tra feticcio e dimenticanza del presente


Cinema

di Anna Tortora

L’Odyssey di Nolan e il casting ideologico: se la toppa culturale di Hollywood pretende di emendare l’antico ignorando la sovrana complessità delle donne di Omero

La colonizzazione ideologica ha un modo subdolo di imporsi: anziché distruggere l’opera d’arte, la riabilita secondo i codici del proprio tempo, svuotandola di ogni alterità. La notizia capace di scuotere le piattaforme digitali in questi giorni — l’imminente Odyssey di Christopher Nolan, con l’assegnazione a Lupita Nyong’o del duplice ruolo di Elena di Troia e di sua sorella Clitennestra — è l’ennesimo, fragoroso sintomo di una tendenza ormai sistemica.

Un fenomeno già codificato dalla satira della rete con la consueta e fulminea ferocia nell’immagine paradossale di un Omero costretto a difendere l’universo del mito dalle pretese del moralismo contemporaneo.

Il dibattito si è ulteriormente infiammato dopo le recenti dichiarazioni della stessa Nyong’o, tese a lamentare una presunta scarsità di spazio per le donne nell’opera omerica. Una tesi subito incagliatasi nelle secche della polemica superficiale, il cui nodo cruciale risiede tuttavia non nel talento indiscusso dell’attrice, bensì nei criteri interpretativi presiedenti a queste produzioni.

Resta la sensazione persistente di un’industria culturale d’oltreoceano accostata ai pilastri della civiltà occidentale con la profondità tipica di chi ha letto l’Odissea su un albo a fumetti: un allarmante analfabetismo di ritorno, totalmente ignaro del mondo antico, delle strutture dell’epica e della natura stessa del testo omerico.

La presunzione di emendare l’antico

Il progressismo contemporaneo soffre di un’ansia pedagogica che lo spinge non a dialogare con il passato, ma a correggerlo. Si pretende di emendare la storia, di purificarla, dimenticando che il mito greco non è una tabula rasa su cui proiettare le nevrosi identitarie o le rivendicazioni del XXI secolo. Esso possiede una sua precisa e inalterabile radice etica e iconografica.

Questa sistematica riscrittura si compie innanzitutto attraverso un drastico appiattimento dell’ethos antico. L’universo di Omero è un sistema monumentale di valori arcaici, di relazioni con il sacro, di accettazione del destino (moira) e di codici d’onore che sfuggono totalmente alle griglie del moralismo moderno.

In questo contesto, l’uscita infelice dell’attrice svela il paradosso profondo del genere applicato all’archetipo. Sostenere che i poemi omerici necessitino di una “riabilitazione” o che penalizzino il femminile significa ignorare la vera architettura dell’Odissea, che è in assoluto il poema più profondamente dominato dal principio femminile dell’intera antichità classica. Se nell’Iliade domina la forza bruta dei guerrieri (biē), nell’Odissea a governare il mondo è l’astuzia strategica (mētiss), una qualità che Omero distribuisce in via quasi esclusiva proprio alle donne.

Odissey: la vicenda

L’intera vicenda non si muove per i muscoli di Odisseo, ma per la volontà di Atena, la vera mente politica che tesse le fila della storia dall’inizio alla fine.

Lungo il viaggio, poi, l’eroe non incontra semplici comparse, ma divinità autonome e sovrane assolute come Calipso e Circe, capaci di determinare il tempo e il destino del suo ritorno. Persino l’approdo nel mondo civile dei Feaci è governato dal coraggio di Nausicaa e dal peso politico della regina Arete, a cui lo stesso Odisseo deve inginocchiarsi perché è lei a detenere l’ultima parola nel regno. A Itaca, infine, Penelope non è una vittima passiva: è l’equivalente perfetto del marito per intelletto e lucidità.

Con l’inganno della tela tiene in scacco decine di Proci armati per anni e, nel finale, è lei a condurre l’ultimo gioco psicologico sottoponendo l’eroe alla prova del letto nuziale. Le donne di Omero non subiscono la trama, la determinano attraverso l’intelletto, la magia e la parola; dire che viene dato loro poco spazio significa aver confuso il poema antico con un qualsiasi blockbuster di serie B.

A coronare l’operazione interviene il feticcio tecnologico usato come surrogato della complessità filologica. Il film di Nolan sarà senz’altro uno spettacolo visivo straordinario, potenziato dalle tecnologie più avanzate dell’IMAX 70mm e da un ritmo serrato capace di riempire le sale.

Ma lo sfarzo tecnologico non basta a colmare un vuoto di pensiero; l’estetica monumentale rischia di rimanere un involucro magnifico e privo d’anima, lontano dal potersi definire un autentico capolavoro.

La cecità del conformismo

La cecità contemporanea è ben priva della preveggenza sacra di quella omerica; è piuttosto il vuoto visivo di un’epoca rimasta a corto di miti propri, incline a occupare, riscrivere e piegare i capisaldi della nostra civiltà ai dogmi transitori del momento.

Il grande cinema ha il dovere di sfidare lo spettatore, anziché rassicurarlo confermandone i pregiudizi storici. Ridurre l’epica classica a pretesto per l’ennesima sfilata di conformismo istituzionale significa snaturarla: la vera odissea cessa di essere il ritorno a casa di un eroe e diventa la deriva di una cultura occidentale in navigazione a vista, nel tentativo disperato di preservare la propria memoria dall’oblio.


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