EDITORIALE • Prima le accuse, poi le indagini. La morte di Fakir e gli scontri di Bologna impongono una riflessione sul clima di odio che rischia di travolgere le istituzioni e chi è chiamato ogni giorno a garantire la sicurezza dei cittadini.
21 lulgio 2026 — Prima ancora dell’autopsia e della ricostruzione completa dei fatti, una parte della politica aveva già individuato i colpevoli. Il presidio sostenuto dal sindaco Matteo Lepore è poi degenerato in violenze e scontri. Ma restano ancora molte domande, anche sulle condizioni di Fakir e su ciò che è accaduto prima dell’arrivo degli agenti.
C’è una differenza sostanziale tra chiedere verità e giustizia e fabbricare un colpevole prima ancora che i fatti siano stati accertati.
La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna durante un intervento della Polizia, merita un’indagine rigorosa, completa e trasparente. Ogni eventuale responsabilità dovrà essere stabilita dalla magistratura attraverso l’autopsia, le testimonianze, le immagini delle bodycam, i filmati disponibili e la ricostruzione dell’intera sequenza degli avvenimenti.
Quello che non può essere accettato è che un video parziale, per quanto drammatico, diventi automaticamente una sentenza e che gli agenti coinvolti siano trasformati, prima ancora degli accertamenti, nel bersaglio di una condanna politica, mediatica e di piazza.
La Procura ha precisato che i fatti da esaminare sono più estesi rispetto alle sole immagini diffuse sui social. La Polizia era intervenuta dopo alcune segnalazioni relative a un uomo in forte stato di agitazione che, secondo le prime ricostruzioni, avrebbe assunto comportamenti aggressivi e danneggiato un’automobile.
Sono circostanze che non giustificano la morte di nessuno e che non cancellano il dovere di verificare il comportamento degli agenti. Ma non possono neppure essere eliminate dal racconto, come se l’intervento della Polizia fosse nato dal nulla o come se gli uomini in divisa avessero deciso autonomamente di cercare Fakir per strada.
Lepore e quella manifestazione convocata prima della verità
In questo clima colpisce la scelta del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che non ha atteso l’autopsia, gli esiti dell’indagine o una prima ricostruzione completa della vicenda. Ha immediatamente sostenuto un presidio pubblico per Fakir, assumendo una posizione politica mentre la magistratura non aveva ancora stabilito che cosa fosse realmente accaduto.
Un sindaco non è un commentatore dei social. È il rappresentante dell’intera comunità, compresi gli uomini e le donne delle forze dell’ordine. Avrebbe dovuto innanzitutto richiamare tutti alla prudenza, chiedere verità e rispetto delle istituzioni, evitando che una morte ancora da chiarire diventasse il pretesto per una condanna preventiva.
Invece la manifestazione sembrava già pronta, tirata fuori dal cassetto prima ancora che gli investigatori potessero iniziare seriamente il proprio lavoro. Da uomo della sinistra — e il gioco di parole viene quasi spontaneo — Lepore si è mosso nella direzione politicamente più prevedibile: la piazza prima degli accertamenti, la protesta prima della verità, il sospetto contro la Polizia prima delle prove.
Non si può affermare che il sindaco desiderasse gli scontri o sapesse con certezza che sarebbero avvenuti. Sarebbe un’accusa non dimostrabile. Si può però contestare duramente la sua valutazione politica.
In un clima già incandescente, segnato da slogan contro le divise e da una crescente delegittimazione delle forze dell’ordine, era ampiamente prevedibile il rischio che gruppi antagonisti potessero approfittare della manifestazione per trasformarla nell’ennesimo attacco diretto contro la Polizia.
Ed è proprio ciò che è accaduto.
Dopo una prima fase pacifica, alcuni gruppi hanno affrontato le forze dell’ordine, lanciando oggetti e petardi, utilizzando transenne, danneggiando mezzi e costringendo gli agenti a intervenire con lacrimogeni e idranti. Una manifestazione presentata come richiesta di verità e giustizia è degenerata ancora una volta in guerriglia urbana.
