Ci sono momenti in cui il piattume del dibattito si infrange violentemente contro lo scoglio di una lucida visione intellettualmente onesta. È ciò che è accaduto con l’intervento di Antonio Padellaro, autore di un’analisi che ha avuto il pregio raro e sgradito ai dogmatici di squarciare il velo di omertà che da troppo tempo avvolge il rapporto viscerale tra la sinistra e la violenza di piazza.
Antonio Padellaro, con la libertà di chi non ha padroni né tessere da timbrare, ha messo nero su bianco una verità lapalissiana. Ha denunciato l’esistenza di un cordone ombelicale mai reciso tra frange estremiste e una classe dirigente politica incapace di pronunciare una condanna netta, inequivocabile, priva di qualsivoglia ambiguità.
Onore al merito, dunque, a un intellettuale che ha scelto la via scomoda della verità, dimostrando un’onestà intellettuale che fa onore alla sua storia e che dovrebbe scuotere le coscienze di un intero schieramento. Giorgio Bocca diceva che non si può essere giornalisti se non si ha il coraggio di dire la verità. E la verità non è di destra né di sinistra. Antonio Padellaro sicuramente il giornalista lo fa e ha il titolo per farlo.
Dal fantasma di Pasolini agli anni di piombo
Ascoltare oggi la denuncia di chi richiama i compagni alla responsabilità evoca inevitabilmente il fantasma storico di Pier Paolo Pasolini. Quando il grande poeta, con uno scandalo che indignò i salotti borghesi, prese le difese dei poliziotti a Valle Giulia definendoli veri proletari rispetto ai figli di papà in rivolta, la sinistra bien-pensant quasi lo scomunicò. Gli intellettuali organici non perdonarono a Pasolini di aver rotto il copione sacro della narrazione barricadiera. Hanno come attenuante, quanto rilevava un altro grande giornalista libero Indro Montanelli, dicendo, sostanza, che i salotti italiani sono frequentati dall’umanità più ignorante che si possa trovare.
Da allora, un filo nero , o meglio, rosso cupo , ha attraversato decenni di storia repubblicana; la perversa idea, che la violenza compiuta da chi si ritiene essere dalla parte giusta della storia sia intrinsecamente meno grave, quasi un peccato veniale perdonabile in nome del fine superiore.
È lo stesso rimosso collettivo che per decenni ha impedito a questo Paese di fare i conti con la tragedia delle foibe, bollando come reazionario ogni tentativo di ristabilire la verità storica. Nonostante ci fossero persone a sinistra molto coraggiose nel denunciarlo. Ma venivano marchiati a fuoco come traditori.
È la medesima miopia che, durante gli anni di piombo, faticava a riconoscere la matrice e la gravità della violenza eversiva rossa, persino quando a cadere sotto i colpi delle Brigate Rosse erano sindacalisti e uomini di sinistra non allineati. L’incapacità di equiparare i totalitarismi e le violenze di parte non è mai stata un incidente di percorso, ma una strutturale rimozione della coscienza critica.
Bologna, il silenzio del campo largo e la lezione di Antonio Padellaro
Oggi assistiamo alla stessa patologia. Di fronte alle devastazioni e alle aggressioni contro le forze dell’ordine a Bologna, la classe dirigente del cosiddetto campo largo sceglie la via della reticenza o del silenziamento strategico. Si gira la testa dall’altra parte perché si teme di perdere il consenso di quei centri sociali e di quelle frange radicali che, pur agitando bandiere estranee alla tradizione democratica, rappresentano un bacino di voti e di militanza prezioso per la sopravvivenza elettorale di coalizione.
Nessuna richiesta di dimissioni per il sindaco Lepore, politicamente e moralmente responsabile di aver sdoganato e fomentato una piazza poi degenerata nella guerriglia urbana. Nessun mea culpa per aver offerto una copertura politica a chi brandisce spranghe e sassaiole.
Eppure, lo scandalo mediatico si scatena puntuale ogni volta che la destra usa categorie di giudizio differenti, pretendendo di mettere in croce chi, come un ex generale, ha servito lo Stato per quarant’anni in divisa senza macchiarsi di alcun colpo di Stato, muovendosi all’interno delle istituzioni.
La Destra è eversiva e pericolosamente vicina a restaurare il fascismo se coalizza un Vannacci, il Campo Largo può prendere i voti dei violenti fare eleggere i violenti, ma deve essere considerato democratico, responsabile, eticamente e moralmente superiore per dogma divino.
Due pesi e due misure che svelano la doppia morale di un atteggiamento mentale arroccato nel mito della propria presunta superiorità etica.
Servirebbero più voci libere come quella di Padellaro. E servirebbe, soprattutto, una sinistra capace di ascoltarle, anziché confinarle nel perimetro del fastidio o dell’eresia. Ma finché il conformismo ideologico continuerà a prevalere sul senso dello Stato, dai compagni che sbagliano ai compagni che menano il passo rischia di essere tragicamente breve.
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Alessandro Scipioni
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