Coppia gay fa causa alla madre surrogata. Altro che Gpa solidale


Che la gestazione per altri sia un sistema dove i desideri dei più forti diventano ordini e dove il bambino è ridotto a una merce con tanto di clausole di recesso, lo racconta bene una vicenda recente accaduta in Canada, Paese in cui la gestazione per altri è “solidale” e il Sistema sanitario nazionale copre gran parte delle spese. La storia, poco ripresa sui media italiani, è stata raccontata dal National Post:

Una coppia canadese ha intentato causa contro la madre surrogata che ha portato in grembo il loro figlio, due anni dopo che quest’ultima si era rifiutata di interrompere la gravidanza a causa di una labiopalatoschisi e di possibili anomalie genetiche. La madre surrogata, residente in Ontario, ha insistito affinché venissero effettuati ulteriori esami e alla fine la coppia omosessuale ha acconsentito a portare avanti la gravidanza, poiché gli specialisti hanno indicato che il bambino era sano e presentava una malformazione congenita relativamente lieve. Ma in una causa intentata presso la Corte Superiore dell’Ontario lo scorso maggio, i genitori sostengono che la donna non li abbia tenuti informati sulla salute del bambino, abbia messo a rischio il piccolo, abbia causato loro un forte stress emotivo e abbia violato la loro riservatezza, accuse che la madre surrogata nega con veemenza. Nell’atto di citazione non si menziona specificamente la loro richiesta, avanzata nel giugno 2024, di interrompere la gravidanza alla ventiduesima settimana. Tuttavia, sia la madre surrogata che il responsabile dell’agenzia che le ha messe in contatto affermano che il rapporto ha iniziato a deteriorarsi dopo il disaccordo sull’aborto.

«Vogliamo interrompere la gravidanza in conformità con il nostro contratto»

La coppia gay avrebbe chiesto un risarcimento di 600.000 dollari perché, sostanzialmente, la madre surrogata di loro figlio non avrebbe eseguito i loro ordini, rifiutandosi di abortire dopo che sembrava che il feto avesse una malformazione (poi rivelatasi lieve) e scegliendo di partorire in casa.

La donna racconta che il loro rapporto è stato positivo durante i primi mesi di gravidanza, ma poi, alla fine di giugno del 2024, ha comunicato loro i risultati di un’ecografia che indicava la presenza di una labiopalatoschisi nel bambino, forse anche di una palatoschisi e di un piccolo difetto cardiaco. La madre surrogata a quel punto ha ricevuto una lettera dal tono formale e legale dai “genitori intenzionali”.

«Considerato che gli esami medici indicano che il feto presenta, o è probabile che presenti, un’anomalia o un difetto genetico, cromosomico o di altro tipo, e in conformità con l’articolo 8.5 (a) del nostro accordo di maternità surrogata… desideriamo informarvi della nostra volontà di interrompere la gravidanza», si leggeva nella lettera riportata dal quotidiano canadese. «Sebbene molto difficile, questa decisione è libera e consapevole».

Il labbro leporino e il no all’aborto

Lontana da casa, in un paese in via di sviluppo e priva di sostegno personale, la madre surrogata ha dichiarato di essere “devastata” e “in uno stato pietoso” dopo aver ricevuto la richiesta inaspettata.

Ha affermato che avrebbe acconsentito all’aborto se il bambino non avesse avuto alcuna possibilità di sopravvivenza dopo la nascita, ma non si sentiva a suo agio nell’interrompere una gravidanza di 22 settimane con quello che considerava un difetto prevalentemente estetico. Racconta che i genitori si sono recati a Toronto, dove i medici del Mount Sinai Hospital, specializzato in ostetricia, hanno affermato che il bambino non presentava altri problemi oltre al labbro leporino ed era in buona salute. I genitori hanno quindi acconsentito a procedere.

Per la legge canadese la donna incinta ha l’ultima parola sull’aborto, a prescindere da ciò che altri, compresi altri genitori, possano consigliarle di fare. Ulteriori conflitti sono sorti quando la madre ha insistito per attenersi al piano originale di far nascere il bambino in casa, con l’assistenza di ostetriche, e non in ospedale come richiesto dai genitori a causa del labbro leporino. Il bambino ha avuto problemi respiratori alla nascita, ma si è ripreso presto grazie alla somministrazione di ossigeno da parte delle ostetriche, che hanno poi chiamato un’ambulanza per portarlo in ospedale, racconta la madre.


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«Mi sento usata». Ma va?

I genitori hanno portato a casa il bambino e, per la maggior parte del tempo, hanno interrotto ogni contatto con la madre surrogata, racconta la donna. Alla fine, ha chiesto loro un rimborso di circa 10.000 dollari per le spese non coperte, tra cui il mancato guadagno derivante dal lavoro durante la gravidanza, i contributi al fondo pensione non versati e le spese di trasporto.

