In Pakistan è stata nuovamente sfiorata la tragedia per false accuse di blasfemia contro un cristiano. Solo l’intervento di polizia ed esercito ha permesso di evitare che a Karachi, come a Jaranwala tre anni fa, iniziasse una caccia al cristiano dalle conseguenze imprevedibili.
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Ancora false accuse di blasfemia contro un cristiano
Il 9 luglio persone non identificate hanno inviato a un negoziante musulmano di Qazafi Colony, situata in un’area residenziale e industriale di Karachi (Baldia Town), una lettera con all’interno una pagina del Corano bruciata, la foto di un cristiano, Azeem Javaid, e di sua madre, con tanto di riproduzione della carta d’identità di lei.
La denuncia del musulmano ha subito spinto una folla di centinaia di islamici a riunirsi per attaccare la casa di Javaid. Inizialmente, la polizia intervenuta per sedare la folla è stata cacciata a colpi di pietre e bastoni, poi attraverso il dispiegamento dell’esercito il governo provinciale è riuscito a bloccare la sommossa prima che i musulmani iniziassero a bruciare le case dei cristiani.
«Hanno cercato di incastrarlo»
Tra le dieci e le quindici famiglie cristiane di Baldia Town erano intrappolate in casa temendo il peggio, ma sono state salvate dalle forze dell’ordine. Asif Bastian, avvocato che si batte per la difesa dei diritti umani delle minoranze, ha dichiarato a Morning Star News: «Il pronto intervento del governo provinciale è stato fondamentale per evitare la tragedia».
Una fonte vicina alla famiglia di Javaid ha poi commentato così le accuse ricevute: «Javaid ha un lavoro stabile e non ha mai avuto alcuna controversia religiosa. C’è stata piuttosto una disputa finanziaria con alcune persone, che forse hanno cercato di incastrarlo. Ma non ha alcun senso che un cristiano dissacri il Corano e poi invii il materiale incriminato con la propria fotografia a un negozio davanti alla propria casa».
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L’abuso della legge sulla blasfemia
L’ipotesi che la legge sulla blasfemia sia stata abusata ancora una volta per risolvere problemi finanziari non è campata in aria. La scorsa settimana la presidente della commissione nazionale del Senato per i diritti umani, Samina Mumtaz Zehri, ha tenuto una seduta sulla legge sulla blasfemia.
Dopo aver raccolto e analizzato 333 casi di blasfemia denunciati in quattro province del paese negli ultimi cinque anni, la commissione è giunta alla conclusione che nella maggioranza dei casi le accuse sono inventate e motivate da vendette personali, dispute familiari e altri problemi personali.
«Abbiamo visto persone usare le accuse di blasfemia come un’arma per colpire altri per dispute personali e questa è una tragedia», ha dichiarato la presidente della commissione. «Le leggi non sono perfette ed è per questo che abbiamo chiesto consiglio a tutti i funzionari coinvolti così che le modifiche necessarie possano essere introdotte».
I casi sono in continuo aumento
Finora i diversi governi e il Parlamento pakistano si sono rifiutati di modificare in modo sostanziale la legge sulla blasfemia per paura di essere presi di mira dagli estremisti islamici. Ma la legge rovina la vita di migliaia di persone.
Tra il 1987 e il 2023 i casi di blasfemia sono stati 2.449. La maggioranza degli accusati è composta da musulmani, ma quasi il 50 per cento appartiene a minoranze religiose, che però in Pakistan costituiscono appena il 3,5% della popolazione. Nel 2024, almeno 475 persone sono state accusate di blasfemia, dopo i 329 casi registrati nel 2023. Secondo la Commissione nazionale per i diritti umani, i detenuti in carcere per blasfemia erano 11 nel 2020 e sono passati a 767 nel 2024. Ancora, negli ultimi 30 anni, tra il 1994 e il 2024, 109 persone accusate di blasfemia sono state uccise da folle inferocite. Tra queste, 26 erano cristiani, cioè il 25% e questo nonostante i cristiani rappresentino l’1 per cento della popolazione.
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Il Pakistan deve cambiare
La revisione della legge è necessaria affinché non si verifichino più ingiustizie come quella accaduta a Dennis Albert, cristiano scagionato da false accuse di blasfemia il 6 luglio dopo aver passato più di due anni in carcere. Il 22 giugno, invece, è stato assolto Nadeem Masih, cattolico non vedente accusato di blasfemia che ha dovuto passare 10 mesi in carcere.
L’1 luglio, Amir Peter, 61 anni, affetto da demenza, è morto nel carcere distrettuale di Lahore dove si trovava da oltre un anno in attesa di giudizio per false accuse di blasfemia. Peter, secondo quanto riportato dagli attivisti che hanno seguito il suo caso, è anche stato «picchiato mentre era in custodia dalla polizia perché confessasse un crimine che non aveva mai commesso».

Chi perseguita i cristiani non paga mai
L’abuso della legge sulla blasfemia non è l’unico problema. Se false accuse e violenze continuano ad aumentare è perché gli imputati musulmani dei reati più gravi vengono sempre scagionati in un modo o nell’altro.
Il caso più emblematico è l’assoluzione da parte della Corte Suprema dei musulmani imputati per l’uccisione di Shahzad Masih e sua moglie Shama Bibi. Il caso dei due cristiani, colpiti da false accuse di blafemia, aveva fatto scalpore nel 2014: una folla di musulmani, infatti, li aveva bruciati vivi gettandoli in un forno.
I giudici hanno espresso simpatia per i familiari delle vittime, ma hanno dichiarato che la procura ha gestito così male il caso che non è possibile condannare gli imputati oltre ogni ragionevole dubbio. Così, per il terribile assassinio dei due cristiani, ancora una volta non c’è giustizia.
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Leone Grotti
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