Nell’Italia che invecchia, ci sono alcuni dati che parlano molto chiaramente: al Censimento del 2023 quasi 6,9 milioni di famiglie – più di una su quattro – risultano composte esclusivamente da persone con almeno 65 anni, e 2,7 milioni, il 10% di tutte le famiglie italiane, sono anziani over 75 che vivono da soli[1]; nel 2025 quasi il 40% degli ultrasettantacinquenni abita in solitudine, in prevalenza donne[2]. Vivere soli non coincide necessariamente con una condizione di solitudine: molti anziani scelgono di continuare a vivere nella propria casa mantenendo la propria autonomia, e tra questi sono tanti quelli che possono ancora contare su reti parentali e sociali. Ma invecchiamento e solitudine restano due fenomeni che spesso si intrecciano, e le rilevazioni lo confermano. Tra gli over 75 dichiara di sentirsi solo “sempre o quasi sempre” il 38,5%, quota che sfiora il 47% tra chi vive da solo, mentre, secondo l’Istituto superiore di sanità, un anziano su sette non ha contatti con nessuno nell’arco di una settimana e il 73% non frequenta alcun luogo di aggregazione.[3] E la solitudine non è soltanto una ferita affettiva: la ricerca epidemiologica ha mostrato che l’isolamento sociale cronico aumenta il rischio di mortalità in misura paragonabile al fumo o all’obesità, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha istituito una commissione dedicata alla connessione sociale come fattore determinante della salute pubblica.[4] Dentro questo spazio – tra la casa che non si vuole lasciare e la solitudine che spesso la abita – cresce l’interesse per il co-housing in favore degli anziani.
Co-housing: l’esempio del Nord Europa
L’idea è semplice: abitare vicini, ciascuno con la sua indipendenza, ma condividendo alcuni spazi e un progetto di vita in comune; non più, quindi, la persona che entra in una struttura, ma la costruzione di una comunità intorno alle persone.
Nella sua forma moderna, il co-housing nasce in Danimarca all’inizio degli anni Settanta e si distingue dai classici condomini e dalle case di riposo per la presenza simultanea di alloggi privati autonomi e spazi comuni progettati per l’incontro (cucina e sala condivise, giardino, lavanderia, spazi per gli ospiti), che danno vita a una comunità intenzionale in cui gli abitanti scelgono insieme regole e attività da svolgere.
Applicato alla terza età, il modello si declina in due varianti principali: il senior co-housing, riservato a persone anziane che scelgono di invecchiare tra pari, e il co-housing intergenerazionale, dove anziani e giovani – spesso studenti – convivono scambiandosi tempo, aiuto e compagnia.
L’Europa del Nord, che del co-housing (e in particolare del co-housing per anziani) è la culla, lo ha da tempo integrato nelle proprie politiche abitative: in Danimarca le comunità di coabitazione – incluse quelle senior – sono parte riconosciuta dell’edilizia cooperativa e sociale, mentre nei Paesi Bassi l’esperienza più celebre è quella della residenza Humanitas di Deventer, dove alcuni studenti universitari alloggiano gratuitamente in cambio di almeno trenta ore al mese trascorse con gli anziani co-residenti.
Un’esperienza importante arriva anche dalla Francia che, con la legge ELAN del 2018[5], ha delineato un quadro giuridico dedicato al cosiddetto habitat inclusif, ovvero alloggi privati con spazi comuni destinati ad anziani e persone con disabilità che condividono un progetto di vita sociale. La normativa prevede specifici finanziamenti per progetti di questo tipo e introduce una figura professionale fondamentale: l’animatore della vita in comune, che ha il compito di organizzare attività e creare legami sociali. Il successo dell’iniziativa è testimoniato dal proliferare dei progetti, passati da 658 nel 2021 a 2.280 nel 2024, coinvolgendo 96 dipartimenti[6].
