È più facile immaginare la fine del mondo o la fine del capitalismo?
Se lo chiedeva Mark Fisher quasi vent’anni fa, in un articolo pubblicato sul suo blog k-punk, per anni voce della controcultura britannica. La frase probabilmente la conoscete, ma forse non per aver letto Fisher. L’avrete incontrata su qualche meme, in genere quello delle signore giapponesi vestite eleganti che cercano di salvare delle buste di Gucci dall’acqua alta a Venezia. Diventa virale ogni volta che piove e, con la stessa naturalezza dell’acqua, altrettanto velocemente sparisce. Un messaggio nato per essere sovversivo, tritato e digerito senza sforzo dal grande ingranaggio dei contenuti social, implacabili sentinelle del capitalismo che Fisher voleva smascherare. Lui però non ha fatto in tempo a godersi i cuoricini. Tra la fine del mondo e quella del capitalismo ha scelto una fine diversa. Si è tolto la vita nel 2017.
C’era un’altra cosa che Fisher non sopportava, oltre al capitalismo: i giocolieri. Più precisamente, i giocolieri di Glastonbury. In un suo celebre articolo se la prendeva con il festival musicale più famoso d’Inghilterra, descrivendolo come l’ennesima sagra del conformismo travestita da evento alternativo per giovani facoltosi e chiedendosi, con il consueto disprezzo, se sia mai accaduto qualcosa di culturalmente rilevante a meno di 100 chilometri di distanza da delle persone che fanno roteare delle clave.
Quest’anno però a Glastonbury non ci sono stati giocolieri. A dire la verità, non c’è stato proprio Glastonbury. Il festival si è preso un anno di pausa. Un “fallow year” per fare riposare i terreni sui quali ogni anno, nell’ultima settimana di giugno, si accalcano duecentomila persone che pagano fior di sterline per banchettare nel fango osservando un palco lontano un chilometro, dove si dice stiano suonando i Coldplay.
Nel frattempo, tuttavia, qualcuno ne ha approfittato per organizzare un festival diverso. Non un evento gigante, ma il suo esatto opposto.
Si chiama Everywhere At Once e si è tenuto nel fine settimana tra il 26 e il 28 giugno, in tutto il Regno Unito. Non in un’unica grande location, ma in oltre 500 piccoli club aperti tutti insieme per tre giorni di concerti. Qualcuno ha fatto i conti: sommando la capienza di tutti quei locali, si arriva più o meno allo stesso pubblico di Glastonbury. È organizzato da Music Venue Trust, un’associazione senza scopo di lucro che dal 2014 si occupa di sostenere i piccoli club di musica dal vivo. Tra gli artisti ci sono tante band emergenti, ma anche parecchi nomi che a Glastonbury sarebbero stati comodamente in cima al cartellone. Fatboy Slim, per esempio, ha chiuso il festival suonando al Pipeline di Brighton davanti a sessanta persone, posizionando la consolle praticamente sul bancone del bar. E si è divertito parecchio. «Questi spazi sono vitali per la cultura e per le comunità locali – ha detto a fine concerto – e se vi sta a cuore la musica, andate a sostenere i vostri locali, comprate un biglietto, scoprite nuovi artisti e contribuite a mantenere vive queste scene.» Peccato che ultimamente i club dal vivo in Inghilterra non se la stiano passando per niente bene.

Gli organizzatori del festival hanno spiegato come il circuito dei locali per la musica dal vivo nel Regno Unito stia letteralmente scomparendo, e non in senso figurato. Nel 1994 c’erano 28 tappe primarie e secondarie su cui una band emergente poteva costruirsi un tour in tutto il paese. Oggi ne sono rimaste 12. Centinaia di locali in tutto il paese hanno chiuso, o hanno smesso di proporre musica dal vivo. Sono gli stessi posti in cui un giorno Morrissey vide suonare i Sex Pistols e decise che voleva formare gli Smiths. Gli stessi locali in cui gli Oasis si intrufolavano abusivamente per suonare tra una band e l’altra nella speranza di essere notati da qualche discografico, per non parlare di una certa Caverna dove si fecero le ossa quattro ragazzi di Liverpool. In poche parole, la spina dorsale che tiene insieme la storia della musica britannica contemporanea. Il motivo di tale decadimento è semplice: i costi salgono, gli affitti pure e la gente va sempre meno ai concerti per risparmiare i soldi per i grandi eventi, che battono il ferro finché è caldo speculando a tutto spiano. Le sabbie mobili di Glastonbury, insomma, stanno inghiottendo tutto.
Tra i locali che hanno partecipato al festival c’è anche il Windmill, un minuscolo pub londinese che si trova a Brixton e che, negli ultimi anni, a dispetto delle difficoltà, è stato il luogo dove è cresciuta un’intera generazione di nuovi musicisti inglesi.

