quando una tragedia diventa consenso


EDITORIALE | TRA CRONACA, GIUSTIZIA E POLITICA

Dal caso Roggero nasce una provocazione: ci auguriamo che una rapina violenta, due morti e una famiglia terrorizzata non diventino l’ennesimo manifesto elettorale. In Italia, però, la politica ha spesso dimostrato di saper trasformare ogni vicenda dolorosa in una bandiera

In Italia la realtà riesce spesso a superare la fantasia. E quando la cronaca incontra la politica, perfino una tragedia può trasformarsi in un’improvvisa opportunità elettorale.

Naturalmente, al momento, non esiste alcuna candidatura. Non risulta che la sorella, un cugino, uno zio o un qualsiasi altro familiare dei rapinatori uccisi da Mario Roggero abbia ricevuto proposte da partiti politici.

È bene precisarlo subito, perché i fatti sono fatti e le provocazioni giornalistiche restano provocazioni.

Ma una domanda possiamo porcela: siamo certi che questa vicenda resterà soltanto una pagina di cronaca giudiziaria?

Non vorremmo che, dopo le interviste, le apparizioni televisive, gli appelli, le dichiarazioni indignate e le ricostruzioni familiari, arrivasse anche qualcuno pronto a trasformare questa storia in una bandiera politica.

Perché in Italia funziona spesso così: basta una vicenda capace di dividere l’opinione pubblica, una telecamera accesa e una narrazione emotivamente spendibile perché qualcuno intraveda subito un possibile bacino di consenso.

Ogni dolore diventa una causa. Ogni causa può diventare una candidatura. E ogni candidatura, naturalmente, può portare qualche voto.

Non importa più quale sia stata l’origine della storia. Non importa se tutto sia cominciato con una rapina violenta, con armi mostrate, persone minacciate e una famiglia immobilizzata dentro la propria attività commerciale.

A un certo punto resta soltanto l’epilogo: due uomini morti, un gioielliere condannato e una narrazione pronta per essere consegnata alla politica.

La storia, però, comincia dentro la gioielleria

Il caso Roggero non nasce dagli spari esplosi all’esterno del negozio. Nasce prima.

Nasce quando tre uomini decidono di entrare in una gioielleria, minacciare il titolare e i suoi familiari, immobilizzarli e impossessarsi di denaro e preziosi.

Quella non fu una visita di cortesia. Non entrarono con un mazzo di fiori e un vassoio di dolci. Entrarono per compiere una rapina e imposero la propria volontà attraverso la paura e la violenza.

Mario Roggero, dopo la fuga dei rapinatori, uscì dal negozio e sparò. Uccise Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino e ferì Alessandro Modica.

La magistratura ha stabilito definitivamente che, in quel momento, il pericolo immediato era cessato e che la sua condotta non potesse essere ricondotta alla legittima difesa. Roggero è stato condannato a 14 anni e 9 mesi di reclusione e si è costituito nel carcere di Bollate.

La sentenza si rispetta, anche quando una parte consistente dell’opinione pubblica la considera estremamente severa.

Ma rispettare una sentenza non significa cancellare il primo fotogramma della storia. Significa riconoscere che Roggero ha oltrepassato il confine stabilito dalla legge, senza dimenticare che, prima di diventare imputato e condannato, era stato vittima di una rapina violenta insieme alla propria famiglia.

Quando il racconto privato sostituisce i fatti

Le interviste ai familiari restituiscono inevitabilmente una dimensione privata. Il fratello affettuoso, il figlio, il padre, l’uomo delle abitudini quotidiane, dei pranzi condivisi e dei ricordi familiari.

È comprensibile che una famiglia conservi questa immagine. Ma il ricordo privato non può sostituire ciò che le immagini della rapina hanno mostrato.

Una persona può essere amorevole con i propri familiari e, contemporaneamente, assumere un comportamento violento durante una rapina. Le due dimensioni possono convivere, ma la prima non cancella la seconda.

Il rischio è che, attraverso una narrazione costruita esclusivamente sull’epilogo, il rapinatore venga progressivamente trasformato in una vittima estranea alle cause della tragedia, mentre il gioielliere venga rappresentato soltanto come il carnefice.

Non è così.

Roggero è responsabile degli spari e delle due morti, come definitivamente stabilito dalla giustizia. Ma Spinelli, Mazzarino e Modica furono responsabili della scelta di partecipare a quella rapina.

