i giornali dei detenuti. 1. Ristretti Orizzonti


Scrivere in carcere: i giornali dei detenuti. 1. “Ristretti Orizzonti”

Da oggi, la redazione di gNews entra in carcere pubblicando gli articoli più significativi delle testate giornalistiche redatte e prodotte dentro i penitenziari: sono 37, in altrettanti istituti. Si parte da Ristretti Orizzonti, il bimestrale nato nel 1998 nel carcere Due Palazzi di Padova e diretto dalla giornalista Ornella Favero. Sono circa 30 i redattori detenuti che scrivono articoli per la testata.

È possibile acquistare il bimestrale, o anche abbonarsi, sul sito ristretti.it.

 

La strada mi ha rubato l’infanzia, la strada mi ha illuso
La vita nei quartieri difficili di Napoli

di Salvatore Fani

In carcere c’è tanto tempo per pensare e i miei pensieri vanno al mio quartiere, un rapporto di odio, ma anche di amore, solo chi ci nasce e ci cresce sa cosa dico. Ti porti dentro sempre un legame, un’appartenenza, come una famiglia.

Prima di oggi io dividevo il mondo in due categorie: noi e voi, se non sei come noi allora sei contro di noi come un nemico, questo me lo fece notare una psicologa del carcere, mi disse “Salvatore tu sei tu e basta, hai una testa e una intelligenza che non riesci a sfruttare finché rimani legato al tuo quartiere, questo bisogno di appartenenza non ti fa crescere. Se non abbandoni la mentalità di quartiere non avrai mai la possibilità di iniziare un percorso di reinserimento”.

Questo significa nascere nei Quartieri Spagnoli di Napoli, crescere con una mentalità che ti condiziona la vita. Noi ci portiamo dentro un odio per la cultura, un odio per le istituzioni, per la divisa, per tutti i servitori dello Stato.

Odiare le persone senza nemmeno sapere il perché. Ma oggi so che tutto ha inizio da bambini: nella nostra adolescenza ci costruiamo il nostro futuro, dai primi problemi che ci tocca risolvere da soli, per la vergogna di chiedere aiuto, per paura di essere visti come deboli.

Un bambino però dovrebbe pensare ad altro, a quella età non dovrebbe pensare che l’unica strada per lui è il carcere: ma noi non abbiamo futuro, per questo diventiamo un problema per la società e un pericolo per noi stessi.

Se oggi io sono anche i miei sbagli, i miei errori, le mie idee e sarò anche le mie scelte, lo devo al tavolo dei Ristretti Orizzonti nel progetto Scuola/Carcere che mi permette di avere una continuità di rieducazione e non mi fa sentire mai solo, mai abbandonato, perché proprio questo è stato il problema di tanti quartieri del sud Italia: l’abbandono, il male che genera solo altro male.

Per anni c’è stata “l’emergenza Napoli” con i suoi giovani i suoi scugnizzi, ma non è mai importato a nessuno, l’importante è che se ne stanno a casa loro, nei loro vicoli disagiati dove non entra nemmeno il sole

Nessuno si è mai impegnato veramente per cambiare questa brutta realtà, per dare un sogno a tanti ragazzi. Io so bene di cosa parlo, la strada mi ha rubato l’infanzia, la strada mi ha illuso, volevo comprarmi la vita che non ho avuto, e mi fa male vedere in carcere giovanissimi senza sogni, senza niente da perdere, anime spente nell’età più bella della loro vita.

Oggi i giovani per qualcuno sono diventati un grosso problema a livello nazionale, non più gli scugnizzi di Napoli ma vere bande, veri nemici da combattere con l’unica soluzione del carcere e delle pene severe.

Tutto ha inizio col Decreto Caivano, poi il Decreto Maranza… di questo passo faranno il Decreto Neonati, pensando alla repressione come soluzione e abbassando al massimo l’età punibile. Io non voglio giustificare le nostre azioni, ma dietro alle nostre scelte c’è una storia. Una brutta storia che non ci ha permesso di avere una vita normale e nessuno si è impegnato per cambiare questa realtà.

