Ecco il testo completo dell’omelia pronunciata dal Patriarca di Venezia Francesco Moraglia durante la S. Messa solenne celebrata la sera di domenica 19 luglio 2026 nella basilica veneziana del Santissimo Redentore in occasione dell’omonima festa.
S. Messa nella solennità del Santissimo Redentore
(Venezia – Basilica del Santissimo Redentore, 19 luglio 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Saluto il sindaco e il prefetto, le autorità civili e militari, i confratelli nel sacerdozio, i diaconi, i consacrati e le consacrate, i membri delle congregazioni, i fedeli laici e la fraternità cappuccina, il padre provinciale – che ringrazio per il saluto iniziale – e il parroco padre Fabio.
È questo il primo anno in cui le parrocchie della Giudecca convergono, in modo unitario, al Redentore; è un cammino faticoso perché richiede a tutti di fare un passo indietro per poter andare avanti insieme. Al parroco e alle comunità della Giudecca chiedo di essere sempre più affidabili nel portare avanti gli impegni assunti; è la premessa per camminare insieme.
Cari fratelli e sorelle, celebriamo quest’anno il 450° anniversario della Festa del Redentore che vede ancora oggi – a distanza di quattro secoli e mezzo – il popolo veneziano adempiere il voto fatto dal Senato della Repubblica, nell’anno 1575/6, per ringraziare della liberazione dal flagello della peste.
Il nome dell’amore nel tempo è la fedeltà. Il pellegrinaggio al tempio costruito in onore del Santissimo Redentore dice perpetua gratitudine a Colui che perdona chi guarda a Lui.
Cambiano i tempi, cambiano le epoche, ma Venezia continua ad affidarsi al Santissimo Redentore per essere liberata dai suoi mali e così il Patriarca, le autorità, il popolo si recano ancora in pellegrinaggio, qui, alla Giudecca, per celebrare l’Eucaristia e affidare la città al Santissimo Redentore.
Riflettiamo su quante situazioni geopolitiche, economiche e culturali si sono susseguite da quel 1576: la prima rivoluzione industriale, la scoperta dell’energia elettrica, la rivoluzione tecnologica e telematica che hanno cambiato la cultura della società. Oggi, in cui viviamo l’era dell’intelligenza artificiale, questo pellegrinaggio continua ad esprimere l’animo del nostro popolo.
L’uomo è legato al tempo ma non si identifica con il tempo, nonostante molti “identifichino” l’uomo con la sua dimensione storica. L’essere, infatti, è connesso al tempo ma non si identifica con esso. Il Santissimo Redentore è Dio che entra nella storia, l’accarezza, la redime, la salva.
Il flagello della peste ha ceduto oggi il passo al flagello della guerra, anzi, alle guerre del nostro tempo; è un flagello che uccide innanzitutto le anime ed è un dramma che deflagra a tutti i livelli e lacera l’umanità dall’interno, lasciando una profonda striscia di odio che rimane anche dopo la loro conclusione.
Per il cristiano il desiderio di conversione e perdono è il frutto dell’incontro con Gesù, il Santissimo Redentore. Solo Lui può donare la pace ed è in grado di trasformare il cuore dell’uomo.
In tale contesto, la Parola di Dio appena ascoltata si pone come l’unica soluzione che possa risolvere alla radice questo problema che accompagna da sempre l’umanità.
La voce del profeta Ezechiele (Ez 34,11-16) contiene un messaggio consolante. Sì, già nell’Antico Testamento Dio si rivela come il pastore del suo popolo. Quando i pastori d’Israele smarriscono le pecore loro affidate è perché hanno smarrito se stessi e allora Dio promette che interverrà: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna” (Ez 34,11).
Ezechiele ci ricorda che Dio non è un sovrano che abita lontano, un giudice distaccato, ma Colui che si china sulle ferite degli uomini e va in cerca della pecora smarrita. È Colui che ne fascia le ferite e cura la malata. Dio è il Pastore che conosce le sue pecore una ad una. E le ama di un amore premuroso, concreto e disponibile che mai viene meno.
