenute al di fuori del circuito lavorativo, anche perché il nostro è un paese che non dà sufficiente lasciatemelo dire così valore sociale al tema dell’indipendenza femminile della indipendenza economica delle donne è un tema che invece dovrebbe essere centrale nella nostra società, nella quale l’indipendenza economica cioè non di dover dipendere da qualcun altro che può essere un padre e un compagno, un marito, un fratello, anche,
Dipende essenzialmente dal lavoro, allora se c’è questa diminuzione, l’OCSE dice se non si fanno delle politiche di contrasto incisive, il Paese è condannato al declino, declino misurato nel senso di una riduzione del Pil pro capite più o meno pronunciata, vedremo che cosa fa l’intelligenza artificiale rispetto a questo grande tema se riesce,
A mantenere più o meno stabile l’occupazione, aumentando fortemente la produttività del lavoro, oppure se sostituisce semplicemente il lavoro nostro, la nostra intelligenza umana, la nostra energia umana con quella invece artificiale, ma al di là di quello, ecco questa osservazione mi ha fatto venire in mente.
Che la risposta al suo interrogativo il paese si è preparato e io dovrei dire molto parzialmente e c’è anche una responsabilità degli economisti e la spiego perché gli economisti, come molti altri, si sono concentrati nell’affrontare il tema dell’invecchiamento, sostanzialmente sull’aspetto pensionistico,
C’era un chiaro evidente indicatore di non sostenibilità del sistema previdenziale, così com’è congegnato pubblico, sto parlando e quello pubblico non poteva reggere, quindi bisognava riformarlo, lo chiedevano tutte le istituzioni internazionali.
Concordavano gli studiosi con questo invecchiamento, quel sistema non tiene, è come essere tutti, perché il sistema previdenziale riguarda tutti, dai più piccoli, a quelli più anziani, perché tutti sono insieme in questa casa comune che è, come dire, gestita dall’Inps e,
Che però presentava tantissime crepe, se le crepe si sono profonde, non basta a dare una mano di vernice sopra, bisogna affrontare le riforme, ciò che il Paese ha fatto, ma questa risposta.
E io vi ho anche contribuito, questa risposta è adeguata e qui io direi di no.
Perché non è adeguata, perché gli anziani sono, diciamo così, una generazione?
Insieme ad altre. È quello che noi abbiamo perso forse di vista, concentrandoci sul tema delle pensioni e della del cambiamento del sistema previdenziale. È proprio di guardare alle altre generazioni, a quelle più giovani, in particolare guardare se vogliamo a tutto il percorso di vita delle persone. Noi ci siamo concentrati sull’ultima fase e in certi casi qualcuno ha anche sostenuto che in effetti il desiderio più grande degli italiani è quello di andare in pensione. Io dubito fortemente che sia così, perché poi la pensione vuol anche dire, come dire, non solo abbandonare una fatica, ma abbandonare un senso, di lasciare un senso di responsabilità, anche un senso di contributo che si dà al Paese e al benessere collettivo. Quindi io non ho mai creduto che certo ci sono lavori faticosi e per i quali le persone effettivamente, se possono andare via prima, sono molto più contente che non lasciare dopo, ma questo è solo una parte. La vita delle persone comincia dalla nascita e si sviluppa con il percorso di formazione ed istruzione continua con il lavoro e poi finisce. Diciamo che ci sono queste fasi che sono prima la dal punto di vista economico, la dipendenza. Quando siamo piccoli dipendiamo se ce l’abbiamo e siamo fortunati da una famiglia che si può prendere cura di noi se la famiglia non c’è o non è purtroppo adeguata a prendersi cura di noi deve intervenire lo Stato. Questo è un principio fondamentale, ma in ogni caso i bambini. Bisogna prepararli a vivere adeguatamente, a contribuire all’economia, ma anche a contribuire alla società
E all’inserimento nella società in modo il più possibile positivo e si preparano anche però al lavoro, cioè la scuola e il lavoro, la formazione e il lavoro non sono due aspetti agli antipodi, un tempo c’era forse anche, diciamolo francamente nelle stesse scuole un po’di ideologia contraria ad affrontare il tema del lavoro e della preparazione al mondo del lavoro.
Per per ragioni appunto ideologiche, cioè il lavoro è una brutta cosa e te ne dovrai occupare già in futuro e quindi adesso è bene che tu ne invece che occupi di cultura di conoscenza e che capisci le origini del tuo paese e così via, però questa contrapposizione non c’è e il modo in cui una persona si prepara alla vita di lavoro, che è la vita dell’indipendenza economica, è la fase dell’indipendenza economica, dipende fortemente fortemente proprio da ciò che si impara nella scuola, da quello che si impara dalla famiglia. Quindi dipende fortemente da questa fase iniziale, che può essere lunga 2025. Adesso si studia anche di più della vita, non sono separate. Queste fasi vanno viste insieme
Vivere un processo cumulativo come ci fosse una capitalizzazione, che facciamo tutti di conoscenze, di competenze, di esperienze, di sentimenti e così via, ecco se noi prepariamo bene queste due cose, il pensionamento e risvolto di ciò che facciamo per prepararci al lavoro e per prepararci all’età anziana.
Cioè risparmio il risparmio che facciamo come privati, volontariamente, ma risparmio che facciamo anche obbligatoriamente partecipando al sistema pensionistico pubblico, e allora la mia diciamo così l’idea è che concentrarsi sulle pensioni
E sia soltanto una risposta molto parziale, perché quello in cui la nostra società deve impegnarsi e guardare a tutto il percorso di vita delle persone e quindi ai rapporti, perché se io guardo tutto il percorso di vita vedo che ci sono gli anziani,
E il non li vedo giovani, perché quello per loro è passato, ma vedo che ci sono dei giovani, vedo che ci sono dei bambini, vedo che ci sono delle persone in età matura e posso capire le rispettive posizioni, anche i trasferimenti che avvengono dall’1 all’altro se invece segmento e mi occupo della pensione ignorando quello che capita prima la risposta, come dico, è molto molto parziali e perché dico questo allora e perché dico che questo è ciò che noi dovremmo veramente fare anche nel futuro? Lo dico perché è esattamente la nella preparazione al lavoro e nel lavoro, nelle sue forme più diverse,
Che vengono le risorse intese in senso largo, non necessariamente finanziarie, per far star bene gli anziani faccio un esempio molto, molto chiaro, tutti abbiamo esperienza tra i nostri amici di persone, i cui figli, i cui nipoti ormai vanno fuori dal Paese.
E non vanno per semplicemente per stare due mesi e fare un’esperienza di di scuola all’estero, no, no, vanno per starci vanno perché dicono noi non abbiamo qui opportunità.
E questa è una grande, grandissima lacuna, questa è mancanza di preparazione.
