EUROPA. OLTRE 90MILA DECESSI ANNO PER INFEZIONI CORRELATE ALL’ASSISTENZA (ICA): 9 STRATEGIE PER PROTEGGERE PAZIENTI IN OSPEDALE


L’inquinamento dell’aria negli ospedali rappresenta una criticità di salute pubblica spesso sottovalutata che può compromettere la sicurezza dei pazienti e generare costi significativi per i sistemi sanitari globali. Secondo i dati più recenti ogni anno, a livello europeo, le infezioni correlate all’assistenza (ICA) contratte durante il periodo di ricovero ospedaliero, superano i 3,5 milioni di casi e costituiscono oltre il 70% delle infezioni batteriche antibiotico-resistenti. “Aria stagnante e superfici non trattate, oltre a pratiche scorrette, possono diventare il principale veicolo di trasmissione per bioaerosol e patogeni” spiega il Prof. Angelo Del Favero, consigliere delegato per la ricerca e sviluppo di REair e già direttore generale dell’Istituto Superiore di Sanità.

Gli ospedali sono luoghi di cura, ma anche contesti in cui la prevenzione delle infezioni rappresenta una sfida cruciale per la sicurezza dei pazienti. Se da un lato sono percepiti come ambienti protetti e immuni alle insidie, dall’altro gli studi scientifici raccontano una realtà ben più complessa che riguarda i sistemi sanitari di tutto il mondo. Secondo l’European Centre for Disease Prevention and Control, ogni anno nell’Unione Europea e nell’Area Economica Europea, sono oltre 3,5 milioni i casi di infezioni correlate all’assistenza (ICA) responsabili di più di 90.000 morti. Un quadro particolarmente preoccupante considerando che il 71% delle infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici è riconducibile proprio alle healthcare-associated infections (HAIs) e che l’impatto sanitario di queste ultime supera, complessivamente, quello di malattie infettive come influenza e tubercolosi. La criticità della situazione, e l’evidenza scientifica per cui fino al 50% delle ICA potrebbe essere evitato con efficaci misure di prevenzione e controllo, sposta sempre più l’attenzione sui fattori ambientali, ad esempio la qualità dell’aria interna, che possono favorire la diffusione degli agenti patogeni nelle strutture sanitarie. A confermarlo è lo studio Air Pollution in Hospitals: A Critical Public Health Emergency and Strategies for Improving Indoor Air Quality and Patient Safety, pubblicato sulla rivista scientifica Health Providers, per cui l’inquinamento dell’aria all’interno degli ospedali rappresenta una reale criticità per la salute pubblica globale. Una situazione che riguarda anche l’Italia dove ogni anno, secondo il XV Rapporto MedMal Marsh, si rilevano circa 430.000 casi di ICA, oltre 11.000 decessi e costi aggiuntivi stimati di 800 milioni di euro per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), dovuti principalmente al prolungamento delle degenze e alla necessità di trattamenti aggiuntivi.

In questo scenario, l’indoor air quality (IAQ) e l’igiene degli ambienti ospedalieri e di ricovero rivestono un ruolo strategico nella tutela della salute e nel percorso di recupero dei pazienti, in particolare quelli con un deficit immunitario o affetti da malattie croniche. In primo luogo, l’aria stagnante o non adeguatamente purificata, infatti, può costituire un importante veicolo di trasmissione per effetto di bioaerosol, ovvero particelle di origine biologica sospese nell’aria, microrganismi e polveri sottili.Un problema che, secondo il reportInfection Resilient Environments Social Cost Benefit Analysisdella Royal Academy of Engineering, comporta costi miliardari che pesano sui bilanci dei sistemi sanitari nazionali e sui cittadini, anche a causa degli oneri assicurativi. Nel Regno Unito, ad esempio, una ricerca commissionata dalla British Lung Foundation ha rivelato che un ospedale su quattro si trova in aree che superano i limiti di sicurezza per la qualità dell’aria. A tal proposito, si è stimato che mettere in atto interventi per migliorarla potrebbe far risparmiare fino a tre miliardi di sterline all’anno al National Health Service (NHS), il servizio sanitario pubblico inglese. In secondo luogo, insieme all’inquinamento dell’aria, la diffusione di microrganismi resistenti agli antibiotici rappresenta un ulteriore elemento di criticità che rende più difficile il trattamento delle infezioni correlate all’assistenza e contribuisce all’aumento sia del tasso di mortalità sia dei costi della sanità pubblica.

