SENZA NUOVE IDEE E OPPORTUNITÀ SI RISCHIA UN FUTURO GIÀ VECCHIO
Viviamo in una società che ama definirsi moderna, dinamica e meritocratica, ma che troppo spesso continua a funzionare secondo logiche profondamente gerontocratiche.
I giovani vengono celebrati nei discorsi pubblici, evocati come “il futuro del Paese”, utilizzati come simbolo di innovazione e cambiamento.
La realtà è ben diversa
Tuttavia nella realtà dei fatti, raramente viene concesso loro spazio concreto nei luoghi decisionali, nelle istituzioni, nel mondo del lavoro e persino nel dibattito culturale.
La mancanza di risalto dei giovani talenti rappresenta oggi una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo. Da una parte si richiedono competenze nuove, creatività, capacità di adattamento e visione internazionale; dall’altra, le posizioni di potere e influenza restano saldamente nelle mani delle stesse generazioni da decenni. Ne deriva un sistema bloccato, incapace di rinnovarsi davvero.
Molti giovani altamente qualificati si trovano costretti ad affrontare anni di precarietà, stipendi insufficienti e scarse possibilità di crescita. Il talento esiste, ma raramente trova spazio. Non sorprende allora che sempre più ragazzi decidano di trasferirsi all’estero, dove competenze e capacità vengono spesso riconosciute con maggiore rapidità.
Il futuro in cerca di fiducia
La mancanza di fiducia verso nuove generazioni produce un effetto ancora più grave: alimenta la sfiducia dei giovani verso il sistema stesso. Quando l’accesso alle opportunità appare bloccato, cresce la sensazione che l’impegno non basti più. E una società che scoraggia il merito rischia inevitabilmente di perdere energie, creatività, competitività.
Il paradosso è evidente. Viviamo in un’epoca che cambia rapidamente, trainata dalla tecnologia, dalla comunicazione digitale e da nuovi modelli economici, ma continuiamo ad affidarci a strutture decisionali lente e poco aperte al ricambio. Si chiede ai giovani di essere preparati, flessibili, innovativi senza però concedere loro la possibilità concreta di incidere.
Il cambiamento sociale
In 30/40 anni abbiamo assistito ad un cambiamento sociale e tecnologico che ha stravolto i normali ritmi di adattamento, se pensiamo all’avvento del cellulare, che nell’arco di pochi anni è passato da un semplice strumento di comunicazione ad un sofisticato mini computer dotato di IA. Contemporaneamente il COVID, ha creato terreno fertile nell’innescare un processo, soprattutto per le nuove generazioni, di scollamento dalla realtà ad una velocità supersonica, che non ha consentito un normale percorso di adattamento al normale evolversi della società.
Il risultato è evidente, da un lato giovani che attraverso le tecnologie ormai alla portata di tutti cercano di cavalcare l’onda della visibilità, del facile guadagno, senza magari avere alle spalle un bagaglio culturale che consenta loro di consolidare il percorso intrapreso.
Dall’altro lato giovani talentuosi che si ritrovano ad andare avanti perché qualcosa di sano in loro è rimasto, con sacrifici e impegno ma trovandosi poi a cozzare con un mondo del lavoro caotico e poco comprensibile.
Le professioni mediche, giuridiche, ingegneristiche, tecnologiche richiedono tempi lunghissimi di apprendistato, remunerate pochissimo per chi è fortunato, altrimenti a costo zero. Il tutto in un contesto in cui si richiede competenza, ma che non è riconosciuta a livello economico, il giovane che deve entrare nel mondo lavorativo vive in uno stato di demotivazione e scarso entusiasmo. Chi non molla arriva, forse, alla meta in un’età ormai avanzata.
Fino a qualche anno fa, vale a dire le generazioni che oggi si trovano al culmine o alla fine del loro percorso lavorativo, avevano sì altro genere di problema per emergere (non tutti potevano permettersi di studiare), ma non dovevano confrontarsi con una società consumistica che richiede sempre di più, e con un gap generazionale che negli ultimi anni è diventato abissale.
Il mondo del lavoro
L’Italia continua ad essere tra i Paesi europei con le maggiori difficoltà nell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Mentre Paesi come Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Svizzera, Austria trasformano il talento giovanile in una leva strategica per la crescita, l’Italia continua a inseguire.
Nonostante recenti miglioramenti, resta tra i Paesi OCSE con la maggiore quota di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Un segnale che il problema non è la qualità dei nostri ragazzi, ma la capacità del sistema di valorizzarli.
Valorizzare i giovani non significa mettere da parte l’esperienza. Significa costruire un dialogo tra generazioni, permettere un passaggio graduale di responsabilità e riconoscere che il rinnovamento non è una minaccia, ma una necessità. Una società che non investe sui propri giovani talenti finisce infatti per condannarsi all’immobilismo.
Continuare a ignorare questo problema significa accettare un Paese sempre più chiuso, dove il cambiamento resta solo uno slogan. E senza nuove voci, nuove idee e nuove opportunità, il rischio è quello di costruire un futuro già vecchio prima ancora di iniziare.
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Loretta Cardoni
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