Toni perché, creando spazio per i giovani che noi possiamo affrontare il problema dell’età anziana, però attenzione e quando io dico creando spazio, non voglio dire, come spesso si sente dire in diversi ambiti, che bisogna per l’appunto mandare in pensione età giovani, perché così si lascia che i giovani post, altri giovani più giovani possano entrare, oppure le donne che son sempre considerate come dire un po’che che rubano il lavoro agli altri non è affatto così. Il mondo del lavoro deve essere fatto costruito per includere, per includere i giovani, per includere le donne, per includere anche i lavoratori non più giovani, che sono in condizioni fisiche e psichiche per lavorare per contribuire al Paese. Quindi noi dobbiamo Consip, come facciamo a dire che noi stiamo preparandoci per una popolazione in grande misura anziana, quando lasciamo che i nostri giovani vadano all’estero in questa misura? L’ultima stima che ho visto e che negli ultimi 10 anni sono usciti 670.000 giovani in larga misura con un buon grado di istruzione che quindi, senza voler offendere nessuno, sono quelli teoricamente più produttivi e come facciamo a dire che ci stiamo preparando per l’età anziana quando abbiamo ancora oggi, dopo un percorso per fortuna di diminuzione dei numeri, che erano veramente sconvolgenti, fino a 2000000 e mezzo
Di giovani entro il 29 anni che non studiano e non lavorano. Che cos’è questo io non voglio dire spreco di risorse, perché è brutta e una brutta espressione, ma che cosa vuol dire una società che isola o consente che un numero così rilevante di giovani si isoli non partecipi alla costruzione della della comunità della vita di comunità non è un prepararsi abbiamo ancora l’idea che basti una legge sul sull’età di pensionamento,
O che basti una legge che cambia la formula per calcolare le pensioni o l’indicizzazione delle pensioni per mettere a posto il sistema pensionistico. Assolutamente no, quindi, ciò che il Paese deve fare per sistemare il sistema pensionistico in una società che invecchia è investire sui giovani, investire sui giovani, cercando magari di aumentare il tasso di fecondità e quindi creando le basi perché le famiglie, perché le donne vogliano anche avere figli, perché se oggi ci si sente così insicuri nel decidere di avere un figlio dei, in qualche misura la società ha qualche responsabilità, ce l’ha e allora è questo che dobbiamo fare. Sembra anche qui brutto usare in un tema che è così rilevante per la nostra, per il nostro umanesimo sembra brutto soltanto usare termini economici, come investire nelle conoscenze, nelle competenze, investire nei giovani, investire nelle donne, però è esattamente quello che dobbiamo fare. Allora vuol dire che
Noi dobbiamo smettere certi abiti mentali.
Intanto di considerare che l’età anziana sia una questione di pensionamento, età e di altezza della pensione, cioè di importo della pensione con periodicamente politici che dicono va bene, dobbiamo aumentare l’importo della pensione senza domandarsi da dove vengono le risorse, perché questo possa essere possibile. Sappiamo benissimo che questo viene molto bene fuori dalla vostra ricerca che Le Pen e i pensionati hanno bisogno, gli anziani hanno bisogno di cure, c’è fragilità, c’è fragilità, avete ragione, ma c’è molta molta fragilità nei giovani e questa è una fragilità anche molto pericolosa per la società, e quindi noi dobbiamo pensare agli anziani come a una componente importante di vita piena nella collettività, con bisogni diversi da quelli dei giovani, magari meno stadi ma più i luoghi di incontro anche tra anziani. Debbo dire, sotto questo profilo, che
Gli anziani sono grandi frequentatori di Festival Festival che oggi sapete che l’Italia è il Paese dei festival, ci sono festival di tutti i tipi, sono occasioni di incontro di discussione, anche importante, di di cittadinanza e gli anziani sono grandi frequentatori, quindi questo diciamo così esigenza è stata catturata però quello che occorre fare.
È spostare la prospettiva, o meglio allargarla, nessuno esclude nessun altro, ma la prospettiva allargata è quella di un Paese che ha bisogno di solidi importanti investimenti sui giovani, sulle giovani generazioni, a cominciare dai primissimi anni di vita, ed è un peccato che si debba dire questo al momento in cui si chiude il PNRR come a dire che forse anche in questa occasione noi abbiamo un po’sbagliato obiettivo, vi ringrazio e ascolto chi viene dopo di me? Non posso promettere però di potermi fermare fino in fondo. Grazie, grazie.
Grazie grazie professoressa nel tempo che ci ha dedicato di quello che ci dedicherà ancora, avremo modo di tornare a lavorare grazie soprattutto per il suo incitamento a investire sui giovani per affrontare un Paese di vecchi, poi, alla fine è l’unica vera soluzione io chiamo adesso a sedere accanto a me il monsignor Vincenzo Paglia, il professor Rosina, la professoressa Notari che abbiamo lasciato nelle loro sedi e in modo che potessero anche,
Guardare le slide e ascoltare la professoressa Fornero.
Il professore sanitario inizi
Mi rimangio la parola professoressa, Gentile signora, la fiducia buonasera, grazie grazie del tempo, grazie della sua attenzione del fatto di essere venuto apposta a Roma per questa occasione, per il Censis sempre importante costruire anche, diciamo un confronto, lei ha una lunga esperienza di sguardo verso le persone,
Longeve anziane vecchie, chiamiamola anche col loro nome.
Qual è il suo punto di vista e che cosa ha percepito nel leggere la ricerca, che in qualche modo mettiamo sul tavolo per poter avviare una riflessione ulteriore su questi argomenti, allora due cose innanzitutto intanto ringrazio la professoressa Fornero per aver chiarito questo equivoco che continuiamo a portarci dietro quando si parla di longevità pensiamo di parlare di anziani, invece parlare di longevità vuol dire parlare di una prospettiva di vita che ormai sfiora i 100 anni e probabilmente,
I nostri nipoti non faranno fatica a raggiungerli e che va preparata a partire, se è possibile da subito, perché la leva del tempo e il lavoro con i consulenti finanziari molto spesso la leva del tempo loro mi insegnano, ti permette, con piccoli sforzi di crearti maggior sicurezza per il futuro quella sicurezza che se dovessi crearla io la metà ci vorrebbero un sacco di risorse e probabilmente non ce la farei, quindi accolgo il suo invito a parlare di longevità, contemplando tutta la società,
Leggendo il vostro rapporto mi sono chiesta e non ho una risposta definitiva, perché c’è questa maggiore consapevolezza delle fragilità all’inizio pensavo che fosse una questione di Campione, non ne abbiam parlato col campione riflettesse l’aumento dei grandi anziani che c’è nella nostra società rispetto a vent’anni fa ma non è questo medita il punto quindi mi domando se,
La generazione dei boomers, che entra a nel campione ah ah, ah ah a pieno titolo e che ha un’indole a un atteggiamento verso la vita, verso le fragilità molto diversa da quella della generazione che li ha preceduti, io ho due genitori di 90 anni probabilmente erano così.
Distratti dal fatto di arrivare a vite così lunghe, che non si sono chiesti più di tanto se la affrontassero in un modo corretto, con troppe fragilità, perché semplicemente era inedita, che non c’erano modelli davanti a cui rifarsi.
Noi che abbiamo probabilmente discusso di più di questo tema abbiamo delle ambizioni di longevità attiva che è stato il timone del passato, non si è parlato di longevità attiva, forza appunto da nausea, aree in longeve attivi, però ha creato un aspettative adesso, quando ci rendiamo conto che mentalmente siamo propensi a vivere bene il più possibile io vorrei non andare in pensione nel senso che si vorrebbe alle impressionava vorrei continuare a lavorare,
A questo punto affrontiamo di petto il fatto che il nostro corpo non ci viene dietro, c’era, il nostro corpo esiste, se sia ho capito, va bene, la è sempre fatta, però adesso è 10 anni in più, adesso è vent’anni in più rallenta io lo sento che il mio corpo me lo dice ogni tanto riesco a scendere a patti ignorandolo altre volte lui che vince allora mi devo fermare.
Quindi può darsi che sia questo può darsi e questo mi preoccupa un po’di più che ci siano più fragilità, nel senso che
Non dimentichiamo che abbiamo parlato di società e di epoca apposto welfare, non a caso, cioè il welfare con il quale sono invecchiati, invecchiati i miei genitori e il welfare con il quale il vecchio ero io.