Questa immagine tratta dal libro di Ezechiele ci presenta un Dio vicino all’uomo e interessato a lui e trova la sua compiutezza nel salmo 22 in cui scopriamo chi siamo per Dio: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce” (vv.1-2). Nel mondo ci sono uomini assetati di pace; il Signore offre l’acqua viva dello Spirito capace di saziare la sete di giustizia e fraternità.
Il salmo continua: “Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome” (Sal 22,3). Dio non ci abbandona nel deserto dei nostri peccati e delle nostre vendette. Sempre è vicino e porge la mano, qualunque cosa abbiamo fatto. Chiede solo di fidarci della sua Parola e di lasciarsi condurre – “Non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 22,4) – in un cammino di vera conversione.
Quante valli oscure, quante tragedie nei territori martoriati del mondo tra Ucraina, Gaza e più di sessanta altri teatri di guerra, spesso a noi sconosciuti. Eppure, in quel buio, la presenza del divino Pastore è la nostra unica certezza: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 22,4). Non è la forza delle armi, non è la logica della sopraffazione, ma è la guida sicura e amorevole del Buon Pastore a salvarci.
“Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici” (Sal 22,5): qui c’è spazio per la vittoria di Cristo ed ecco la mensa dell’Eucaristia, dove non ci sono vinti e vincitori ma fratelli, dove si spezza lo stesso pane; davvero è una grande responsabilità partecipare all’Eucaristia; e dovremmo interrogarci di più in proposito.
“Abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni” (Sal 22,6): questa è la nostra meta, è la vita eterna, dove non ci saranno più lacrime, né lutto, né affanno.
Ma come noi, peccatori e uomini fragili, possiamo giungere a questa pace? San Paolo ci risponde nella seconda lettura di oggi: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Quando eravamo lontani, quando noi eravamo artefici di divisione e di peccato, siamo stati perdonati e salvati attraverso la Croce del Redentore.
L’apostolo Paolo aggiunge: “A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui” (Rm 5,9). Se ci ha amati e perdonati quando eravamo nemici, quanto più ora – che siamo i suoi figli – ci custodirà, ci ricolmerà della sua grazia e ci sosterrà nelle prove!
Se la preghiera è lasciar parlare Dio nella nostra vita, allora anche le guerre vengono meno perché le guerre hanno delle premesse e quella più ripetitiva (e monotona), che sta a capo di ogni guerra in ogni tempo e latitudine, è: io e i miei diritti, che poi diventano le mie pretese.
La fede ci impone di guardare alle guerre che affliggono il mondo con uno sguardo nuovo, lo sguardo di Gesù. Papa Leone ci ha ricordato più volte che “Dio non benedice mai la violenza”. Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a ciò che accade nel mondo, ma sappiamo di avere un’arma potente, seppure disarmata: la preghiera e il desiderio d’incontrare l’altro.
Lo stesso Santo Padre ci ha insegnato che la vera pace è la “pace disarmata e disarmante”, ossia una pace non costruita sulla paura e sull’oppressione, ma sulla giustizia e sulla verità.
Qual è la fonte, il luogo originario, dove questa pace nasce e si rigenera? È nel cuore dell’uomo. Non ci potrà essere pace tra i popoli e non ci potrà essere tregua tra le nazioni se prima non ci sarà pace nei cuori. La guerra comincia sempre dall’egoismo, dalle chiusure, dal rancore verso il prossimo. Qui trae origine il male.
Quando chiediamo e invochiamo la pace dovremmo anche e sempre chiederci: ma noi siamo motivo e strumento di pace nelle nostre relazioni umane?
Cristo Redentore oggi ci chiede di deporre le armi dell’orgoglio. E di riscoprire il sacramento della riconciliazione. Accostandoci al perdono di Dio, lasciamo che Lui guarisca le nostre ferite interiori trasformando i nostri cuori e rendendoli capaci di accogliere, di perdonare, di amare.
Attraversando il ponte votivo non possiamo portare sull’altra sponda solo una tradizione, ma l’impegno d’essere costruttori di pace nella preghiera e nel dialogo. Dove? Nel nostro ambiente di vita.