Non avendo ricevuto alcuna risposta dopo ripetute richieste, si è rivolta al tribunale per le controversie di modesta entità, scoprendo però che il loro contratto prevedeva che tali controversie venissero risolte tramite arbitrato. A questo punto è arrivata la causa intentata dai genitori, che ha sollevato una serie di altre questioni.

La denuncia accusa inoltre la donna di aver violato la loro riservatezza e di aver causato loro un grave disagio emotivo, con uno dei genitori impossibilitato a lavorare dal 2 luglio 2024 – data in cui la donna dichiarò che non avrebbe abortito – fino a settembre 2025. «Mi sento usata», ha detto la donna nelle parole riportate dal National Post, «Non hanno avuto la figlia perfetta che desideravano e mi hanno abbandonata».

Altro che gestazione per altri “solidale”

Comico, se non fosse tragico, il commento di Sally Rhoads-Heinrich, titolare di Surrogacy in Canada Online, riportato dal National Post: «La maggior parte di loro intraprende una gravidanza semplicemente per aiutare gli altri, ma a volte non riesce a ottenere il rimborso delle spese o si ritrova letteralmente sola con il bambino quando i genitori se ne vanno. La cosa che trovo più difficile in questa vicenda è che stanno facendo causa alla donna che ha portato loro il figlio. Come si sentirà il figlio un giorno, se lo scoprirà?».

Già, come si sentirà un figlio a sapere non solo che i genitori intenzionali hanno abbandonato la donna che lo ha portato in grembo, ma soprattutto a sapere che quella donna lo ha abbandonato dopo averlo messo al mondo in cambio di un solidale rimborso spese?

Nulla a che vedere con l’amore

Come ha detto la bioeticista canadese Moira McQueen, «la controversia in Ontario illustra come la separazione tra concepimento, gravidanza e genitorialità, assegnandoli a persone diverse, possa creare conflitti che nessun contratto può prevenire completamente». Ne dà conto Ewtn:

La natura contrattuale del rapporto “non ha nulla a che vedere con l’amore”, ha affermato. McQueen si è chiesta quale ruolo ricopra il bambino in un accordo basato su contratti e negoziazioni piuttosto che su un rapporto familiare affettuoso. Anche se l’accordo dovesse funzionare, “il problema è quello che hanno fatto a quella persona nell’altro Paese. È usare le persone. È sfruttarle”.

Che l’amore non c’entra nulla e si parla soltanto di contratti, clausole e accordi lo esplicita ancora la stessa Sally Rhoads-Heinrich: «Questo accordo si è deteriorato terribilmente perché a volte le parti (anche con i migliori interessi e contratti ben definiti) possono cambiare idea», ha detto a Canadian Catholic News. «Tutti sono stati sottoposti a un’accurata selezione, a consulenza, hanno stipulato contratti legali e hanno ricevuto supporto». Ma se è così è ovvio che una madre surrogata la cui gravidanza non soddisfa più le aspettative dei genitori intenzionali può essere vista come se avesse “violato il contratto”, e quindi abbandonata.

Se c’è un contratto, il bambino è un prodotto

La madre surrogata del caso canadese si è stupita del fatto che la coppia omosessuale che le aveva commissionato il figlio non solo l’avesse abbandonata, ma le abbia anche fatto causa, come se da persone pronte a uccidere un bambino nel ventre di una donna per un difetto al labbro ci si potesse aspettare qualcosa di diverso.

Come se ci fosse qualcosa di “solidale” nel regalare figli o in un sistema dove somme di denaro elargite per retribuire i nove mesi di gestazione, pagare agenzie, medici, notai, avvocati, continuano a trasformare le donne “buone e altruistiche” in nient’altro che “operaie della gravidanza” alimentando un business a molti zeri. Lo abbiamo scritto e riscritto: tutele non esistono in un “lavoro” che coinvolge la donna 24 ore su 24 per nove mesi (anche di più considerando la preparazione ormonale) in una gravidanza e un parto, nella cessione ai committenti non soltanto della disponibilità del proprio corpo ma anche buona parte dei propri diritti.

Una disponibilità “regolamentata” tra adulti e che si esercita ai danni di un terzo, il bambino, ridotto a oggetto di desideri o risarcimenti e del quale si determina unilateralmente il destino: disponendo della sua stessa vita, vendendolo o “donandolo”. O ancor buttandolo, come un’auto di seconda mano ceduta con un guasto al motore non dichiarato.

Secondo una stima riportata dal National Post, per ogni donna disposta a offrire il servizio di Gpa in Canada ci sono circa 100 famiglie in cerca di una madre surrogata. Un libero mercato di bambini diventati pacchi dono e “portatrici” usate come forni chiamato gestazione per altri “solidale”


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 Piero Vietti

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