La responsabilità di Roggero non assolve i rapinatori. Esattamente come la violenza della rapina non assolve Roggero per ciò che fece successivamente.

Il buonismo che dimentica le responsabilità

Esiste una parte del dibattito pubblico che sembra incapace di distinguere tra la tutela dei diritti e la cancellazione delle responsabilità.

Ogni volta che una persona perde la vita, soprattutto in una vicenda destinata a dividere il Paese, si attiva una macchina narrativa che tende a rimuovere tutto ciò che è avvenuto prima.

Il morto diventa automaticamente un simbolo. La sua storia viene ripulita, semplificata e resa politicamente presentabile. Chi ricorda le responsabilità viene accusato di mancanza di umanità; chi invoca prudenza si ritrova arruolato, suo malgrado, in uno schieramento.

Ma la pietà non può diventare amnesia.

Una società civile deve garantire anche a chi delinque il diritto a essere arrestato, processato e giudicato. Nessun cittadino può sostituirsi allo Stato e nessuna rapina autorizza un’esecuzione.

Allo stesso tempo, una società seria non può fingere che chi perde la vita durante o dopo un’azione criminale sia completamente estraneo alla catena degli eventi che ha contribuito a mettere in moto.

Questo non è giustizialismo. È responsabilità personale.

I 780 mila euro che dividono l’Italia

A rendere ancora più esplosivo il caso sono le provvisionali complessive di 780 mila euro riconosciute ai familiari di Spinelli e Mazzarino. A queste si aggiungono 10 mila euro destinati ad Alessandro Modica, il rapinatore rimasto ferito.

Si tratta dell’effetto civile della condanna pronunciata nei confronti di Roggero. Sul piano giuridico, la decisione segue il principio secondo cui chi provoca illegittimamente una morte o una lesione è tenuto a risarcirne le conseguenze.

Sul piano sociale, però, l’effetto è stato devastante.

Una parte consistente dell’opinione pubblica percepisce quei 780 mila euro come un rovesciamento dell’ordine delle responsabilità. Il commerciante rapinato finisce in carcere e deve risarcire le famiglie degli uomini che avevano assaltato la sua attività.

È da questa percezione che nasce la provocazione dell’“assicurazione sulla vita del rapinatore”. Una formula certamente dura, ma capace di descrivere il sentimento di tanti cittadini: chi decide di partecipare a una rapina sembra poter contare, in caso di epilogo mortale provocato da una reazione giudicata illegittima, anche su un importante risarcimento destinato ai propri familiari.

Naturalmente il diritto non può funzionare sulla base degli slogan. Ma la politica avrebbe il dovere di interrogarsi sulla distanza sempre più profonda tra gli effetti delle norme e il comune sentimento di giustizia.

La politica resista alla tentazione

È qui che entra in gioco la politica. Non quella che studia le leggi, valuta gli effetti delle sentenze e prova a migliorare l’equilibrio tra sicurezza, proporzionalità della difesa e tutela della vita.

Parliamo della politica che cerca simboli, personaggi e storie da trasformare in consenso.

È un meccanismo trasversale, che non appartiene per natura a un solo partito o a un’unica area politica. Cambiano i protagonisti, cambiano le bandiere e cambiano le parole d’ordine, ma il metodo resta spesso lo stesso.

Una vicenda giudiziaria diventa una campagna. Un familiare diventa un simbolo. Un dolore privato viene trasferito su un manifesto. E alla fine, tra indignazione e solidarietà, si prova a raccogliere qualche voto.

Noi ci auguriamo che non accada con il caso Roggero.

Ci auguriamo che nessun partito trasformi i familiari dei rapinatori in strumenti di una battaglia ideologica. Ci auguriamo anche che nessuno utilizzi Roggero come un lasciapassare per sostenere che sia sempre lecito sparare a chi fugge.

La politica deve affrontare la complessità, non cercare scorciatoie emotive.

Deve discutere della sicurezza dei commercianti, della durata delle indagini, della tutela delle vittime, dei limiti della legittima difesa e delle conseguenze civili delle condanne.

Non ha bisogno di nuovi martiri da candidare o nuovi eroi da esibire.

In Italia, purtroppo, la realtà riesce spesso a superare la fantasia. Speriamo soltanto che questa vicenda resti una pagina di cronaca e non diventi, domani, un manifesto elettorale.


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 Francesco Panasci

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