Chiediamo al Santissimo Redentore la grazia delle grazie: guarire il nostro cuore e fare di noi stessi gli strumenti della sua pace perché da un cuore riconciliato con Dio si possa davvero irradiare la pace in noi, nelle nostre famiglie, nella nostra città, nel mondo.
Accostiamoci, in occasione della festa del Redentore, al sacramento della riconciliazione e riscopriamolo come vero “ponte” salvifico di Gesù che entra nella nostra vita, si china sulle nostre ferite e perdonando ci trasforma in comunità riconciliata.
La realtà della festa del Redentore è profondamente “cristocentrica” e ci dona la grazia che da Lui viene, per il suo sangue versato sulla croce, e che riceviamo nell’Eucaristia e negli altri sacramenti.
Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1424, il sacramento della riconciliazione ci dona l’amore di Dio che ci riconcilia, permettendoci di entrare nel mistero pasquale. La Chiesa insegna che tale sacramento è come un “secondo battesimo” che risana le relazioni ferite dal peccato, sia con Dio sia con i fratelli.
Il sacramento della riconciliazione è il sacramento della conversione e del perdono che è la vera novità nelle relazioni umane. Torniamo a comprendere il senso degli atti richiesti al peccatore che vuole convertirsi:
- l’esame di coscienza per comprendere il male compiuto: esaminiamo la nostra vita alla luce della Parola di Dio e interroghiamoci sulle omissioni, ossia su quanto avrei potuto fare e non ho fatto, lasciando così che il male entrasse in me e plasmasse il mio ambiente;
- l’accusa dei peccati che si è chiamati a confessare con fede e umiltà, affidando le proprie fragilità al nostro Santissimo Redentore;
- il proponimento di riparare, ovvero di accettare un atto di penitenza unito al sacramento del perdono. La vera riparazione è l’impegno a cambiare vita, perdonando a nostra volta chi ci ha offeso.
Così attraversiamo il ponte della riconciliazione e del ritorno a Dio e celebriamo veramente la festa del Santissimo Redentore. Ma il vero ponte da attraversare oggi è quello del nostro cuore: lo lasciamo percorrere dal Signore?
Com’è noto, stiamo vivendo lo speciale Anno Giubilare Francescano in occasione degli 800 anni dalla morte di san Francesco e proprio il Santo d’Assisi ci ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio delle forze né da un semplice desiderio umano.
Nasce piuttosto dall’incontro con Cristo, il Redentore. Per questo il saluto di Francesco era: “Il Signore ti dia pace”. Non un augurio generico, ma la certezza che solo chi si lascia riconciliare da Cristo può diventare costruttore di ponti tra gli uomini. La pace che Francesco annuncia è la fonte che il Redentore ha aperto sulla croce.
Francesco guarda sempre e solo a Cristo. Ogni sua scelta, rinuncia o gesto di fraternità nasce dalla contemplazione del Crocifisso. Egli comprende che il Redentore non salva il mondo con la forza, ma con l’amore fino alla fine. Per questo diventa un uomo libero, povero e gioioso: ha scoperto che il vero tesoro è lasciarsi amare e trasformare dal Signore.
Così Francesco continua ad indicarci la radice della pace: un cuore convertito a Dio. Solo chi riconosce Dio come Padre può riconoscere ogni uomo come fratello. Ecco perché il suo messaggio continua a parlare anche al nostro tempo. Il Santissimo Redentore ci ricorda che la speranza non nasce dalle nostre capacità o risorse, ma dall’amore di Cristo che redime il mondo. Francesco ci insegna a tenere lo sguardo fisso sul Signore per lasciarsi trasformare dal suo amore e diventare strumenti della sua pace.
Celebrare la festa del Redentore è, dunque, credere che Cristo continua a redimere la storia e Francesco dice che questa redenzione diventa credibile quando si traduce in gesti di fraternità, di cura per gli ultimi, di custodia del creato e di ricerca della pace.
Il ponte votivo del Redentore diventi il simbolo del cammino interiore che ci riporta a Cristo, l’unico che riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini tra loro. E di questo tutti abbiamo bisogno.
Buona festa del Redentore!
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