Dalla richiesta d’aiuto ai minuti fatali sull’asfalto, cosa è successo a Fakir


I fatti avvenuti al Pilastro di Bologna hanno scosso profondamente l’opinione pubblica. Capire cosa sia accaduto in quel cortile tra via Italo Svevo e via Panzini diventa una priorità per capire come si sia passati da una richiesta d’aiuto lanciata da un uomo in evidente stato di alterazione psichica a un decesso avvenuto sotto gli occhi di residenti e passanti.

Abderrahim Fakir aveva 42 anni, originario del Marocco ma in Italia dall’età di sette anni, viveva a Sasso Marconi dove aveva avviato una piccola impresa individuale di facchinaggio. Da quanto emerso circa il suo stato di salute soffriva di asma ed era seguito per problemi cardiaci e nelle ultime settimane aveva attraversato frequenti episodi di grave sofferenza psichica.
Aveva precedenti per spaccio e detenzione di stupefacenti, resistenza, minacce, danneggiamento e lesioni. Negli ultimi mesi si era anche rivolto a un centro di salute mentale, senza però più farvi ritorno. Circa una settimana prima della tragedia, i carabinieri lo avevano allontanato da un cortile condominiale a Castello d’Argile perché molestava i residenti. Un mese prima era stato portato in pronto soccorso in stato di agitazione e con una ferita da autolesionismo al polso sinistro, chiedeva di parlare con uno psichiatra. Nello stesso periodo risulta una segnalazione per molestie a suo carico.

La mattina di domenica 19 luglio Fakir si trova al Pilastro, quartiere dove aveva vissuto in passato. Verso le 9 e 30, in una giornata con temperature anche oltre i 35 gradi, la sua presenza viene segnalata in via Italo Svevo. È scalzo, visibilmente disorientato e in preda a una profonda crisi di agitazione.
Un residente della zona, rimasto anonimo, racconta di averlo visto scendere le scale dal giardino sopra i garage, da solo, con le mani alzate e i piedi nudi, mentre chiedeva ripetutamente aiuto. Fakir cammina a tentoni, si sdraia sull’asfalto, si porta le mani alla testa gridando di voler essere ammazzato, e per quasi due ore colpisce a pugni e testate le serrande dei garage.

Alle 11 e 59 giunge al 112 la prima segnalazione di un uomo che grida di voler essere ammazzato e prende a calci le saracinesche. Alle 12 e 15 arriva sul posto una volante della Polizia di Stato con due agenti. Uno dei poliziotti indossa una bodycam, attivata poco prima dell’intervento fisico.
Rilevato il forte stato di alterazione, gli agenti contattano due volte la centrale del 118 chiedendo l’invio di un’automedica per una persona «in crisi psichica». Dalla centrale rispondono che il medico non è disponibile, classificano la chiamata come codice verde e inviano un’ambulanza con quattro volontari, che parte alle 12 e 17.
Tra le 12 e 15 e le 12 e 30 gli agenti cercano di calmare Fakir stando a distanza, mentre l’uomo, disteso a terra ai piedi delle scale, continua a chiedere di essere ucciso.
Alle 12 e 30 giunge la prima ambulanza, ma la situazione precipita. Fakir si scaglia contro un’auto in transito, colpendola con un pugno. Sull’esatta dinamica di quei secondi le versioni divergono: la difesa dei due agenti parla di una colluttazione con l’automobilista, che avrebbe innescato l’intervento. Il legale della famiglia nega invece qualunque contatto fisico, sostenendo che si sia trattato di un movimento scomposto dello stesso Fakir, caduto a terra dopo aver colpito la vettura.

Quel che è certo è che i due poliziotti intervengono per bloccarlo. Nella concitata colluttazione che segue, Fakir morde un agente a una gamba, procurandogli una ferita giudicata guaribile in 12 giorni. Per vincere la resistenza, i poliziotti impiegano lo spray al peperoncino contro il volto dell’uomo e lo immobilizzano a terra in posizione prona, bloccandogli le braccia dietro la schiena per ammanettarlo. Un cittadino del quartiere interviene per tenere ferme le gambe della vittima e applicare delle fascette ai piedi.

Un filmato di 5 minuti e 20 secondi, girato da un residente da una finestra dell’edificio, documenta le fasi cruciali dell’arresto. Nei primi due minuti si sente Fakir ansimare e ripetere le parole «aiuto» e «basta». Nel corso della manovra, dopo essere riuscito a liberare un braccio, un agente gli sferra due pugni per farlo cedere. Attorno al minuto 2’30” l’uomo smette di dimenarsi. Le urla si trasformano in un rantolo, poi si spengono del tutto. Fakir resta immobile sull’asfalto, a pancia in giù, e per alcuni minuti nessuno si accorge che non dà più segni di vita.

Solo quando gli agenti si rialzano emerge la gravità della situazione. Attorno alle 12 e 36 i volontari della Croce Rossa, rimasti fermi fino al via libera delle forze dell’ordine come previsto dal protocollo, chiedono con urgenza l’invio di un medico e praticano il massaggio cardiaco, applicando anche il defibrillatore, che non funziona. Le manovre rianimatorie proseguono per una decina di minuti mentre Fakir è ancora ammanettato. Un secondo video, della durata di un minuto e 14 secondi, documenta proprio queste fasi.

L’automedica, intanto, parte alle 12 e 42 dall’ospedale Maggiore e giunge in via Svevo 11 minuti dopo. Il medico rianimatore rileva soltanto una minima «attività elettrica senza polso» e può soltanto constatare il decesso.

La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Al momento né i due poliziotti né i quattro soccorritori della Croce Rossa risultano formalmente indagati, ma i loro nomi figurano nel registro del modello 45-bis, introdotto dal recente decreto Sicurezza per annotare preliminarmente chi potrebbe aver agito in presenza di una causa di giustificazione legata al servizio, senza per questo essere iscritti nel registro degli indagati veri e propri.

La sorella della vittima, Khadija, chiede a più riprese giustizia. Il legale dei familiari definisce inammissibile che la rianimazione sia avvenuta mentre Fakir era ancora legato. Per il difensore dei due poliziotti si è trattato di un intervento inizialmente di routine, sfociato in una tragedia imprevedibile. Nel frattempo alcuni colleghi dei due agenti hanno avviato una raccolta fondi per sostenerne le spese legali, superando in pochi giorni i 30 mila euro.

Dal punto di vista medico-legale, invece, restano interrogativi su diversi aspetti. Innanzitutto quello della mancata presenza di un medico sul posto (forse un medico avrebbe potuto sedare il soggetto). Poi quello della durata della posizione prona, che una circolare del Viminale di maggio 2026 raccomanda di interrompere non appena il soggetto mostri segni di malessere, posizionandolo su un fianco, e l’effetto dello spray al peperoncino su un soggetto asmatico, dal momento che l’oleoresina di capsico può provocare laringospasmo e broncospasmo.

Ora è il turno della magistratura: con l’autopsia, le perizie medico-legali e l’analisi dei video acquisiti e delle testimonianze, la procura dovrà stabilire quale peso abbiano avuto il contenimento fisico, lo spray urticante ed eventuali patologie pregresse ed eventuali altri fattori adesso sconosciuti nella morte di Abderrahim Fakir.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Guglielmo Macavò

Source link

Di