Sono due storie diverse e questo chiama in causa una responsabilità individuale che noi non siamo abituati ad avere, perché abbiamo sempre demandato a un welfare papà estremamente generoso e soprattutto con la grandissima caratteristica che molti ci invidiano di universalità. Quindi chiunque bus e una parte del pronto soccorso viene presa in carico che sia ricco o povero bianco, nero, italiano o no ha assicurato, non non importa, però abbiamo perso la tempestività Hackett ha permesso loro di arrivare in buone condizioni ad età avanzata e adesso le fragilità ci sono. È inevitabile. A 90 anni però ci sono arrivati ben ahimè, domando se io ci arriverò altrettanto bene, nonostante metà anni per conciliare lavoro, età, palestra e tutto quello che devo fare
Quindi, se ci sono più fragilità, mi preoccupo perché.
Credo che bisogna cominciare a guardare dietro ai numeri medi, io ho molta paura delle medie perché tendono a nascondere.
Disparità le ha, ha fatto un accenno alle disparità, la professoressa Fornero prima e io mi sono letta con angustia appena uscito è stato pubblicato su Nature a gennaio di quest’anno un rapporto, una ricerca che ha un titolo lunghissimo in inglese che potential lancia Langes for Sustainable a progress NC Human Longevity,
E ha preso in esame l’Europa occidentale.
Andando a vedere perché si parla di un rallentamento della crescita dell’longevità, cioè continuiamo a ac continua a crescere longevità, ma in modo meno almeno al galoppo di quanto aveva fatto negli anni 90 che vuoi guadagnavate tre mesi e mezzo all’anno gli uomini e i due mesi e mezzo l’anno. Noi donne era una roba inconcepibile e questo rallentamento è dato dal fatto che ci sono zone all’interno dei grandi Paesi europei. Parliamo di Francia, parliamo di Germania, dove ha rallentato pesantemente la crescita di longevità, alcune zone se persino fermata, e soprattutto nelle fasce d’età. 55 e 75, allora mi domando se queste fragilità sono solo percepite, su cioè se siamo sono diventati consapevoli o se cominciamo a fare un confronto fra i nostri genitori a noi e capire che ci sono più fragilità e ci son più fragilità, più la e le dinamiche socioeconomiche lavorative
E anche di stili di vita si perdono per strada a gruppi di popolazione e pensate che negli Stati Uniti ci sono 27 anni di differenza di longevità a New York, tra quartiere bianco, ricco e quartier, nero, povero a Boston a Washington, 30 anni di differenza da Pete quanto ossia la nostra longevità per non parlare del come ci arriviamo sensibilissima a questioni socioeconomiche e a stili di vita, la si parla addirittura di food desert, cioè di zone in cui, neanche volendo, puoi mangiarono in modo equilibrato e ragionevole. C’è più kebab che che natura, se, se posso fare degli esempi,
Banale a cui siamo abituati, quindi ecco la domanda grossa è questa e aggiungo.
Non voglio essere pessimista, però io studio queste cose da tanto tempo e un po’di pessimismo mi è venuto, aggiungo anche che mi preoccupa il fatto che ritorno su le parole della professor professoressa Fornero questo profondo crollo della forza lavoro italiana che porterà a un meno 18% di Pil così dice Banca di,
Agli di cui facciamo finta, di non accorgerci, ma è trae tra meno di 25 anni e quindi, come faremo a essere un Paese produttivo in un mondo capitalistico a cui apparteniamo?
Questa questa profonda diminuzione, forza lavoro, l’Istat la guarda con un occhio.
Ottimista, no, io che sono un po’un topo di biblioteca, mi facevo i rapporti calcoli dice o no, ma qui non tornano i conti, avremo ancora meno lavoratori del previsto, poi ha scoperto che l’Istat ha una posizione ottimistica perché conta su una maggiore partecipazione degli italiani al lavoro abbiamo appena parlato ma conta su un 10% di donne in più al lavoro.
Al lavoro pagato a intendo e io non vedo politiche attive che possano consentire o far pensare che tra meno di 25 anni avremmo un 10% di donne in più al lavoro che vuol dire la media attuale dell’Europa. Noi siamo ferma al 56% se queste fragilità ci sono e se, come detto da tutti gli esperti, avremmo molti più anziani non autosufficienti, perché continuiamo a crescere, ma quella for c’è, continua a crescere l’aspettativa di vita, quella forbice tra l’aspettativa di vita è l’aspettativa di vita in buone condizioni. Si riapre perché
E l’ultimo rapporto Istat sul 2000, sui dati 2024, ci ha detto che ha raggiunto allora il massimo di longevità, ma siamo scese ai minimi degli ultimi decenni nella longevità, in buona condizione in buona salute.
Allora, se così è, come fa ad esserci un 10% e donne in più che lavorano?
Ho come la sensazione che continueremo a contare in asse in diminuzione del welfare pubblico e in un assottigliamento profonda del welfare familiare, che è di nuovo demografico, continueremo a contare su un esercito di donne che si divide in 100, non ne faccio un discorso femminista, ne faccio un discorso oggettivo perché poi, quando due anni fa a un giornale bolognese titolava a nuova povertà a Bologna donne over 75 e vendono la nuda pover sottoporre al PalaNorda proprietà per pagarsi la badante, quello era ceto medio prima,
Petto allora non ho come l’impressione che non stiamo guardando all’insieme.
E forse ha proprio ragione, Elsa, Fornero all’insieme di questa società che ha bisogno di più ai lavoratori, ha bisogno di avere più donne, occupate perché sono loro, non noi donne, non avremo sufficiente al reddito pensionistico, non abbiamo altrettanta ricchezza, quindi come facciamo se le donne vivono tre anni in più misurata a 65 anni ma data la differenza di età tra uomo e donna all’interno della coppia e le donne italiane rischiano di vivere sei sette anni da sole e sono quelli tra gli 80 e gli 87 non è uno scherzo, magari essendosi prima occupate di fragilità.
Di altri familiari che sono a loro carico, quindi credo che sarebbe ora di fermare un attimo questa giochino sulla longevità, perché un giochi in una bolla e mi spaventa, e ad sia ora di andare invece nel profondo della situazione italiana, guardando al complesso della società.
Come ha sempre fatto, per esempio, il professor Rosina, che mi ha insegnato tante cose.
Però sul serio, non per fare convegni, forse dovremmo proprio metterci intorno a un tavolo e pretendere di uscire da quella sala con delle soluzioni che ci sono, non è impossibile, ci sono,
Grazie, dottor Elfo.
Monsignor Paglia.
A lei la riflessione e lei sa che il Censis ci conosce da tantissimi anni un istituto fatto di inguaribili ottimisti, quindi guardiamo sempre anche le cose un po’più cupe, le guardiamo con ottimismo anche Michele, Tornatore, regge e fondatore regge 94 anni è in ufficio a lavorare detto andate voi che io ho da fare o Vincentis fa bene il Censis fa bene però alla fine,
Vediamo questo Paese in fragili Hirsi, invecchiati in qualche modo essere consapevole che le difficoltà che abbiamo davanti sono sono tante e non abbiamo approntato alcuna delle sue qua qualcuna delle soluzioni necessarie.
Io ho letto con molto interesse la ricerca, perché dovremmo dire finalmente sia.
Aggiungono riflessioni su un tema che per me è particolarmente importante io faccio parte di questa prima generazione di anziani di massa non era mai accaduto prima, gli anziani sono sempre stati Cicerone, scrisse un bellissimo libretto sulla vecchia, ma a milioni non c’erano mai stati.