Terza età e co-housing in Italia
E l’Italia? Il paese che avrebbe più bisogno di soluzioni di co-housing per anziani le sta sperimentando attraverso iniziative dal basso – generose, fantasiose – non ancora istituzionalizzate. L’esperienza più nota è quella di Casa alla Vela, avviata nel 2014 alla periferia di Trento dalla cooperativa sociale SAD: un edificio di tre piani dove convivono cinque anziane parzialmente autonome e un gruppo di studenti universitari, che pagano un affitto ridotto in cambio di ore di volontariato e compagnia. Le anziane mantengono ciascuna il proprio spazio privato e dividono tra loro affitto, bollette, vitto e il costo delle assistenti familiari, con una formula che rende l’assistenza sostenibile proprio perché condivisa; il progetto è stato segnalato dalle Nazioni Unite tra le buone pratiche europee per l’invecchiamento attivo. Tra le altre iniziative si possono ricordare Ca’ Nostra a Modena, tra le prime case condivise per anziani con fragilità cognitive lievi, le convivenze solidali promosse dalla Comunità di Sant’Egidio a Genova, Roma e Novara – dove l’abitazione donata dell’ex presidente Scalfaro è diventata una casa condivisa –, il Borgo Mazzini Smart Co-housing di Treviso, e decine di altri progetti, spesso nati dal terzo settore, da una cooperativa, da una parrocchia o talvolta semplicemente da un gruppo di amici che hanno deciso di invecchiare insieme.
Ciò che accomuna gran parte delle esperienze italiane è che si tratta di iniziative su base volontaria che si devono confrontare con l’assenza di un quadro giuridico nazionale organico dedicato al co-housing per la terza età che definisca standard e finanziamenti: ogni progetto deve individuare autonomamente una forma societaria e contrattuale, definire il rapporto con i servizi sanitari e vivere spesso della sola dedizione di chi lo ha fondato. Questo spiega perché, su quasi tre milioni di anziani soli, le esperienze italiane di abitare condiviso restino nell’ordine di poche decine, nonostante l’enorme potenziale offerto dall’83,6% di famiglie composte esclusivamente da anziani che vivono in una casa di proprietà[7], spesso troppo grande e troppo vuota. Tutto questo patrimonio immobiliare, se accompagnato da strumenti giuridici e fiscali adeguati, potrebbe diventare terreno fertile per migliaia di coabitazioni.
Limiti (e potenzialità) dell’abitare condiviso
Restano, ed è giusto citarli, alcuni limiti del modello: il co-housing per anziani regge fintanto che c’è autosufficienza almeno parziale e non è necessaria assistenza continuativa; la coabitazione non è per tutti (molti dei programmi nelle esperienze internazionali prevedono un periodo di formazione alla vita in comune prima dell’ingresso) e, infine, c’è il rischio che – senza un sostegno pubblico – l’abitare condiviso diventi un prodotto per anziani benestanti, producendo nuove forme di disuguaglianza.
Per questo la lezione fondamentale che viene dalle esperienze europee è che il co-housing non chiede necessariamente allo Stato di costruire, ma piuttosto di riconoscere e sostenere. Coordinare i rapporti con i servizi territoriali, prevedere forme strutturate di finanziamento dei progetti, riconoscere giuridicamente una forma dell’abitare che sta a metà strada tra la casa e la struttura, supportare chi mette in comune spazi e assistenza e – come ha fatto la Francia finanziando l’animazione della vita condivisa – riconoscere che la relazione è una componente del benessere tanto quanto la salute fisica.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes
[1] Censimento permanente Istat della popolazione e delle abitazioni, Condizione abitativa degli anziani – Anno 2023.
[2] Rapporto annuale Istat 2025. La situazione del Paese.
[3] Rilevazione Istat su reddito e condizioni di vita; Istituto superiore di sanità, Sorveglianza PASSI d’Argento, 2023-2024.
[4] J. Holt-Lunstad et al., Loneliness and Social Isolation as Risk Factors for Mortality: A Meta-Analytic Review, «Perspectives on Psychological Science», 2015. Cfr. anche World Health Organization, Commission on Social Connection, 2023.
[5] Loi n.2018-1021 23 novembre 2018 portant évolution du logement, de l’aménagement et du numérique.
[6] Caisse nationale de solidarité pour l’autonomie, dati sul dispiegamento dell’habitat inclusif (2024).
[7] Censimento permanente Istat della popolazione e delle abitazioni, Condizione abitativa degli anziani – Anno 2023.
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