La famiglia di Fakir ha successivamente preso le distanze dalle violenze. Ma il punto politico rimane: un’iniziativa sostenuta dal sindaco, organizzata quando non esisteva ancora alcuna verità giudiziaria, ha offerto il terreno sul quale una parte della piazza ha inscenato una nuova caccia al poliziotto.
La malattia invocata dopo la tragedia pone altre domande
C’è poi un secondo aspetto, ancora più delicato, che non può essere eluso.
La nipote di Fakir lo ha descritto pubblicamente come una persona malata. La sofferenza e la fragilità di un uomo meritano rispetto, assistenza e protezione. Ma quella dichiarazione non può essere utilizzata soltanto dopo la tragedia per attribuire ogni responsabilità a chi è stato chiamato a intervenire.
Se Fakir era davvero una persona malata, chi si stava occupando di lui? Era seguito dai servizi sanitari? La sua condizione era stata segnalata alle autorità competenti? Erano stati richiesti interventi di assistenza, cura o tutela? Se sì, che cosa è stato fatto? Se no, perché?
Sono domande legittime, che meritano una risposta tanto quanto quelle relative al comportamento della Polizia.
Naturalmente una famiglia non possiede il potere di rinchiudere una persona o di limitarne arbitrariamente la libertà. Neppure una malattia consente di considerare automaticamente qualcuno pericoloso.
Ma se i familiari erano consapevoli di una condizione grave, soprattutto se accompagnata da crisi, comportamenti incontrollabili o rischi per lui stesso e per gli altri, avevano almeno il dovere morale di chiedere aiuto, attivare i servizi sanitari e rappresentare chiaramente la situazione alle autorità competenti.
Non basta dire, dopo una tragedia, che una persona era malata. Bisogna anche domandarsi che cosa sia stato fatto prima per impedirle di arrivare a una situazione tanto grave da rendere necessario l’intervento d’emergenza delle forze dell’ordine.
La famiglia ha tutto il diritto di chiedere verità e giustizia. È una richiesta umana e legittima. Ma la ricerca della verità non può iniziare soltanto nel momento in cui gli agenti arrivano sul posto.
Deve partire prima.
Deve chiedersi chi conosceva le condizioni di Fakir, se fosse seguito, se si fossero già verificati episodi analoghi e se qualcuno avesse segnalato il rischio che quella fragilità potesse trasformarsi in un pericolo per lui stesso o per la comunità.
Perché quando una persona in evidente stato di sofferenza arriva a creare un’emergenza, non può essere chiamato in causa soltanto chi interviene per ultimo. È necessario interrogarsi anche su ciò che è accaduto — o che non è accaduto — prima.
Prima chiamano la Polizia, poi la accusano di essere intervenuta
La Polizia non si è presentata al Pilastro per cercare Fakir o per perseguitarlo. Gli agenti sono intervenuti perché qualcuno li aveva chiamati.
Questo particolare, apparentemente semplice, viene sistematicamente rimosso dal processo mediatico.
Quando una persona dà in escandescenze, danneggia beni o mette in allarme i cittadini, sono proprio i cittadini a chiedere l’intervento dello Stato. Gli agenti arrivano spesso senza conoscere la storia personale o clinica del soggetto, senza sapere se abbia assunto sostanze, se possieda armi, se sia in grado di comprendere gli ordini o se possa diventare improvvisamente pericoloso.
Si trovano a dover decidere in pochi secondi, in condizioni di forte tensione, mentre chi osserva successivamente le immagini ha ore e giorni per analizzare ogni singolo movimento.
Poi, se durante quell’intervento accade una tragedia, gli stessi agenti vengono immediatamente dipinti come assassini.
Prima li chiamiamo perché abbiamo paura. Poi li condanniamo perché sono intervenuti.
Questo meccanismo è diventato politicamente e socialmente insopportabile.
La piazza dell’odio contro le divise
Durante gli scontri sono stati gridati slogan come “poliziotti assassini” e “tutto il mondo vi odia”. Non erano richieste di giustizia. Erano dichiarazioni di odio rivolte indistintamente contro un’intera istituzione dello Stato.