E non ce ne siamo resi conto.
Nel 68 Guardiola facevo parte di quella generazione.
Noi cantavamo ai nostri genitori.
Ma da Villa fateci largo, arriviamo noi e con noi siamo arrivati senza fare il clamore di allora e non ci siamo resi conto dell’enorme popolo che siamo.
14 milioni e Italia, anzi, qualcuno dice 15, poi ditta.
Su questo popolo non c’è pensiero.
Né economico, né politico, né sanitario, né culturale e neppure spirituale, parto dall’ultimo.
In tutte le diocesi italiane c’è un prete per i giovani in nessuna.
Un prete per gli anziani, siamo di più, frequentiamo di più, ne diamo di più partecipate più se uno vuol dire una Chiesa che non funziona, non è chissà di vecchi.
La sanità, voi sapete che le medicine sì.
Restano su in genere uomini poche donne dai 20 ai 40 anni chi prende più medicine siamo noi vecchi, quelle 10 pillole al giorno che prendiamo, ognuna delle quali ha le sue controindicazioni, nessuno sa che cosa combinano nel nostro corpo, nel mio che è di 81enne non di quarantenne ecco quello che io vorrei sottolineare questa sera è l’assenza di pensiero,
Cioè è un’età sulla quale non ci sono riflessioni adeguate.
Perché è la prima volta che accade.
E ed è bene prenderne consapevolezza, attenzione a non giudicare.
Come dire?
Il comune sentire e Clark è un problema che la vecchiaia è.
Neanche si può dire vecchio,
Post, ma non lo so, insomma, non si può dire io sono vecchio e me ne vanto e.
Ora.
Questo per sottolineare che, a mio avviso, questa emergenza che per ore hanno ancora, come dire, quando nelle carte geografiche del Medioevo terra incognita, week sunt leones, chi sono questi 14 milioni di vecchie?
Ma che fanno?
Se noi immaginiamo cosa ci siamo inventati.
Alla fine 800, fino al 1970,
Per i primi 30 anni di vita, asilo, scuola materna elementare, ginnasio e liceo, università visualizzazione, eccetera.
Poi ci sono 30 40 le di lavoro benissimo, poi ce ne sono altri 30 40 per fare che
Ora, amici e amiche, quarant’anni ai giardinetti è un problema.
E cruciverba uguale, ecco qui, secondo me il punto è la preziosità di una ricerca come questa.
In questo noi dovremmo appunto sviluppare una creatività.
Una creatività che per ora fa fatica ad emergere, ecco perché io credo che in tutti gli ambiti della vita, come dire associata, è decisivo promuovere una nuova riflessione.
Una nuova cultura, certo, una nuova, come dire capacità di rendere quest’ultima parte della vecchiaia, che io non dividerei più tra come dire autosufficienti e non autosufficienti, perché ha una divisione vecchia, semmai diciamo che noi vecchi il comune denominatore può essere la fragilità,
Siamo un po’più fragili attenzione, non orecchie i bambini, non sopracciliare.
Non è che gli adolescenti e non lo siano.
Anzi, mi chiedo perché tra i giovani ci sono più suicidi.
Che nell’età anziana e questo Jeb fa riflettere su una cultura che pensa che il culmine dell’umano sia la giovinezza.
È un problema serio, anche culturale, ecco perché io credo che sia importante porre attenzione il Covid ci ha svelato drammaticamente questa contraddizione, e cioè che per un verso, la scienza, lo sviluppo dell’igiene ci aiuta a vivere 2030 anni in più, forse anche 40 peraltro verso la società non ci sa mantenere.
Chi sono morti?
Gli anziani,
Perché perché eravamo scartati prima, noi il conscia elettroniche avanti li ha spazzati a migliaia.
O nella Rsa o nelle case in solitudine.
Questo è il frutto di una società che ha un tasso di crudeltà non indifferente, oggi la soluzione più normale e sta crescendo.
E istituzionalizzare gli anziani.
Crescono a non finire le case.
Sia quelle come dire che rispondono a una struttura, come dire, regolata viale cosiddette case per anziani che sono private.
Un grande appartamento, ci metto, sei vecchi, una persona neppure qualificata, prendono la loro pensione.
Ecco questa prospettiva, che ha un tasso di crudeltà notevole e di una ignoranza crassa, noi abbiamo abolito gli orfanatrofi.
Abbiamo abolito i manicomi e adesso facciamo crescere le case di riposo.
Qualcosa non funziona, ecco perché è urgente un cambio di mentalità.
Debbo dire che, grazie a Dio, l’Italia oggi ha una legge sulla vecchiaia straordinaria non potrà essere superbo, ma un po’lo sono ho l’orgoglio di averla proposta.
E ho anche la soddisfazione che è stata approvata dal governo italiano senza un voto contrario, intendiamoci.
Io ho chiamato tutti i partiti.
Tutti, anche quelli che stavano fuori prima del Governo e ho detto loro, siamo 14 milioni, votiamo tutti in genere, siamo fedeli, andiamo figlia, abbiamo nipoti, approvata all’unanimità.
Qual è il problema che nella Finanziaria Luciano mi sono lira, cioè un euro squadrate, e qui c’è questo, come dire questo squilibrio, questa fasatura tra la visione e la scelta della politica che è miope.
E che non riesce a guardare la realtà di questo nuovo popolo che in realtà è una risorsa e non solo un peso.
A guardarlo bene è un patrimonio enorme che deve essere impiegato per le nuove generazioni, ed io personalmente non ho mai dal vento, dagli anni dal 20 che sto lavorando su questo tema, io Santoro, ha una responsabilità anche morale che se oggi noi vecchi,
Ita
Se noi non inventiamo una vecchiaia dignitosa per i vostri figli e ai nostri nipoti, sarà una tragedia, potranno sparare una vecchiaia in istituto, soli abbandonati, scusi ecco perché oggi va inventata la vecchiaia dignitosa.
Ecco perché saluto con grande piacere questa è e può essere la legge, dà una visione nuova, non più quella dell’intervento sugli anziani problematici, ma quello di una società a partire dal governo, amministrazioni, terzo settore, volontà che si fa carico,
Di tutti i suoi anziani.
Intervenendo via via a seconda del ruolo necessita, questo è il nuovo paradigma che deve sconfiggere anche le vecchie logiche.
Come il discorso della pensione stessa, il pensionamento, non so se la professoressa Fornero ancora in linea il, il pensionamento ha un quid di crudele, perché quando si va in pensione, perché ci si deve andare il Papa che noi pensionati pensiamo che sia giusto.
Pensiamo che sia giusto.
Ci tiri fuori dal circuito vitale perché il pensionamento significa essere messi a parte e non può invece trent’anni di passione da spendere per le degenerazioni che salgono, e qui in questo, secondo me, è indispensabile un cambio culturale che dia ragione a tutte le stagioni della vita di essere responsabili dell’intera società.
E ognuno ha una fragilità da essere aiutata e sostenuta, e ha anche una sua responsabilità per accompagnare le altre generazioni, l’esempio dei nonni e dei nipoti, io l’ho, visto due anni fa facemmo un’udienza con papa Francesco per ora in 6.003 mila nonni e 3.000 nipoti senza genitori.
Su un’esplosione.
Un’esplosione di affettività, tra l’altro, facemmo un calcolo di quanto vale economicamente oggi il tempo quindi non le paghette, il resto il tempo che i nonni e le nonne passano nei nipoti, una finanziaria.
Senza contare quella complicità affettiva.
Che come dire che, salvo molti adolescenti?