Il contrasto della scarsa qualità dell’aria negli ospedali e nelle strutture sanitarie, quindi, è diventato una priorità assoluta. Tuttavia, affinché gli interventi siano efficaci, è necessario considerare che l’inquinamento dell’aria indoor deriva dalla combinazione di fattori sia esterni, come le emissioni dei veicoli e gli inquinanti industriali, sia interni, quali l’impiego di agenti detergenti, l’uso di apparecchiature mediche, la presenza e attività umana. Per questo motivo, ripensare l’attività impiantistica e l’edilizia ospedaliera e sanitaria diviene una priorità assoluta per far fronte a minacce che spaziano dalle polveri sottili (PM2.5 e PM10), che penetrano dall’esterno, fino ai già citati bioaerosol e ai composti chimici, rilasciati dalle normali attività cliniche, che possono mettere a rischio i pazienti più vulnerabili e lo stesso personale sanitario.

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce REair, realtà italiana specializzata in eco-tecnologie per la depurazione indoor e outdoor che, grazie alla sua nanotecnologia fotocatalitica eCoating, contribuisce a potenziare l’efficacia dei protocolli di sanificazione all’interno delle strutture. La sanificazione tradizionale, infatti, agisce periodicamente e solo sulle superfici accessibili, implicando l’impiego di personale per effettuarla e il consumo di energia. Il rivestimento trasparente brevettato da REair, invece, agisce in modo passivo e 24/7 senza interruzioni, trattando le superfici difficilmente raggiungibili e l’aria circostante senza alcun costo operativo ed energetico. In particolare, all’interno della gamma eCoating, spicca la formulazione registrata come Presidio Medico Chirurgico (PMC n. 21168): un prodotto già testato con successo in numerose strutture ospedaliere, tra cui il Policlinico di Milano e l’ASFO di Pordenone, capace di garantire un’elevata attività biocida, abbattendo il 99,9% della carica batterica sulle superfici trattate. Entrando più nel dettaglio, questa nanotecnologia può integrare altre soluzioni già diffuse nelle strutture sanitarie, come la ventilazione meccanica controllata e i sistemi di filtrazione HEPA. A differenza di questi ultimi, infatti, il fotocatalizzatore non viene consumato dalla reazione, ma rimane attivo, per anni, sulle superfici trattate, senza necessità di sostituzione o manutenzione. “Con potenziali economie gestionali, anche combinando più metodiche di intervento, si contribuisce così in modo significativo alla riduzione del rischio clinico” dichiara il Prof. Angelo Del Favero, responsabile del comitato scientifico di REair e già direttore generale dell’Istituto Superiore di Sanità.

A rafforzare l’importanza di questo approccio, c’è lo studio Indoor Air Quality in Inpatient Environments: A Systematic Review on Factors that Influence Chemical Pollution in Inpatient Wards, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Healthcare Engineering. Un’indagine, svolta a partire dall’analisi di 483 lavori scientifici pubblicati nell’arco di circa trent’anni, secondo cui il vero pericolo per la salute respiratoria non viene solo dall’esterno, ma anche dalle dinamiche interne alle strutture stesse. Una ricerca in cui dato più eclatante è il cosiddetto rapporto I/O (Indoor/Outdoor) per cui, nei reparti di degenza, la concentrazione di inquinanti chimici è sistematicamente superiore a quella esterna, con particolare riferimento ai Composti Organici Volatili (VOC) che possono raggiungere livelli più alti rispetto all’aria di strada. Questo accade a causa di un paradosso terapeutico: da un lato per garantire l’igiene, si utilizzano massicce dosi di disinfettanti e detergenti industriali che rilasciano sostanze come l’etanolo e l’isopropanolo; dall’altro l’attività clinica immette, inevitabilmente, nell’aria gas anestetici e gas medici, come il protossido di azoto o il sevoflurano, che tendono a ristagnare. Un insieme di fattori che conferma la necessità di dedicare reale attenzione alla qualità dell’aria indoor in ambito ospedaliero e in tutte le strutture dei servizi sanitari.