Contestare il comportamento di un singolo agente è legittimo. Chiedere chiarezza è doveroso. Pretendere che eventuali abusi siano accertati e puniti rappresenta un principio irrinunciabile di ogni democrazia.
Trasformare però ogni episodio controverso in un assalto generalizzato alla Polizia significa alimentare una strategia di delegittimazione delle istituzioni.
Una parte della sinistra continua a usare un doppio linguaggio. A parole condanna la violenza; nei fatti contribuisce a costruire il clima politico e culturale nel quale le forze dell’ordine vengono rappresentate come un corpo estraneo, repressivo e nemico dei cittadini.
Poi, quando le piazze degenerano, arrivano le rituali prese di distanza dagli scontri.
È un buonismo soltanto apparente, perché i suoi effetti sono tutt’altro che buoni. Indebolire l’autorevolezza della Polizia significa rafforzare coloro che non rispettano le regole, occupano le strade, aggrediscono, spacciano, rapinano e pretendono di imporre una propria legge.
I numeri della criminalità giovanile che qualcuno preferisce ignorare
Nelle stesse ore in cui a Bologna si gridava contro la Polizia, oltre mille agenti erano impegnati in una vasta operazione nazionale contro la criminalità giovanile.
Il blitz, coordinato dal Servizio centrale operativo e condotto in 44 province, ha portato a 539 arresti, tra i quali 47 minorenni, e a 954 denunce.
Sono stati sequestrati 703 chilogrammi di sostanze stupefacenti, 49 armi da fuoco, 87 armi bianche e circa 300 mila euro in contanti. Sono state controllate quasi 190 mila persone e oltre mille immobili.
Questi non sono numeri inventati dalla propaganda. Sono il ritratto di un fenomeno criminale giovanile sempre più radicato, armato e organizzato.
Tra le persone coinvolte vi sono anche giovani di origine straniera e appartenenti alle cosiddette seconde generazioni. Sarebbe scorretto trasformare l’origine nazionale in una colpa collettiva: la responsabilità penale è sempre individuale.
Il problema reale riguarda chiunque, italiano o straniero, rifiuti le leggi dello Stato e pretenda di sostituirle con le regole del branco, della strada o del proprio gruppo.
L’integrazione non consiste semplicemente nel vivere sul territorio italiano o nel pretendere diritti. Significa anche riconoscere le istituzioni, rispettare le leggi, accettare i doveri e comprendere che nessuna appartenenza culturale, familiare o comunitaria può essere posta al di sopra dell’ordinamento democratico.
La verità non si decide in piazza
La morte di Abderrahim Fakir deve essere chiarita fino in fondo.
Se gli agenti hanno commesso errori, ne risponderanno. Se emergeranno responsabilità dei sanitari, dovranno essere accertate. Se le procedure operative si dimostreranno inadeguate, dovranno essere corrette.
Ma la verità non può essere stabilita dal sindaco, da un filmato incompleto, da una trasmissione televisiva o da una folla che assalta la Polizia.
Prima di gridare all’omicidio di Stato bisogna conoscere l’intera storia.
Prima di accusare gli agenti bisogna comprendere perché siano stati chiamati.
Prima di presentare Fakir soltanto come una vittima inerme bisogna ricostruire anche le sue condizioni, i comportamenti precedenti all’intervento e il modo in cui la sua fragilità era stata gestita dalla famiglia, dai servizi sanitari e dalle istituzioni territoriali.
Chi invoca giustizia deve avere il coraggio di porre tutte le domande, non soltanto quelle politicamente più convenienti.
La Polizia non è al di sopra della legge. Ma non può neppure essere considerata colpevole per definizione ogni volta che un intervento finisce tragicamente.
Uno Stato di diritto non può sostituire le indagini con le emozioni, i tribunali con le piazze e la giustizia con il pregiudizio.
La verità non ha colori politici.
E uno Stato che abbandona i propri agenti alla condanna preventiva, senza attendere il lavoro della magistratura, finisce per indebolire sé stesso.
Perché quando arretra l’autorità democratica non avanza la libertà. Avanzano soltanto il disordine, la violenza e la legge della piazza.
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Francesco Panasci
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