Da una condizione di come dire di isolamento in famiglia ne affettive, ecco perché riflettere su questo e chiudo gli ha particolarmente importante, per parte mia, io esorto, imploro la politica e capisca questa prospettiva di responsabilità, anche perché a proposito del pensionamento e noi viviamo 20 e i trent’anni e più è facile che magari a novant’anni a 95 diventiamo non autosufficienti e la persona che abbiamo non serve più a nulla, bisogna inventare un nuovo modo di pensionamento o anche, ma è proprio così decisivo perché lo vuole ad esempio un pensionamento più fluido
Andranno adesso in pensione milioni di adulti.
Ne arriveranno altri giovani, i quali non hanno questi 30 anni di esperienza e li buttiamo.
Perché arrivano giustamente chi 30 anni si inizia al lavoro, ma perché non inventare una Mor mobilità come dire, ovviamente volontaria ecco per dire quanto questa età sia davvero da inventare, io davvero sono particolarmente lieto che con queste inchieste si solleciti.
Poi lo facciamo in Parlamento una presentazione.
Anche perché è, diventeranno vecchie pure loro e.
Pizza, grazie, signor Campagna.
Professor Rosina.
Ecco monsignor, grazie di essere qui con noi, è davvero grazie del tuo contributo, sempre prezioso, monsignor Paglia ha sottolineato tante cose, una di queste gli squilibri che si stanno creando, quelle fratture che nella società si creano e che sono rischiose che in qualche modo andrebbero ricompattate.
Dal tuo punto di vista, quali sono queste fratture, quale potrebbe essere eventualmente il modello di esercizio per provare a rimetterli insieme?
Ebbene, intanto buonasera, grazie per questa bella occasione di di confronto, a partire da dati e di riflessione sui temi importanti che riguardano il nostro Paese e le sue prospettive, io sono un po’incerto se spingere ulteriormente nel drammatizzate Heather terrifica, cioè terrorizzarli ulteriormente su questo tema o cercare di dare qualche elemento positivo allora provo a dare qualche macro coordinata che aiuta a capire anche da dove arriviamo e dove andiamo e poi appunto le le le fratture sur su cui dobbiamo un po’gir, allora perché la demografia sta diventando importante perché la demografia Pearl, lunga storia della de dell’homo sapiens,
E sostanzialmente aveva poca rilevanza perché la struttura demografica era uguale e si ripeteva anno dopo anno, un decennio dopo decennio, segue lo possiamo già una piramide che prevedeva tanti giovani, pochi anziani e l’economia, la società, eccetera in maniera stabile si confrontava con questa impalcatura intorno al quale poi si costruiva appunto il modello sociale ed economico non solo,
Questa è la promessa macro, punti, vista micro ogni nuova generazione sostanzialmente viveva come le generazioni precedenti, cioè come eri bambino, tu.
Allo stesso modo in cui lo era stato, nella nostra aiutò i genitori, i tuoi nonni, come diventava giovane, era esattamente la stessa cosa, come diventare anziano, era sostanzialmente la replicava, i modelli dell’essere anziano delle generazioni precedenti.
E quindi uno sostanzialmente poteva prevedere, come sarebbe stato lì da anziano, perché ad esempio un quindicenne delle epoche passate guardava il nonno 65 anni vedeva sostanzialmente come sarebbe stato lui ha la stessa età perché la durata di vita rimaneva bassa, si replicano in una costante da una generazione all’altra e chi aveva la fortuna o comunque di arrivare a 65 anni ci arrivava in condizioni uguali alle generazioni precedenti. Quindi potevi immaginarti come sarebbero state le fasi della vita future e quindi la le informazioni che avevi dichiara anziano nel tuo presente era fortemente. Ecco conteneva l’informazione di come saresti stato tu d’ansia
Quindi non c’era bisogno di di fare tante ricerche, era la realtà, funzionano in questo modo, aveva una sua, una sua stabilità, poi che cosa che è cambiato allora, intanto c’è il fatto che ci fosse questa idea sostanzialmente di fasi della vita, tutto sommato abbastanza fisse che si replicavano ce lo racconta un importante demografo del passato che si chiama Dante Alighieri,
Voi sapete, erano importante, famoso da muovere, no, non ha un demografo, però l’incipit della vita Commedia contiene parte, Adriana com’è da un dato demografico nel mezzo del cammin di nostra vita Dante aveva 35 anni scritto alla Divina Commedia del 1.300 quindi colloca 35 anni l’età in cui scrivere la Divina Commedia e l’idea che appunto era l’idea comune è che se uno proprio riusciva attraversare tutte le fasi della vita evitando qualsiasi rischio insidia, eccetera, malattia al massimo al massimo poteva arrivare a settant’anni che arrivavano pochissimi, ma la vita potenziale arrivano al massimo 70, quindi noi, per tutta la storia dell’umanità, siamo
Abbiamo avuto questo obiettivo di sottrarci a rischi di morte per provare ad arrivare, almeno a settant’anni ora, la buona notizia che oggi ha 70 anni ci arrivano praticamente tutti, che quella che era quindi un obiettivo che per millenni si è pensato come irrealizzabile oggi è la base comune c’è un bambino ganasce, noi diamo per scontato che arrivi all’età dei genitori, vada oltre le velleità dei nonni e vada oltre.
Quindi questo produce un cambiamento quantitativo nella durata di vita, ora la questione è finché tu guadagni anni in età, quindi sopravvive di più Magnani in età infantile e giovanile, beh, qui irreali guadagnate, son tutti guadagnati in fase della vita tradizionali che tu sai come vivere.
E quindi è guadagno che diventa anche abilitazione a vivere bene quella fase della vita, se riduce i rischi di morte e vive di più in età adulta, vale la stessa cosa, cioè guadagni vita nella fase di età centrale, lavorativo, eccetera.
Ma una volta che tu arrivi a 70 anni, cioè arrivi a guadagnare quindi un’aspettativa di vita che si colloca settant’anni e quindi raggiunge l’età teorica di Dante che è morto comunque prima, anche trent’anni tutto quello che guadagni dopo non può essere solo quantità perché va oltre l’età tradizionale di entrata in età anziana, deve essere qualità e, se non diventa qualità, produce fragilità, produce disuguaglianze e frena quel processo se tu non mette in campo un modello nuovo, quindi non è che noi dobbiamo semplicemente essere orfani del welfare, dobbiamo pensare a un modello di benessere sociale nuovo e funzioni in un mondo che sta cambiando, che non è più quello dei secoli precedenti, ma è che a sfide nuove e queste sfide nuove bisogna imparare a coglierle e vincerle positivamente
Cioè noi dobbiamo costruire il PUC, pensiamo condannati tra virgolette, ma non è una cosa negativa,
Se vogliamo vivere bene, siamo condannati a costruire la società della longevità, cioè una società in cui ogni nuova generazione vive più a lungo rispetto a quello precedente, ma in condizione di riempire di qualità e valore e senso quell’età in più che si aggiunge perché questo fa il bene delle persone stesse e rende anche il sistema sostenibile cioè qualità, sostenibilità e inclusione diventano i tre elementi, tre pilastri che servono per costruire una società, la longevità che funziona.
Ora è possibile e che acquista la questione no, era l’aspetto più problematico, ma è possibile costruire questa società, longevità, ace di investire sul benessere nell’età della vita che vanno oltre quella tradizionale, anziana e Kraja ampia o comunque di di benessere, valore di qualità, è possibile risposta sì teoricamente masse almeno,
Noi non indeboliamo le altre fasce precedenti di età perché, se è come se avessimo avessimo una un plus, un grattacielo, tu puoi tranquillamente costruire piani al vertice, ma se nel costruire questi piani e anche falli dei valori qualità, eccetera vai a indebolire le fondamenta e ed Eni e i piani più bassi è chiaro che tutto a un certo punto riesca poi a Ocean di di di implodere quindi la la questione.