Ecco quali sono, secondo gli esperti di REair, le misure strategiche che gli ospedali e le strutture di cura dovrebbero adottare per riuscire a garantire un’ottima qualità dell’aria:

  1. Superare il falso dualismo tra aria e superfici. L’attenzione non può limitarsi ai sistemi di ventilazione, filtrazione e ricambio dell’aria. Per ridurre il rischio infettivo è fondamentale considerare anche il ruolo delle superfici ad alto contatto (come maniglie, corrimano, tendaggi divisori e servizi igienici) che possono rappresentare un vettore di trasmissione microbica rilevante. Solo un approccio integrato consente di intervenire in modo efficace sulla qualità complessiva dell’ambiente di cura.
  2. Affiancare alla pulizia periodica soluzioni a protezione continuativa. La sanificazione ordinaria resta un pilastro della prevenzione delle infezioni, ma da sola non è sufficiente a garantire una protezione costante tra un intervento programmato e il successivo. Per questo è importante integrare i protocolli tradizionali con soluzioni capaci di contribuire in modo continuativo alla qualità dell’aria e delle superfici anche durante la normale attività assistenziale.
  3. Controllare anche le aree meno accessibili alla sanificazione. Esistono superfici che i protocolli di pulizia raggiungono con minore frequenza (come le parti alte delle pareti, i controsoffitti, le tende divisorie e i vani tecnici) che possono diventare serbatoi di batteri e funghi. Il movimento dell’aria può infatti favorire la dispersione dei contaminanti negli ambienti sottostanti, rendendo necessario un approccio che consideri l’intero ecosistema indoor.
  4. Monitorare costantemente la qualità dell’aria. Negli ambienti ospedalieri la qualità dell’aria è un parametro dinamico, influenzato dal numero di persone presenti, dalle attività svolte e dalle prestazioni degli impianti. Per questo si sta affermando una cultura del monitoraggio continuo, basata sul controllo nel tempo di parametri quali concentrazione di CO₂, particolato, temperatura, umidità e, dove previsto, indicatori di contaminazione microbiologica, così da individuare tempestivamente eventuali criticità.
  5. Rendere la sanificazione più efficiente e sostenibile. I protocolli di disinfezione e sanificazione restano fondamentali per la sicurezza di pazienti e operatori. La sfida è integrarli con soluzioni a basso impatto ambientale e tecnologie che contribuiscano in modo continuativo alla qualità dell’aria e delle superfici, riducendo consumi energetici, emissioni e necessità di interventi ripetuti.
  6. Considerare la qualità dell’aria come una misura di tutela anche per il personale sanitario. Garantire ambienti di cura salubri significa proteggere non solo i pazienti, ma anche medici, infermieri, operatori sociosanitari e tutto il personale che trascorre molte ore al giorno negli spazi assistenziali. La qualità dell’aria rappresenta quindi un elemento centrale sia per la prevenzione del rischio biologico professionale sia per la sicurezza complessiva dell’assistenza.
  7. Privilegiare soluzioni efficaci e facilmente integrabili nelle strutture esistenti. Circa il 70% del patrimonio ospedaliero italiano è costituito da edifici con oltre cinquant’anni di vita, non sempre facilmente adattabili con interventi strutturali. È quindi fondamentale puntare su soluzioni in grado di migliorare la qualità dell’aria anche negli ambienti esistenti, senza richiedere opere edilizie complesse. In un sistema sanitario caratterizzato da risorse limitate e da una costante pressione sulle attività assistenziali, la facilità di implementazione rappresenta un requisito strategico.
  8. Investire nella prevenzione come leva di sostenibilità. Ogni infezione correlata all’assistenza comporta un prolungamento della degenza, un maggiore impiego di antibiotici, ulteriori accertamenti diagnostici e, nei casi più gravi, il trasferimento in terapia intensiva, con un significativo incremento dei costi sanitari e del rischio di contenziosi. Migliorare la qualità dell’aria non rappresenta soltanto una misura di sicurezza, ma anche un investimento in efficienza e sostenibilità del sistema.
  9. Progettare sempre più “ospedali infection resilient”. La resilienza delle strutture sanitarie non consiste soltanto nella capacità di rispondere alle emergenze, ma anche nel ridurre in modo continuativo il rischio di trasmissione delle infezioni nella pratica clinica quotidiana. Ciò significa progettare ambienti che integrino qualità dell’aria, materiali e soluzioni tecnologiche capaci di contribuire attivamente alla salubrità degli spazi, secondo un approccio preventivo e sistemico.


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