Anno 2017. Quattro ragazzi appena usciti dall’istituto d’arte decidono di formare una band. Si chiamano Black Midi. Il nome l’hanno preso da uno strano genere musicale nato sul web, che consiste nel riempire un file MIDI di così tante note da rendere lo spartito completamente nero. Una forma di sperimentazione digitale nata in Giappone che produce una musica talmente complessa da non poter essere suonata da nessun essere umano. Né, francamente, ascoltata.
I Black Midi però suonano eccome. Si presentano al Windmill e chiedono di esibirsi. Vengono sistemati al lunedì, il giorno che ancora oggi il locale riserva alle band emergenti, quel tipo di serata in cui di solito ad ascoltarti sono solo altre band emergenti. In poco tempo però si prendono uno spazio fisso. Fanno una musica spigolosa e caotica, difficile da digerire al primo ascolto. In altri locali sarebbero stati salutati dopo il primo live. Al Windmill invece hanno tempo di crescere. Su YouTube si trovano ancora i video dei loro concerti del 2018, ripresi da telecamere traballanti davanti a poche decine di persone. Pochi mesi dopo sono sul gigantesco palco del Mercury Prize, il premio nazionale più prestigioso dedicato alla musica britannica.
Nel 2019 pubblicano Schlagenheim, il disco d’esordio. È il certificato di nascita di un’intera scena che dal Windmill passerà quasi per intero e che comprende realtà oggi pienamente affermate come Black Country New Road, Squid, Goat Girl e Shame. Tutte band che adesso fanno tour mondiali e che sono partite suonando su quel piccolo palco della periferia di Londra. Sul palco del Mercury Prize i Black Midi hanno suonato bmbmbm, il loro primo singolo. Un brano non esattamente orecchiabile. Tra la fine del mondo e la fine del capitalismo, i Black Midi preferiscono immaginare la fine dei ritornelli.
Nel 2020 arriva la pandemia e il Windmill rischia di chiudere per sempre. È uno dei 30 locali finiti nella “red list” di Music Venue Trust, la lista dei club a rischio chiusura immediata. A quel punto i Black Midi si uniscono ai Black Country New Road per un concerto che viene trasmesso in streaming su Bandcamp e i cui biglietti vengono venduti a 10 sterline. Tra quel concerto, un’asta di memorabilia donata dai Fontaines D.C e un disco compilation con i pezzi registrati dal vivo, la raccolta fondi del Windmill supera in poco tempo le 60.000 sterline. Così il locale viene salvato dalle stesse band che ha contribuito a far nascere.
Poco dopo esce il secondo album, Cavalcade, nel quale i Black Midi alzano ulteriormente l’asticella. La loro musica si trasforma in un incrocio tra progressive rock, jazz fusion e cabaret, con un cast di personaggi sopra le righe che popolano l’immaginario del disco. Nella prima traccia conosciamo John L, il capo di una setta che parla ai suoi seguaci nella piazza principale di una città mentre questi si inchinano a lui salvo, alla fine, decidere di massacrarlo. Musicalmente è un pezzo mostruoso, in cui fiati e chitarre si incastrano dentro tempi dispari che cambiano ogni pochi secondi, alternando muri di rumore a improvvisi silenzi. Del resto, come dice lo stesso John L, «In tutto il mondo non c’è scampo da questo frastuono infernale».
Dicevamo che quest’anno Glastonbury è stato tenuto a maggese. Nel frattempo, però, si parla già del cartellone per il prossimo anno. In giro si vocifera che come headliner del 2027 potrebbe esserci Madonna, che ha già parlato di un tour destinato, ovviamente, a essere sempre più grande, sempre più spettacolare, sempre più costoso. Nella stessa settimana in cui filtrava questa indiscrezione, Music Venue Trust ne comunicava un’altra, meno rilanciata dai tabloid: dall’inizio dell’anno hanno già chiuso definitivamente altri undici locali nel Regno Unito, più di un centinaio sono scomparsi negli ultimi tre anni.
C’è un momento, in John L, in cui la voce del cantante, Geordie Greep, pronuncia una frase che sembra scritta apposta per stare in coda a un articolo come questo: «no hack with an army will last long – i ciarlatani con un esercito, prima o poi, cadono». Il problema è che, di solito, quando cadono, hanno già portato giù con sé tutto quello che c’era intorno.
Mark Fisher su questo aveva scritto pagine intere. Diceva che il capitalismo realista funziona proprio perché ti convince che non ci sia niente da fare, che quel modo di stare al mondo sia l’unico possibile, e che chi lo mette in discussione stia sprecando fiato. Poi però bastano cinquecento locali aperti nella stessa notte, un pub minuscolo a Brixton, un lunedì sera con quattro ragazzi che sbagliano gli accordi, per ricordarti che un’alternativa esiste ancora.
Sarà anche più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Ma finché al Windmill di Brixton c’è qualcuno che si presenta il lunedì sera a chiedere di suonare, forse la fine di questo mondo qui possiamo ancora rimandarla di qualche settimana.
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Fulvio Zappatore
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