Il problema non è la longevità, è una cosa positiva e che dobbiamo gestire positivamente, non è l’invecchiamento.
Cioè l’aumento popolazione anziana, invecchiamento demografico, perché è la conseguenza della longevità, e questo nemmeno a qualcosa che contraddistingue l’Italia, cioè non è che l’Italia abbia persone più longeve.
Ero più a lungo rispetto alla Francia o la Svezia e di conseguenza non è che ha più anziani rispetto alla Francia, trasversa, e quindi non è che a una sfida diversa rispetto a questa società, la longevità, la costruire rispetto alle altre economie mature avanzato questa è la sfida del nostro tempo e dei prossimi decenni.
Bene e non ha nulla di particolare che dobbiamo affrontare noi come italiani.
Il problema vero del nostro paese c’è quello che CRA allo svantaggio competitivo è che noi stiamo indebolendo fortemente la popolazione in età lavorativa.
E noi abbiamo detto che noi dobbiamo avere una visione sistemica eccessivi, va in una fase della vita, se si vive bene anche nelle altre fasi della vita, si va bene in una generazione, se si collabora tra generazioni e se c’è quindi un modello condiviso di benessere a cui tutti si contribuisce.
Quindi questa?
Indebolimento della popolazione in età lavorativa e si combina con l’aumento della longevità e l’investimento che dovremmo fare sulla lunga vita di qualità e lo rende più problematico.
Ora, per dare un’idea, non so da dove arriviamo, ma un po’le prospettive, perché la demografia ha comunque questa inerzia che consente di fare delle previsioni e quindi anche di dire che se voi chiedete a un economista quanto sarà nel 2050 il prodotto interno lordo o chiedete a un sociologo quanto sarà la popolazione sopra o sotto la soglia di povertà e che nel 2050 non in grado di dirvelo ma un sugherete on the Morpho quando sarà la percentuale di anziani Your 65 al 2050 lo lo sappiamo, è un dato che abbiamo a disposizione, no,
Okay, come sarà quindi l’impalcatura su cui costruire un modello sociale ed economico che funziona al 2050, l’impalcatura demografica già lo conosciamo.
E allora già possiamo dire che l’età che concentrerà maggior popolazione, cioè l’età con maggior numero di residenti in Italia, sarà quella dei 75.
E 75 anni sarà il settantacinquenne, sarà l’italiano tipo del 2050, quindi o noi, con questo tempo che abbiamo a disposizione, costruiamo una società che funziona attorno al 70 50 come italiano tipo.
Wuornos non potremmo vivere bene e vivere in un Paese che sia sostenibile, ora la questione è bene, se i 75 anni sarà la l’età in cui si concentra la maggioranza della popolazione.
Attualmente è un terreno tipo in cinquantacinquenne nel secondo dopoguerra ai primi decenni del secondo dopoguerra era un trentenne, cioè al censimento del 1951 un po’i dati li abbiamo visti, la maggioranza della popolazione aveva meno di 30 anni, quindi è chiaro che stiamo parlando di due mondi diversi, c’è l’Italia dell’epoca e l’Italia di oggi e quella del 1.050 sono due cose molto diverse tra di loro. Per me c’è una continuità culturale. Saranno una continuità Summaga sociale, eccetera, ma è affronta comunque a condizioni e sfide che sono completamente diverse. È chiaro, quel modello di welfare non può essere semplicemente difeso e nemmeno aggiornato, e nemmeno metterci qualche toppa qua e là pensando che funzioni di un cambiamento così rilevante. Quindi noi avremo
Circa 830.075 anni bene, sotto i 65 anni nessuna tra età avrà più di 700.000 persone visitano cinque anni, sarà 830 nera sotto i 75 i 65 anni, ciascuna età sarà comunque sotto i 700 metri e sotto i 30 anni sarà sotto 500.000 ciascuna delle età, sotto i 30 anni avrà 500.000 persone.
Quindi è un ribaltamento rispetto a struttura che noi siamo abituati a pensare con la struttura che funzione.
Tanti giovani oppure tante persone in età lavorativa, no, queste condizioni non ci saranno, più, avremo tante persone in età.
Di domanda.
E questa è una questione che noi non possiamo pensare che i 75 anni del 2005 del 2050 saranno come 75 anni di oggi o come quelli del 1950 o come quelli dell’età di Dante.
Qui dobbiamo anche a ragionare sul mondo che cambia e quindi agro sforzo culturale, di capire come sta cambiando la nostra vita, qualitativamente non solo quanta quantità di persone avremo delle varie fasce d’età, ma cosa come cambia il senso e il significato, che quell’età portano con sé e che muta continuamente generazione dopo generazione.
Noi siamo esattamente la fase diversa rispetto a come siamo stati per tutta la storia dell’umanità in cui davamo per scontato che ciascuna generazione viveva come quelle precedenti oggi, invece, la vera differenza è che ogni nuova generazione vive diversamente in più e anche diversamente rispetto alla generazione precedente, ora noi dobbiamo fare in modo che quelli in più e diversamente diventi qualcosa di valore di qualità e che questo che dobbiamo regalarci e dobbiamo permetterci,
E questa sfida chiama in causa sia le persone come custodia, nascondono percorsi di vita e sia poi le politiche, perché se punto questo non funziona è chiaro che aumenteranno le disuguaglianze, quindi noi abbiamo bisogno invece di comporre comporre generazioni, comporre, generi, comporre tutto il territorio, comporre le classi sociali e anche il ruolo Capore l’immigrazione.
All’interno appunto di un processo in cui.
Il paese si rafforza anche nelle nella, nella fase appunto, adulta, lavorativa.
Quindi questo adesso deve diventare il nostro obiettivo, possiamo farcela e vado a chiudere, possiamo facile in teoria, sì, c’è nella allora inf, però dobbiamo metterci d’accordo.
Mettiamoci d’accordo, supponeva mettersi d’accordo, cioè un giovane italiano vale di meno di un giovane francese, sveve, Roth e tedesco, perché se noi diciamo sì vale di meno, allora continuiamo come abbiamo fatto finora, cioè li investiamo di meno su di loro e li valorizziamo di meno.
Ma se pensiamo che vale che valgono allo stesso modo, beh vuol dire che abbiamo una un grande margine di migliorare la popolazione effettivamente occupata attraverso un miglioramento dell’occupazione giovanile che è ai livelli tra i più bassi in Europa c’è perché non possiamo pensare di portare l’occupazione giovanile a livello almeno media europei, c’è chi è che ce lo impedisce, non c’è nessuna magia esterna che ti dice no, non farlo o che ci dice no, i giovani italiani valgono poco,
Tranne poi supera il confine, andare in Germania e dimostrare quanto valgono solo quando vanno altrove. E questo che non si capisce, quindi questo adesso dobbiamo un po’. È arrivato il momento di chiederci perché tutto il tempo che potevamo sprecarlo abbiamo sprecato. Noi abbiamo adesso lo dico un po’così in maniera drastica, abbiamo solo 10 anni di tempo in 10 anni possiamo ancora aggiustare il percorso perché abbiamo 10 anni di tempo perché, come dicono i dati Istat Inapp, nei prossimi 10 anni avremo il più grande esodo di uscita dalla popolazione in età lavorativa alla pensione saranno oltre 6000000 di over 50, che si sposteranno dall’età lavorativa alla pensione
Se non cambia niente e e abbiamo solo questo spostamento quantitativo, Kroll Yahoo che non c’è più possibilità di recupera, ma se questo spostamento non è solo quantitativo, ma anche qualitativo e costruiamo dietro le basi per risponde ai qualitativamente a questo mutamento, questo cambiamento, i margini per poter essere un Paese che funziona e che genera benessere gli abbiano allora la questione è,
Sapete qual è la fase della vita più interessante, attualmente c’è quella con maggiori trasformazione, cambiamento qualitativi, non solo quantitativi rispetto al passato, è quella che va dai 65 ai 74 anni da una fase della vita, con grandi potenzialità che non c’erano nelle generazioni precedenti e che adesso invece sono a disposizione sia per le condizioni di salute sia per la voglia di essere attivi sia per l’impatto delle nuove tecnologie cioè al Paese 65 74 anni puoi fare qualsiasi cosa.