In ogni epoca ci sono stati dei problemi legati ai giovani e ci sono anche oggi. Solo che oggi la chiamano emergenza di livello nazionale: mi viene da piangere, perché una emergenza c’è ma è quella di rieducare i grandi, rieducare chi propone soluzioni che sono una follia, sono un suicidio.

Proporre il carcere come unica via di uscita… non riesco nemmeno a pensare alle conseguenze, al danno che provocherebbero queste scelte, ripetere l’errore fatto al sud, quello di far crescere i giovani senza avere niente da perdere, uccidendo la loro anima, togliendogli l’infanzia

Non facciamo diventare l’Italia intera come un quartiere del sud Italia.

Io ho paura per il futuro, ho paura per tutte le proposte di legge che stanno facendo. Nessuno ha intenzione di capirli, di accettarli, i ragazzi, per qualcuno nascere oggi è già una colpa: io ho avuto per anni la colpa di essere napoletano, già mi etichettavano “Ah sei di Napoli”, ma nessuno ci ha mai pensato ad introdurre un reato nel codice penale? Quello che io chiamo “ladri di sogni, ladri di gioventù”.

Tornando al discorso “quartiere dell’adolescenza”, cosa significa crescere tra i vicoli, le scelte, l’illusione di prendere la via più breve per fare soldi pagata a caro prezzo…. le scelte, ma quanta responsabilità ha un bambino, se di scelta si può parlare?

Io non ho scelto di assistere ad un omicidio a otto anni, io non ho scelto di non festeggiare più un Natale perché ci sono delle persone detenute nel mio nucleo familiare, io non ho scelto di non crescermi mio figlio, io non ho scelto di nascere nei Quartieri Spagnoli di Napoli.

Io non ho avuto da bambino la possibilità di scegliere, per me era normale fare quella vita, che mi ha portato da grande a scegliere e essere responsabile delle mie azioni, io ho tradito la fiducia di mia mamma, ho calpestato il suo duro lavoro le ho lasciato il rimorso di non capire dove ha sbagliato.

In un quartiere abbiamo l’alibi del destino, la strada ti dà una educazione che ti fa credere che stai facendo bene perché piaci ai grandi, piaci ai tuoi miti, piaci, si stanno avverando i tuoi sogni…

Non ho capito all’epoca – nessuno ha capito – nemmeno i miei genitori, che tutto quello che succede in quartiere non è normale. Io non lo so se è vero o se lo si usa come alibi, ma noi abbiamo l’usanza di dire “ce l’hai nel Dna”… ma non ci sono studi che lo dimostrano.

Forse saranno coincidenze, ma quando ho iniziato a seguire le orme di mio padre tutti mi dicevano che ero nato per quello, elogiando le mie gesta, io che a soli 15 anni guidavo barche velocissime da 20 metri nel contrabbando di sigarette.

Ho iniziato a provare il piacere del successo, dell’importanza di cui già godeva mio padre, mi sentivo un eroe, ho iniziato a prendere iniziative, mi sono spinto sempre più avanti, fino a finire in giovane età in un carcere estero. Niente mi poteva fermare. Dopo poco sono diventato uno spietato rapinatore e ho raggiunto grandi traguardi ed enormi guadagni.

Ma non sono mai stato felice, non sono stato capace di vivere, oggi credo che sono le conseguenze di non aver avuto un’infanzia facile e non avere avuto niente da perdere, forse anche quando stavo fuori non sono mai stato libero.

Ho distrutto per capriccio tutto quello per cui ho lottato (i soldi) per tornare a fare reati perché conoscevo solo quello per sentirmi vivo. Poi il destino mi ha portato a Padova, al tavolo di Ristretti Orizzonti, e sono deluso che solo oggi capisco che i sogni non si possono comprare con i soldi. Avere un sogno, costruendolo passo dopo passo con i sacrifici, ti dà una motivazione per vivere. Io credevo che con i soldi mi compravo tutto e tutti, ma non ho potuto comprarmi un sogno, solo tanta galera. Io non ho la soluzione, ma ho un vissuto da raccontare: a un giovane di qualsiasi provenienza io non gli toglierei mai un sogno, gli darei solo qualcosa da perdere.

 

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