Ovviamente con molte differenze, poi perché ovviamente più si va avanti con l’età più eterogenea, con i ferma al 65 74 anni abbiamo avuto il guadagno migliore qualitativo rispetto a come vivevano le generazioni del passato e perché non lo valorizziamo e dobbiamo farlo perché nei prossimi 10 anni è proprio questa fascia tra i 65 e i 74 anni quella che crescerà di più laburista quantitativo.
Ma se noi pensiamo che cresca solo dal punto vista quantitativo rispetto alle pensioni per andranno in pensione.
E pensiamo che abbiano impatto quantitativo, perché riduce o buona sera età lavorativa, è semplicemente subiamo questa trasformazione quantitativa, non abbiamo capito il tempo in cui viviamo, non abbiamo capito, le potenzialità di questo Paese può mettere in campo e subiamo una trasformazione che vista con gli occhi e con le ischemia nel passato semplicemente diventa un peggioramento netto quando invece ne abbiamo la possibilità questi Ace tra i 65 84 anni che anche orfana di nome.
Perché qui, se effettivamente ci avete sentito un po’quello che siamo detti, qual è il termine che dobbiamo utilizzare tra 65 e 84 anni?
Non possiamo dire che son vecchi loro stesso, non si definiscono autodefiniscono anziani la condizione di fragilità riconosciuta che niente in abilitante e, dopo i 75 80 anni, tutta la ricerca e fanno vedere che fino ai 75 anni, generalmente se si tiene aggiornati, attivi eccetera le capacità cognitive rimangono comunque molto elevate Into anche l’esperienza alla poter utilizzare e quindi vogliamo mettere chi è tra i 65 e 84 anni.
Nella condizione di sentirsi attivo e poter quindi generale valore ovunque lo voglia fare e sia nel lavoro che si erano volontariato, che si era una società che sia nella trasmissione di competenza rispetto ai ragazzi.
Ma che sia possibile che la viva bene, quella fase della vita in senso positivo e non, appunto pensando sei fuori dal mondo del lavoro e quindi ti siedi eh eh eh guardi seduto sulla panchina primo aspetto, questo è un aspetto centrale ma attenzione non c’è niente di scontato né in come valorizzare la fascia tra i 65 e 74 anni perché è nuova è nuova, quindi è portatrice Neapolis, antropologico di desideri interessi.
Volontà di fare aspettative che vanno analizzate, vanno scoperte, vanno aiutate ad emergere e poi, beh, è solo in questo caso puoi fare politiche adeguate a livello locale e a livello nazionale, e per questo che ricerche come quella appunto del Censis, che si occupa proprio a chiedere ai ed omogenei userei un termine insomma che Esma più ampio o Esino eccetera.
Come vivono quella fase della vita, quali sono le aspettative, che cosa avrebbero cambiato rispetto alla loro vita per trovarsi meglio oggi, eccetera, diventano fondamentali perché diventano da I punto.
I dati fondamentali per riaggiustare le coordinate in un mondo in cambiamento, il secondo aspetto qualitativo e è quello delle generazioni precedenti, noi dobbiamo solo subire una riduzione quantitativa dei giovani o possiamo migliorare qualitativamente il loro contributo nella società, nel mondo del lavoro e nella realizzazione dei loro progetti di vita o pensiamo che queste cose si possono fare solo andando all’estero,
Questa qua e questo collocano chiedersi perché nei prossimi 10 anni, se abbiamo 6 milioni che si spostano oltre l’età lavorativa e abbiamo e decidiamo di valorizzarli qualitativamente, dobbiamo però anche, d’altro canto, far sì che chi entra nel mondo del lavoro entri con al set ben formato ben inserito con un salario adeguato, con possibilità di essere valorizzato, diventando leva di sviluppo di produttività dell’organizzazione delle aziende, anche qui portando una nuova idea di lavoro perché gli attuali under 30 che penetra il glande giovani non giovani in senso stretto sulle ghiandole 25, insomma, la generazione Z è la prima generazione nata in questo secolo, quindi, che porta dentro di sé la, il modo nuovo di intendere la vita, le fasi della vita, il lavoro, il loro progetto di vita rispetto alle generazioni precedenti rispetto ai secoli precedenti e anche questo va capito
Per poi mettere nelle condizioni di poter diventare soggetti attivi nella costruzione della propria vita, ma anche poi, di essere presenti solidamente in qualsiasi ambito.
Di cui vogliono operare, non abbiamo bisogno di più giovani e non di meno, quindi, se quantitativamente sono di meno, dobbiamo abiti, gli darli a essere pesare di più.
A pesare di più nel lavoro ha pesato di più la partecipazione sociale e politica, a pesare di più in ambito spirituale e religioso, a pesare i due ovunque possono generare valore con la loro novità, che però va riconosciuta con pro-vita per capire poi come generare valore con loro. E allora tenete presente che se noi, su queste leve proviamo a a Diane ad agire e nel giro di almeno 10 anni nei prossimi 10 anni almeno mettiamo in campo un processo che ci avvicina ai livelli di occupazione maschile, disoccupazione giovanile e qui la riduzione degli squilibri, di educazione, di genere, di occupazione, di genere qui e riduzione degli squilibri di genere.
E livelli di occupazione su tutto il territorio italiano omogenei.
Questa riduzione quantitativa demografica può essere compensate da un miglioramento dell’inserimento nel mondo del lavoro e di valorizzazione di queste componenti, che finora abbiamo tenuto complessi.
Noi continuiamo ad avere la più alta percentuale di Neet e perché non possiamo ridurla e portarla ai livelli medi europei, anche perché negli ultimi anni c’è stato un miglioramento, proseguiamo in quel miglioramento e continuiamo quindi a favorire questa possibilità che i giovani possano sentirsi veramente partecipativi inclusi nei processi di crescita e di sviluppo del proprio Paese.
Sulle differenze di genere anche qui.
E perché il tasso, la differenza tra tasso di occupazione e torniamo sulle fratture tassa occupazione maschile e tasso di occupazione femminile la differenza in Svezia è di meno di 5 punti percentuali.
Perché in Europa è di 9 punti percentuali si può fare di più, visto Gänswein siano fa e perché in Italia questa differenza è di 18 punti percentuali e dalla peggiore in Europa.
Perché dobbiamo pensare che il capitale umano femminile, noi in Italia non possiamo valorizzare almeno quanto fanno gli altri Paesi?
E quindi su questi aspetti, nei prossimi 10 anni possiamo produrre un cambiamento che va nella direzione giusta, ed è un cambiamento che poi migliora le condizioni di tutti, perché appunto rende, siamo popolazione anziana in condizione di vivere bene e una lunga vita in salute con un sistema tonaca sostenibile perché altrimenti non è che mancheranno. Solo gli ingegneri mancheranno anche gli infermieri e il futuro dell’Italia rischia di diventare quello di molte aree interna del nostro Paese. E poi ci sono solo gli anziani, non ci sono più le generazioni più giovani e anche i servizi di base farmacie o qualsiasi altro presidio di base rischia di mancare. Ecco, noi siamo ancora in tempo
Per costruire un Paese che sia il solito che funzioni.
E chiudo con un.
La precisazione che che fa capire come queste cose dobbiamo anche farle, non semplicemente imitando quello che fanno gli altri Paesi, ma anche declinandoli lì all’interno di quello che noi sappiamo far meglio, ma anche delle condizioni in cui ci troviamo e del margine che abbiamo per agire.
Allora qui.
Una
Il punto di vista, insomma, del del messaggio, possiamo dare il seguente noi non possiamo.
Eliminare gli squilibri demografici che finora abbiamo crea che c’è questa struttura 75 anni, baricentro del paese che, sostanzialmente spostato sui 75 anni, è il Paese che diventerà nel 2050. Questa cosa non la possiamo cambiare, abbiamo sentito nell’introduzione, è un dato di fatto, però possiamo fare in modo che quel baricentro spostato sui 75 anni, quei squilibri demografici che fa che che avremo, a cui andiamo incontro possano essere sostenibili. Come possiamo farlo?
Dal punto di vista culturale e di pensiero,
Beh, possiamo far in modo che utilizza lo stesso approccio che è stato utilizzato per la Torre di Pisa?
Proviamo a utilizza la metafora della Torre di Pisa, credo con questo a Torre di Pisa, è stata costruita su un terreno di sabbia e argilla, appena si è arrivati al secondo piano, c’è stato il cedimento.
Stora, che doveva in teoria essere dritta, è stata ideata per essere vita, tutte le altre torna nel passato hanno dritte tutte le alte torri fatte al resto del mondo, Arnaud dritte, questa torre si è inclinata e non c’è più possibilità di raddrizzarla.
Bene, allora cosa si fa si dichiara fallimento, questa torre non potrà essere dritta, non si può fare, si fallisce, ci facciamo ridere dietro con la torre storta.
Allora c’erano tra possibilità la prima e dichiarare fallimento, questa torre non potrà essere dritta e quindi chiudiamo qui, abbiamo fallito, seconda possibilità, che invece quello che stiamo facendo adesso finora.
Cioè facciamo finta di niente.
Eh.
Terzo piano, andiamo avanti, quarto piano, andiamo avanti.
Poi, se crollerà, faranno i governi successivi, cioè quelli della generazione successiva che poi si troveranno con un autore che è imploso, ma lo so, ma colpa nostra tra loro, che si son trovati appunto con questa torre che è insostenibile e che gli è caduta addosso ed è caduta.
Ma c’era una terza possibilità che la terza possibilità, cioè costruire una torre diversa, tutte le altre che guardasse addirittura ai nuovi tempi, portando un canone estetico, diverso, nuovo rispetto a come le torri erano state concepite fino a quel momento, c’è immaginare il futuro diverso nuclei di portare nel futuro la paura del passato o gli schemi del passato ma immaginare un futuro in cui le Torri che non siano dritta e possono essere comunque belle.
Se però sono anche sostenibili.
Infatti, se voi vedete oggi nel mondo moderno, cioè ai lettori più belle, sono quelle semplicemente dritte no.
Con tutte quelle un po’arzigogolate, un po’storto, eccetera e la Torre di Pisa è stata quella che ha aperto la modernità Karagounis architettonico rispetto a come pensare in modo diverso rispetto al passato, aprendosi a un’epoca nuova ma immaginando qualcosa di nuovo dal punto vista qualitativo ed è quello che noi sappiamo fare come Paese, come italiani c’è il genio italiano, è questo cioè trovare sul
Solidi di essere creativi, metterci dentro la combinazione tra gusto del bello, quello che funziona dal punto di vista dell’utilizzo delle nuove tecnologie, ma anche la sostenibilità.
Complessiva, bene come si è fatto e chiudo a fare in modo che questa torre fosse sostenibile ed è l’operazione che dobbiamo fare noi arrivate al terzo decennio di questo secolo per costruire i decenni successivi, come sono stati costruiti poi i piani della torre
Uno si è rafforzata la base prima corsa, la forza alla base vuol dire che la natalità non può continuare ad essere così bassa, precisata, età, continuasse così bassa, questo crea squilibri che vanno a divorare sempre di più la base demografica e per quanto tu puoi cerchi di compensare non riesce quindi quantitativamente natalità e immigrazione cioè aspetto quantitativo come base deve comunque esserci.
Ma la sfida vera è stata quella poi di oltre la base, che cosa fai be, lì, come si è costruita la Torre?
Con una curvatura, procedendo con una curvatura opposta alla pendenza e procedere con una curvatura opposta alla pendenza faceva sì che alla fine della Torre il baricentro 75 anni cade all’interno della base e quindi la torre è diventata sostenibile e è ancora attualmente in piedi dopo secoli e anzi è guardata come un qualcosa che ha innovato e che è considerata,
Né un’innovazione a cui tutti guardano bene oltre fuor di metafora, vuol dire costruire con una cubatura opposta alla pendenza, vuol dire costruire, mettere insieme, cucire tutte le fasi della vita in maniera da riempire di qualità e mettere in relazione positiva tra di loro, cioè quanto più riusciremo quindi a far sì che nel costruendo file della vita che poi vanno via via.
Ad aumentare come longevità e ai avventurarsi nel secolo che stiamo attraversando e li aiuteremo queste fasi della vita a riempirsi di qualità e di valore resta in relazione positiva tra di loro, tanto più riusciremo a vincere o almeno cogliere la sfida e comunque non abbiamo alternative. Quindi diventa appunto la sfida a cui è più interessante tutti unirci e occuparci, perché appunto il sistema Paese possa essere un sistema che più come disc, pur con gli squilibri demografici, non ebbe all’interno fratture sociali e quindi sia un Paese in cui tutti possano vivere bene
Grazie.
Grazie rosso, Rosina.
Condivido, mi auguro che il Paese però sappia vedere il problema, perché finora, come dire, prendere atto di quelli che sono i problemi come per la Torre di pesa, non è così semplice.
Qualche anno fa il Censis ha detto siamo in un mondo di sonnambuli, Osama, in un Paese, i sonnambuli e questo forse è il nostro nostro grande limite e la seconda cosa riempire di qualità, oltre che rafforzare le fondamenta, riempire le qualità, tutta tutta la la lunga vita che abbiamo davanti è questo lo sforzo che credo compete un po’tutti noi.
Io ringrazio il professor Rosina, ringrazio la dottoressa notare monsignor Paglia, la professoressa Fornero per aver condiviso con noi porterei a loro un invito di continuare a riflettere insieme, perché l’unico modo che abbiamo è quello di ragionare insieme e provocare il dibattito per quel poco che noi possiamo fare, certo non sta a noi costruire soluzioni se non costringere qualcuno a riflettere, riempire di qualità alla vita significa anche brindare e festeggiare. Quindi il Censis ha preparato un piccolo rinfresco alla base di questa bellissima Accademia che ci ospita in queste nostre riflessioni, e quindi grazie a tutti e brindiamo e festeggiava insieme perché la qualità poi alla fine torna indietro.


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